Cremona. Studiare la storia di Cremona nel periodo che va dal IX al X secolo non è un compito facile. Tenterà di ricostruire questo momento Igor Santos Salazar, ricercatore dell’Università dei Paesi Baschi. Mercoledì 7 novembre alle alle 17 si terra un incontro, presso il Museo Archeologico di San Lorenzo, intitolato “Un vescovo e il suo governo: Cremona nel Regno Italico attraverso la documentazione pubblica (835-924)”. Organizza la Società Storica Cremonese in collaborazione con il Comune di Cremona.

La documentazione che riguarda la città e il suo vescovo, contrariamente a quanto succede con altre città del centro-nord d’Italia, non è abbondante per quel tempo e si conserva, per lo più, copiata nel duecentesco Codex Sicardi. Basti un dato: il primo documento privato giunto sino ai giorni nostri nella sua pergamena originale è una donazione datata all’anno 909 che coinvolge beni posti a Casalsigone.

Un altro fondo documentario d’interesse conservato negli archivi cremonesi è il dossier legato all’imperatrice Angilberga (moglie di Ludovico II), ma queste carte illuminano soltanto alcune delle proprietà della donna, che includevano beni nell’odierno Cremonese, passati poi a far parte del patrimonio di San Sisto di Piacenza, un monastero fondato dall’impeatrice stessa.

Se il Codex Sicardi fosse andato perso, dunque, lo studio dell’Alto Medioevo cremonese risulterebbe quasi impossibile. Ma cosa contiene quel codice sensazionale conservato nella Biblioteca Statale di Cremona? Fondamentalmente documentazione pubblica, ossia documenti che mostrano l’azione del potere regio/imperiale attraverso due strumenti: i diplomi (atti promulgati dai re/imperatori per sancire un privilegio o una donazione) e i placiti (i verbali dei giudizi che coinvolgono personaggi cremonesi, il più delle volte i suoi vescovi). Sarà attraverso lo studio di tali documenti che si proporrà un’interpretazione delle vicissitudini del governo episcopale tra IX e X secolo.

In primo luogo ricostruendo le basi economiche del potere dei vescovi. I diplomi mostrano gli spazi del fisco regio (i beni pubblici) che furono via via concessi ai prelati cremonesi: corti, porti e diritti anche sul traffico delle merci che servirono a rafforzare il patrimonio e le entrate dell’episcopio. Da questo punto di vista, anche i placiti risultano fondamentali, poiché in essi si possono osservare, in “presa diretta”, i conflitti che lo sfruttamento di tali risorse generò, tanto con gli stessi cittadini di Cremona (in particolare sui pagamenti legati al traffico commerciale sul Po) quanto con gli ufficiali preposti all’amministrazione dei beni pubblici del Regno, che spesso tentarono di recuperare per il publicumi proventi di tali beni (in particolare i gastaldi e gli avvocati della corte regia di Sospiro, posta a pochi chilometri a sud-est di Cremona).

Ma lo studio dei diplomi non permette soltanto l’analisi della costruzione nel tempo del patrimonio della Chiesa cremonese. Ogni diploma è anche prova della relazione tra i diversi protagonisti delle vicende politiche del Regno italico e, in particolare, del rapporto, non sempre pacifico, tra le aristocrazie e i re/imperatori. I diplomi sono, dunque, spia fondamentale per leggere, in filigrana, i cambiamenti nelle alleanze e nella comunicazione politica del Regno.

Cosí, navigando tra vecchie copie di documenti altomedievali, emergerà lo sviluppo economico e la capacità politica della sede vescovile cremonese, cruciale per capire i principali caratteri di un momento storico avvincente.