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D’accordo, da domani si cambia vita. O comunque la si riorganizza. Era ora. Il Veneto è assediato dal Covid e gli ospedali stanno scoppiando. Una stretta ci voleva: avrebbe dovuto arrivare almeno due settimane fa. Per rispetto dei morti e anche di medici e infermieri.

Noi veneti da domani saremo ristretti nei nostri confini a partire dalle 14. In attesa di chiuderci dentro nei giorni di festa come sta per decidere il Governo.

Lockdown soft e pomeridiano, quindi. Visto che la mattina, dalle 7 alle 14, potremo varcare i confini comunali per fare la spesa (per chi? l’anno scorso a tavola eravamo in 20, quest’anno saremo in due), incontrare furtivamente gli amici (per un tea e quattro chiacchiere che non siano mediate da telefoni o computer), continuare sommessamente a girare per negozi per gli ultimi regali di Natale (quelli che probabilmente non sapremo mai come consegnare).

Per chi come me abita un medio comune da poco più di 11mila abitanti sparsi su 26 chilometri quadrati, stretto fra un bel fiumiciattolo che si chiama Zero e un altro che non c’è più e che per nome aveva Branco (per quello il mio comune oggi si chiama Zero Branco), la libertà di movimento non sarebbe poi così ristretta.

Zero Branco è una metropoli in confronto a Rocca Pietore, nel bellunese, che di abitanti ne ha poco più di mille. E per quanto mi riguarda, ai centri commerciali preferisco i campi, all’aperitivo in centro il fieno delle cavalle, allo struscio in piazza dei Signori, le cicogne che vengono a bere nel mio stagno.

Il problema è che io abito alla periferia del comune, in un angolo di territorio stretto fra tre province: Venezia, Treviso e Padova. La mia vicina, giusto di fronte, ha il giardino in provincia di Treviso e il cancello in quella di Venezia.

Quando esco di casa, se vado a sinistra, verso est, tempo dieci metri mi trovo in provincia di Venezia: è la strada che usualmente faccio, devo ricordarmi che da domani mi sarà proibita.

Se volto a destra, verso ovest, dopo un paio di chilometri, eccomi nel padovano. Per restare in territorio comunale e nel trevigiano devo andare rigorosamente verso nord. Strade permettendo, che qui corrono sinuose fra fossi vivaci.

Con un po’ di attenzione ci riuscirò. Rinunciando nel pomeriggio ad andare a comprare la frutta a Quinto (la migliore che c’è: 10 minuti da casa). Poca fatica.

Oppure ricordandomi di prenotare il pane biologico da forno a legna a Noale (provincia di Venezia: altri 10 minuti) e di ritirarlo entro le 14. Questione di memoria.

O ancora evitando di deliziarmi del pandoro artigianale che trovo in una pasticceria di Trebaseleghe (Padova: pure qui 10 minuti da casa). Evito l’ingrasso.

L’ordinanza veneta ha una serie di deroghe che, come sempre, valgono solo se il poliziotto che incontri avrà il buon cuore di non rinviarle al mittente.

Per esempio, la mia estetista sta a Sant’Ambrogio, frazione di Trebaseleghe, Padova: tre minuti da casa. Dio sa se non avrei bisogno di farmi una bella pedicure… L’ordinanza sembra favorevole alla fedeltà alla propria estetista o parrucchiere, ma si sa mai. Magari ci vado in bicicletta per le vie basse. Oppure a piedi. Ancora meglio.

Domanda: l’insuperabile bontà del panettone di Trebaseleghe costituirà deroga? Se trovo un poliziotto goloso forse sì. E il pane biologico? Non ho risposta.

Comunque vada se all’estetista non credo riuscirò a rinunciare, al ristorante sì, purtroppo. Meglio evitare. Il rischio di contagio è davvero troppo alto in questa “marca gioiosa” (slogan vincente coniato da Zaia quando era presidente della provincia di Treviso) che sta perdendo tutta la sua gioia. Nonostante la vendita del prosecco sia sempre in salita.

Quella del ristorante sarà una rinuncia personale perché l’ordinanza di Luca Zaia anche qui rivela tutta la sua morbidosa e dorotea capacità di compromesso.

Se fuori comune, infatti, potrei evitare di sedermi a tavola alle 11 per poi correre a casa entro le 14. Sembra infatti che se provieni da un ristorante, puoi fare ritorno a casa anche dopo le fatidiche 14. Con conto appresso immagino. I democristiani in Veneto non sono mai morti.

Troppo complicato tutto. Non vedo l’ora che le feste di Natale abbiano inizio. Mi chiuderò in casa a scrivere (ho scadenze terribili e ho accumulato altrettanti terribili ritardi). A leggere (sul comodino ci sono tanti libri che mi aspettano). A cucinare radicchio (è il suo momento d’oro). A guardare serie tv (suggerimenti?). A rompere le scatole ai figli lontani con dirette video per loro sempre troppo lunghe.

Spero solo di vincere l’insopprimibile desiderio di comprare online qualsiasi cosa che mi passa per la testa.

Uniche eccezioni di uscita, la cura e le visite di mattina e pomeriggio alle cavalle che stanno a qualche centinaio di metri da casa.

Fortunatamente in territorio comunale.