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È stato proprio un messaggio di pace quello che è risuonato a Cremisan lo scorso 2 aprile, quando tutto il mondo cristiano festeggiava il Giovedì Santo. Nella valle simbolo della presenza cattolica in Palestina il progetto di costruzione di parte del muro di separazione ha ricevuto l’altolà dell’Alta Corte israeliana.

Il muro, che avrebbe separato 58 famiglie palestinesi dalle proprie terre, i monaci dai loro vigneti, le scuole delle suore salesiane dai bambini che le frequentano, non potrà essere costruito secondo il tragitto proposto dall’esercito israeliano.

L’Alta Corte ha infatti accettato la petizione contro il muro presentata nel 2006 dai residenti di Cremisan che si sarebbero visti confiscare 3000 dunum di terra, pari a circa 300 ettari. Il convento di suore salesiane, rappresentato dalla Society of St. Yves, centro per i diritti umani del Patriarcato Latino a Gerusalemme, si era successivamente unito ai residenti nella battaglia legale.

Nel luglio del 2012 gli abitanti di Beit Jala e i loro avvocati di Society of St. Yves avevano chiesto aiuto a Cassa Padana contro il muro. La banca aveva quindi inviato una troupe in Palestina e con le interviste ai protagonisti della storia e la partecipazione alla loro protesta pacifica aveva prodotto un documentario di denuncia.

Il muro di separazione israeliano non ricalca il confine tra Israele e Cisgiordania. Di fatto, la sua lunghezza è già almeno il doppio della linea di frontiera. Il muro serpeggia all’interno della West Bank e la divide in isole, con l’obiettivo di garantire la sicurezza di colonie israeliane, insediamenti illegali per il diritto internazionale. Nel caso di Cremisan le colonie da difendere sarebbero quelle di Gilo e Har Gilo, dall’altra parte della valle.

Sono anni però che nella zona non accadono disordini, mentre la costruzione del muro secondo il tragitto definito dall’esercito israeliano avrebbe comportato una vera e propria perdita di identità dei cristiani dell’area, costretti quasi di certo a lasciare il paese e ad intensificare il flusso migratorio verso l’America Latina.

È una presa di posizione a favore della libertà di religione della comunità cristiana, del diritto all’istruzione e allo sviluppo economico questa sentenza dell’Alta Corte. I giudici chiedono infatti all’esercito israeliano di prendere in considerazione nuove alternative che siano meno dannose per la popolazione locale e i monasteri. La sentenza non libera la valle dalla costruzione di un muro, ma di certo conferma un cambio di atteggiamento di Israele verso i palestinesi. La decisione della corte è infatti la seconda vittoria sul tragitto del muro nell’area negli ultimi mesi.

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