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Evasione, più o meno, a buon mercato, sembra fosse, un tempo in voga, per molti, il concludere la giornata in uno stato avvinazzato.

Nel frattempo, diradatisi, dalla cronaca dei giornali, i casi di pubbliche escandescenze da parte di ubriachi, per essere, per lo più, ora, tracciati dai verbali di infrazioni contravvenzionali derivate per la guida in stato di ebbrezza di questi emuli di tali eccessi storicizzabili, quanto, invece, a proposito degli stessi ci tramanda, il passato, pare concorrere a descrivere alcune manifestazioni di tendenza, rispetto ad un pregresso andazzo generalizzato.

L’informazione che, tra l’Otto ed il Novecento, si infrattava anche nelle osterie e nelle bettole di Brescia, per coglierne certe ricorrenti intemperanze, mappava, implicitamente, il costume, fra la gente, di aggregarsi attorno a mescite di vario genere che, in molti casi, risultavano connaturate, frequentemente, a quelle evenienze dove il bere smodato era preambolo di un copione egualitario fra i protagonisti e le comparse di una stessa dinamica, istrionica ed appariscente.

Tanto risultava in vista, una volta calibrato il tiro, nel potenzialmente rilevarne i contorni, mediante l’attenzione esercitata nella misura di un dato obiettivo, che appariva tipico il fenomeno il questione in relazione al quale, ad esempio, sull’onda contestuale di una spinta canora, confutata nel merito di un contesto specifico, “La Sentinella di Brescia” del 14 ottobre 1892, pubblicava, in una eco consona a tale spaccato, che: “Una donna entusiasta di Bacco. L’altra sera, una certa Valle Teresa avendo alzato un po’ troppo il gomito, a voce alta e stonata scioglieva lungo le vie della città un ditirambo al vino nuovo. Nel ripetere “Se dell’uva il sangue amabile, Non rinfranca ognor le vene”. Le capitarono addosso le guardie di Pubblica Sicurezza le quali, contestandole la contravvenzione, la persuasero che “Questa via è troppo labile/ Troppo breve e sempre in pene”.

Un’altra, ma più estesa dinamica, in un qualche modo, a fattor comune con la precedente, era riportata da “La Provincia di Brescia” del 01 agosto 1899, rispetto ad un combinato popolare, ancora contraddistinto dal canto ed egualmente capace di ispirare l’attenzione per un intervento delle guardie perché, nel suo particolare, tale fugace vicenda di pulsioni ingarbugliate si appianasse dinnanzi al tenue spessore di alcune estemporaneità sommariamente osservate: “Dal canto alla moda. L’altra notte, verso le tre, Sabbadini Luigi, d’anni 28, armaiuolo, e Zambelli Angelo d’anni 20 di Chiari, calzolaio, percorrevano il Corso del Teatro, cantando a squarciagola, emettendo certe note da fare svegliare i tassi. Passavano di là, le guardie di pubblica sicurezza Paccagnella e Ferrari i quali intimarono ai disturbatori di smetterla, minacciando di dichiararli in contravvenzione. Ma costoro, invece di acquietarsi si posero ad ingiuriare gli agenti, proferendo al loro indirizzo parole oscene e di scherno, al modo che questi, per calmare i bollenti spiriti di quei reittosi, li dichiararono in arresto passandoli poscia al Broletto”.

Tale era la sede, all’epoca, anche delle patrie galere, analogamente, ma secondo altra natura, all’attuale corso Zanardelli, non ancora dedicato allo statista bresciano, al tempo, egli ancora vivo e vegeto, ma, in quei giorni, ancora denominato questo slargo di passaggio con il darsi a specchio nominale di riflesso alla sede di quella tradizione teatrale che conserva, ancor oggi, nei pressi, la maggior struttura ricettiva per la cultura celebrata sul palcoscenico, attraverso un caratteristico rilievo architettonico, rinomato nel merito di un luogo, anche istituzionalmente accreditato.

Simili sfumature giudiziarie, fra altre fattispecie possibili per la cronaca locale, erano colte, nel documentare, in un sommario resoconto emblematico, proprio del contesto in cui erano lette, le proporzioni, sia del maltolto che dell’azzardo, entro le quali gravitava parte dello sfondo sociale, intercettabile ad intreccio del tempo allora incombente: “Un ladro di Travagliato. Nell’osteria del sig. Agostino Zenocchi, sita in via Bazziche 49, entrava ieri uno sconosciuto il quale, dopo aver bevuto un quarto di vino, usciva asportando un mantello di proprietà dell’oste stesso. Ma il ladro non era fortunato poiché, rincorso, veniva raggiunto nell’osteria della Buca a Porta Stazione, e tratto in arresto dalla guardia di città Plebani e dal vigile Mucchetti. L’arrestato è tal Giuseppe Gandelli d’anni 34, contadino di Travagliato”.

Nella stessa pagina dove, nell’edizione del 20 marzo 1904, il quotidiano “La Provincia di Brescia”, dava voce a quella effimera destrezza, si procedeva pure a riferire, di un altro fatto, osservandolo di rimando da una ricorrenza da calendario, ponendola in linea quanto si reputava fosse ad essa assimilabile “In onore a San Giuseppe furono ieri sbarcate diverse sbornie, grosse e piccole. Uno sconosciuto, ubbriacatosi in modo nauseante, cadde lungo la via riportando delle ferite lacero contuse sulla fronte. Lo raccolsero alcuni cittadini che l’accompagnarono all’ospedale dove fu ricoverato. Il nome dell’ubbriacone però non è conosciuto, perché la sbornia fu così potente da togliergli completamente la favella!”.

Nel prosieguo della primavera, di lì poi a venire, ancora lo stesso giornale non mancava, sul tema, di occuparsi il 9 aprile seguente, de “L’inno a Bacco. Ottavio Bovani, d’anni 40, di S. Vigilio, lieto che i suoi affari andassero a gonfie vele, volle esprimere tutto il suo entusiasmo sacrificando a Bacco. E, ieri, bevette in abbondanza, tanto che sentì anche il bisogno di sciogliere un inno al Dio dei pampini. Ma male gliene incolse, poiché, mentre alzava il calice per chiudere il brindisi, scivolò e cadde. Il bicchiere si frantumò ferendolo alla mano sinistra e dovette perciò ricorrere al dr. Marchetti, medico di guardia al nostro Ospitale, il quale medicatolo, la giudicato guaribile in dodici giorni”.

La realtà ospedaliera dell’epoca si differenziava, in un correlato ambito di intervento sociale, anche nel soccorso, oltre che sanitario, di una filiera di aiuto esercitato a vantaggio degli interpreti della mendicità, di quanti fossero, cioè, piegati dall’indigenza, e dalle maggiori necessità per la sopravvivenza, con la curiosità, estinta insieme alle tonalità del tempo, di addirittura ricorrere all’esercizio di una dotazione vestiaria, secondo un tal colore, in uso a quanti fossero implicati, come beneficiari, dei servizi di questo, per altro, perdurante ente morale, chiamato tuttora tale e quale, come, fra le pagine del quotidiano appena citato, si specificava a proposito de “I ricoverati della Casa di Dio. I ricoverati dalla Casa di Dio, come ognuno sa, allorchè escono dall’Istituto devono portare un abito uniforme. Sino ad ora, l’abito, di panno, era di colore cilestre chiaro, come quello della montura militare. Quest’abito, però, serviva a farli distinguere fra quante persone giravano per la città, ed a far sapere che essi appartengono alla numerosa schiera degli sventurati che hanno dovuto ricorrere alla beneficienza del ricovero. Una distinzione pietosa che se, certo, non ha nulla di disonerevole, poteva tornare di avvilimento per i poveri ricoverati. Ultimamente, però, la commissione amministratrice degli Orfanotrofi, da cui dipende la Casa di Dio, dietro proposta del sig. Bertoli, direttore del Pio Luogo, ha iniziato la trasformazione dell’uniforme, adottando una meno appariscente di panno scuro. E si pensa anche di sostituire al vecchio berretto, un cappello molle nero, che si accompagni meglio all’uniforme. E’ una piccola riforma che non cessa però di essere lodevole, poiché serve a togliere dalla curiosità avvilente del pubblico, gli infelici che, per le sventure patite, o per la tarda età, dovettero cercare ricovero in un Istituto di Beneficenza”.