Tutto inizia da una telefonata e da una richiesta di aiuto: mancano le mascherine. A non avere i dispositivi di protezione è il personale sanitario che opera in un ospedale Covid a San Benedetto del Tronto, nelle Marche.

Ma non solo, nel giro di poco la stessa richiesta arriva dal Sud: anche chi vive nei ghetti e nelle baraccopoli a ridosso delle campagne non ha nulla per difendersi dal coronavirus, nonostante sia esposto al rischio del contagio. E allora che fare?

Lucia Mielli è infermiera responsabile del distretto di San Benedetto del Tronto. In questi giorni è impegnata a fare tamponi a chi sospetta di aver contratto il Covid19 e corsi di formazione al personale degli ospedali . Ma ha alle spalle una vita di impegno nell’associazionismo e nelle Brigate della solidarietà. E così decide di raccogliere la sfida: in pochi giorni mette insieme una rete di solidarietà, che va dalle suore agli imprenditori locali, e che riesce a produrre circa 3000 mascherine lavabili e riutilizzabili. 

“Le mascherine mancano dappertutto, per noi sanitari che siamo in prima linea nell’emergenza ma anche per chi vive in posti come Rosarno, dove il rischio coronavirus si somma alla situazione precario in cui le persone sono costrette a stare. – spiega a Redattore Sociale Lucia Mielli -. Non potevamo non raccogliere il grido di dolore che ci è arrivato da chi è lì e cerca di aiutare i migranti, con le poche risorse che ha. Abbiamo così pensato di attivare il terzo settore locale, attraverso la Fondazione Carisap di Ascoli Piceno che conosce tantissime associazioni e imprenditori”.

Le prime ad essere coinvolte sono state le Suore Oblate di San Benedetto che gestiscono un progetto di integrazione con ragazze che sono state in passato vittime di tratta. Si chiama “Laboratorio di frontiera” e produce capi tessili. Le suore con il coinvolgimento dell’associazione Superfac di Spinetoli, hanno contattato oltre 12 sarte del territorio che gratuitamente si sono dette disponibili a cucire le mascherine.

Una volta partita l’iniziativa, sono arrivate anche altre disponibilità a entrare nel progetto, come quella del Gruppo Bucciarelli, laboratorio di analisi che ha fornito le istruzioni necessarie e i modelli per procedere alla realizzazione delle mascherine ed ha dato la disponibilità sua e della propria impresa a procedere gratuitamente alla sterilizzazione delle mascherine.

Alcuni imprenditori hanno donato materiale tessile, altri hanno venduto tessuto a prezzi competitivi. A produzione ultimata l’ultimo scoglio da superare è stato quello della distribuzione per le  difficoltà di spostamento imposta dal decreto “resto a casa”. E così è stata coinvolta anche la ditta Gls con sede a Monteprandone che ha assicurato la logistica per la consegna dei dispositivi.

Mascherine - Pezzo eleonora 2

“E’ stata una risposta straordinaria in termini di solidarietà. Le mascherine sono di  grande qualità, non sono certificate ma prodotte in modo innovativo: hanno una tasca interna per inserire il filtro, inoltre si possono disinfettare e riutilizzare – aggiunge Mielli -. Per questo sono perfette anche per chi vive in situazioni precarie, basta un po’ di acqua e candeggina per sanificarle e poterle riutilizzare in sicurezza.

Quello che potevamo fare da qui lo abbiamo fatto, ma questo non risolve la situazione: le persone vanno portate via dai ghetti e dalle baraccopoli il prima possibile. Ora le mascherine sono l’unico presidio che hanno, ma non basta”.  Le prossime consegne verranno fatte alle forze dell’ordine fino ad aiutare gli operatori sanitari del territorio e le organizzazioni del terzo settore.

la settimana scorsa 800 mascherine sono state distribuite ai migranti della Piana di Gioia Tauro. “Abbiamo iniziato la distribuzione da Rosarno insieme ai volontari di  hospitality school che si sono messi al lavoro per fare i filtri.

Normalmente fanno lezione volontariamente ai migranti, in questo momento si sono attivati per l’emergenza coronavirus insieme alla rete di Sos Rosarno- sottolinea Francesco Piobbichi, di Mediterranean Hope, il progetto per migranti e rifugiati della Federazione delle Chiese evangeliche – . Le mascherine sono importanti in questo momento ma non risolvono il problema: le persone vanno trasferite, qui manca anche l’acqua per lavarsi, per tutelare la salute pubblica vanno portate via”.

Nei giorni scorsi gli operatori di Mediterranean Hope e Medu hanno portato anche del gel disinfettante nei ghetti, perché in insediamenti come quello di Taurianova manca ormai anche l’acqua. “Oggi, grazie ai dispositivi, si restituisce un minimo di dignità ali migranti: possono almeno andare al supermercato a fare la spesa: senza mascherine non li facevano entrare”.

Redattore Sociale
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