C’è chi ha dovuto lasciare il lavoro o la propria attività, chi si è visto decurtare lo stipendio e chi non è riuscito più a mandare i soldi ai propri familiari nel paese d’origine. Uno su tre, inoltre, ha dovuto chiedere aiuto a un ente di volontariato.

Un’indagine realizzata dalla Fondazione Ismu analizza per la prima volta l’impatto della pandemia di Covid19 sui lavoratori stranieri.

Lo studio a campione è stato realizzato nelle quattro province lombarde di Milano, Bergamo, Brescia e Cremona (tra le più colpite dalla pandemia nei primi mesi del 2020) e ha coinvolto complessivamente 1.415 cittadini maggiorenni stranieri o con origine straniera provenienti da Paesi a forte pressione migratoria.

Stando allo studio, ad aver contratto il Covid-19 è stato complessivamente il 4,6% degli immigrati coinvolti nell’indagine (considerando anche coloro che lo hanno saputo solo a posteriori a seguito di esame sierologico).

Coloro che, pur con sintomi, non hanno avuto modo di testare la presenza del virus, ma rispondono di averlo probabilmente avuto, rappresentano un ulteriore 7%.

In ogni modo prevale la quota di coloro che hanno dichiarato di non sapere se hanno o meno avuto il Covid-19 tra marzo e maggio 2020, non avendo avuto sintomi, né avendo avuto possibilità di fare il tampone (64%). Infine, un quarto del campione ha riferito invece di non aver contratto il virus, perché è stato sottoposto a tampone e ha avuto esito negativo.

Le categorie di lavoratori che hanno contratto maggiormente il virus sono state quelle dei socio-sanitari (11,1% con tampone positivo), degli impiegati (7,2%, di cui 2,9% con tampone positivo e 4,3% con test sierologico positivo) e degli addetti alle vendite (6,6% di cui il 6,1% lo ha saputo solo a seguito di test sierologico).

Anche se la stragrande maggioranza degli stranieri che hanno partecipato all’indagine non ha avuto necessità di richiedere assistenza, il 17% ha chiesto informazioni e aiuto al proprio medico di famiglia, mentre l’8% si è rivolto al numero di telefono istituzionale dedicato.

Per quanto riguarda l’accesso all’informazione: il 78% del campione ha consultato tv, giornali, radio e siti internet italiani e il 60% mezzi di informazione stranieri. Ampio anche l’utilizzo dei social media (70% di risposte positive) e lo scambio più informale di conoscenze tra familiari e amici (54%).

Tra i lavoratori migranti attivi (pari all’82% dei 1.415 cittadini stranieri coinvolti nell’indagine), il 26,6% ha visto sospendere completamente le proprie attività professionali e un ulteriore 7,5% le ha dovute invece ridurre.

Le categorie di lavoratori che sono state maggiormente penalizzate dal blocco delle attività sono state quelle connesse agli esercizi commerciali quali gli addetti alle vendite e ai servizi, che, nella maggioranza assoluta dei casi (53%), hanno dovuto completamente sospendere l’attività, seguiti dagli addetti alla ristorazione/alberghi (49%) e dai lavoratori del settore artigiano (34%).

L’impatto sul reddito è stato rilevante: il 51,3% ha dichiarato che il livello di reddito mensile è stato inferiore rispetto al periodo precedente alla pandemia (per il 44% invece è rimasto invariato). Gli addetti alle vendite e servizi e gli addetti alla ristorazione/alberghi sono tra le categorie più colpite: rispettivamente il 71% e il 61% ha dichiarato di avere un reddito più basso rispetto al periodo prepandemia.

La cassa integrazione è stata utilizzata in un caso su quattro e in particolare da chi lavorava nel settore ristorazione e alberghi (37%), dai lavoratori – più spesso lavoratrici – dei servizi alle famiglie (32%) e dagli addetti alle pulizie (30%). Il bonus per i lavoratori autonomi ha aiutato complessivamente l’8% del campione.

Un immigrato su tre dell’intero campione (compresi i non attivi sul lavoro) ha chiesto aiuto a enti di volontariato e altri soggetti esterni alla famiglia. La pandemia ha rallentato anche il flusso delle rimesse all’estero: il 15% del campione ha infatti dichiarato di aver ridotto o interrotto l’invio di denaro a familiari nel paese di origine.