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Sembra che certe similitudini attraversino il tempo, per porsi in singolari analogie con quelle situazioni che rimandano alle circostanze verosimiglianti fra loro in un ricorrente ed in un attuale contesto.
Cronache di inizio Novecento infarciscono le pagine dei giornali dell’epoca con alcuni accaduti che, fatte le debite distinzioni, sembrano riaffiorare, attraverso l’alveo perdurante delle generazioni in divenire, nell’attualità incombente che stime oculate, nell’ambito di analisi sociologiche applicate, potrebbero pure raffrontare a casi consimili, lontani ed avulsi dal presente.

Se, fra gli attuali dibattiti di tendenza, sembrano, fra l’altro, porsi le considerazioni che si volgono a considerare la tutela della sicurezza, da promuovere e da assicurare anche sui mezzi pubblici, interviene, a confermare lo spessore di tale questione, l’esemplificazione di quel fatto che “La Provincia di Brescia” del 29 giugno 1909 attestava fra le notizie divulgate nell’edizione di quel giorno d’inizio estate, con un esplicito articolo, corrispondente agli episodi esorbitanti fra quelli che la contemporaneità assicura all’oggi: “Il controllore signor Donnini, salito al crocevia Nave sul tram a cavalli della Stocchetta, trovò un tale che dichiarava di avere smarrito il biglietto; lasciò a lui tutto il tempo necessario per poterlo cercare e alla barriera nuova ripetè la richiesta. Il biglietto non era spuntato ancora; il controllore dovè avvertire il passeggero che si rendeva necessaria una nuova spesa di tre soldi. Non piacque questa cosa all’individuo su accennato, il quale si ribellò e dopo molto urlare prese a pugni il Donnini che si difese. Altri operai accorsero ed il brigadiere delle guardie daziarie Ferrari Antonio e la guardia Pasinetti Agostino che si misero dalla parte del controllore. Fu una mischia generale; i tre agenti dovettero però ritirarsi nel corpo di guardia e chiedere l’aiuto della P.S.. Alla telefonata due guardie della città accorsero, ma si fermarono alla vecchia cinta da dove non poterono vedere nulla, ciò che servì loro molto comodo per ritornarsene a casa. Così il Donnini dovè aspettare il tram discendente da Gardone per poter arrivare in città, visto che l’ostilità della folla non gli permetteva di d’uscire dal casotto ove si era rifugiato con le guardie del dazio. Della cosa spiacevole speriamo che si interessi l’autorità, per poter identificare i prepotenti e per mettere fine a scenate poco decorose”.

Il frasario dell’epoca descrive, con parole proprie, quanto l’odierno registro giornalistico potrebbe tradurre in un’altra rispettiva modalità lessicale ed esplicativa che, al netto della vicenda, riferita nella sua deprecabile proporzione, ancora oggi susciterebbe attenzione, attraverso l’eco di un clamore suscitato in una larga diffusione, per la problematicità intercorrente e manifestata in pari tenore.

Vicenda che, da un lato, indirettamente documenta, fra l’altro, il tipo dei mezzi di trasporto con animali in uso a quel tempo e dall’altro, insieme ad attestare il servizio degli addetti al dazio, impiegati anche nelle contrade lontane dai patrii confini, conferma la figura del controllore dei biglietti quale bersaglio esposto ad un’estemporanea ed irragionevole reazione, volta a contrapporsi, anche violentemente, alla sua debita funzione.

In una frequenza endemica alla natura umana, pare che, anche la caratterizzazione selettiva di alcuni furti mirati regga l’andare degli anni, per quanto sembra capiti pure oggi, considerando che, nel passato, alcune imprese ladresche avevano lasciato la medesima impronta, significativa di un peculiare fenomeno, riferito tra le pagine del quotidiano locale citato, come è avvenuto nell’edizione in stampa per il 28 giugno 1911: “Rubano del filo di rame a Palazzolo. Ci scrivono da Palazzolo, 27: alcuni giorni or sono il maresciallo dei Reali Carabinieri, trovandosi in pattuglia, incontrò sul ponte dell’Oglio, a mezzanotte, due operai della Società Elettrica Bresciana che portavano con loro del filo di rame in discreta quantità. Il maresciallo, insospettitosi forse della loro condotta impacciata, li fermò e chiese loro il perchè trasportassero detto filo di rame a così tarda ora. Essi risposero che, dovendo portarsi fuori paese per lavoro, avevano preferito partire presto per trovarsi sul lavoro nelle ore fresche del mattino. Alla domanda del maresciallo se avevano il permesso di fare ciò, risposero che lo avevano avuto dal loro capo signor Castelli Giacinto. Per stabilire un confronto li pregò di seguirli dal loro capo per interrogarlo in proposito. Ma per lui non fu poca la sorpresa nel sentirsi dire che egli non aveva loro dato alcun incarico, tanto meno quello di asportare dal magazzino, del quale evidentemente avevano le chiavi, del filo di rame (…)”.

Era uno di quei casi che erano stati risolti dall’Arma dei Carabinieri che, come temuta forza dell’ordine, era espressamente considerata nel quadro pure di un’altra dinamica, rapportata alla cronaca di una diversa vicenda, analogamente considerata nella nera sintesi della medesima giornata, nel merito di una proprietà privata violata che, nel mostrare inghiottito dalle tenebre un mezzo, allora in auge, per la mobilità su strada, può, forse, raffrontarsi con lo spazio infranto dal furto di quei veicoli che, nella invece odierna incidenza e con simile effetto, spariscono, anche nottetempo, dalla vista dei loro sfortunati proprietari: “Il furto d’un cavallo e di una carrozza. Ci scrivono da Lumezzane, 26: questa notte verso le ore due, gli abitanti della frazione Valle vennero svegliati non senza sorpresa dal rumore di una carrozza che veniva da Lumezzane a velocità sfrenata. Era il migliore cavallo, attaccato ad una carrozza nuova, di proprietà del signor Casella Bortolo, che con audacia incredibile gli furono pochi istanti prima rubati. Il personale si accorse della mancanza solo verso le quattro e vano fu, sin d’ora, rincorrere i ladri. Speriamo riesca a scoprirli la Benemerita alla quale fu tosto denunciato il furto”.

Nel corso dell’anno seguente, con la guerra italo-turca ormai in corso per la conquista della Libia, l’insorgenza di una diversa cultura che si intersecava alla propria sul fronte opposto di battaglia, sembrava essere divenuta lo stimolo per cercare di assimilarne la lingua, secondo un’iniziativa che avrebbe, in un certo qual modo, forse preconizzato, per il futuro strutturarsi di una società multietnica, l’opportunità di assecondare una diversa conoscenza, per quella comunicazione esotica che sarebbe risultata invece sperimentabile anche in una locale incidenza.

Si tratta de “L’insegnamento dell’arabo a Brescia”, testualmente scritto, su una fra le pagine de “La Provincia di Brescia” del 28 giugno 1912, testimoniando tale iniziativa che, in quegli anni durante i quali la lingua italiana latitava nelle masse popolari più aduse al dialetto, si pensava di cercare di sviluppare, in una altra sede,  essendo già in corso, per coloro che si sarebbero poi cimentati con questo idioma, nell’ambito di una conseguente mansione, correlata alla prospettiva aperta all’evolversi della guerra, nella soluzione di una promettente visione complessiva: “La scuola di lingua araba, istituitasi presso il Comando Generale della Divisione Militare, per la cura del sottoscritto e del Capo di Stato Maggiore della Divisione stessa, è stata trasportata nella sala municipale delle conferenze nella Crociera di San Luca. Le norme che regolano detta scuola non saranno variate; di essa, sempre condotta dalla stessa intelligente persona concessa dai missionari dell’Istituto Comboni, trarranno profitto ufficiali e graduati della guarnigione, nonché gli impiegati dello Stato. Fra poco, nella stessa località verrà aperta una seconda sezione, destinata poi a far parte dell’Istituto Sociale d’Istruzione che ha sede nelle medesime sale. Questa nuova sezione alla quale potranno prendere parte quelle persone che ne faranno preventivamente domanda, è istituita allo scopo di dare i primi elementi dell’arabo a quel personale che sarà chiamato ad insegnare detta lingua nelle scuole tecniche e commerciali”.

A darne la notizia era il tal colonnello Zamara che firmava l’articolo stesso dove, sull’onda di questa  espressione di cultura, coltivata a scavalco del mondo della Mezzaluna che avrebbe ancora imposto la propria voce nell’implosione dei fatti che anche alla lingua si sarebbero accompagnati nella loro manifestazione, si specificava disinvoltamente che “La grammatica è quanto di più semplice e di più logico si può trovare nello studio di una lingua; le difficoltà si riferiscono alla pronuncia ed alla calligrafia. Quelle che si riferiscono alla pronuncia si vincono facilmente da chi gode una certa finezza di orecchio e sa esercitarlo a distinguere quelle minime differenze di suoni che qualche volta si riducono a semplici sfumature. Per quanto riguarda la calligrafia è tutta questione d’occhio e di memoria. Del resto, si potrebbe dire che si incontrano le stesse difficoltà che si trovano coi segni stenografici”.

Al di là dell’accostamento fra la scrittura araba e la stenografia, altre notizie di quegli anni sembra esplorassero, invece, alcuni aspetti che abbinavano certe realtà, tuttora assodate, con una serie di connotazioni che, in quell’epoca, parevano date per scontate, sebbene oggi le stesse non siano, alla stregua, parimenti evidenti e considerate.

GaribaldiE’ questo il caso, come i precedenti d’inizio d’estate, che è relativo alla visibilità data ad un particolare di cronaca, desunto fra gli eventi dedicati alle celebrazioni per il centenario, in quel mentre, decorso dalla nascita di Giuseppe Garibaldi (1807 – 1882) che “La Provincia di Brescia”, del 4 luglio del 1907, metteva in evidenza, documentando, dell’illustre personaggio, anche quel seguito d’affiliazione esoterica che ne aveva sotteso, confermandola, la sua stessa rispettiva e personale appartenenza, in un abbinamento svelato in una pubblica evidenza: “La commemorazione massonica. Ci telefonano da Roma, 3 notte: Stamattina alle ore 10 ha avuto luogo al Teatro Adriano la commemorazione massonica di Giuseppe Garibaldi fatta dal Gran Maestro onorario, Ernesto Nathan. Il teatro era stato elegantemente addobbato per l’occasione. Sul palcoscenico è la tribuna dell’oratore; nel mezzo del teatro una gigantesca statua di Garibaldi, illuminata da un fascio di luce elettrica. Circa 2000 persone gremiscono il teatro, fra cui molti ufficiali e garibaldini. Il discorso di Ernesto Nathan è stato applauditissimo. L’oratore che parla in nome della massoneria, tratteggia efficacemente la figura di Giuseppe Garibaldi e gli episodi più salienti della sua vita, seguendolo fra i suoi pericoli attraverso i due mondi. Termina rievocando Caprera “ove sorge una tomba, non una tomba di famiglia, non una tomba nazionale, ma una tomba consegnata ai secoli od all’umanità – conclude Ernesto Nathan – dinnanzi alla quale sfilano riverenti i popoli. E, come dalla culla sorse, a compiere la missione divina, il redentore, così da quella tomba si innalza radiosa, immortale dinnanzi all’umanità liberata, la figura del liberatore”. Il discorso di Ernesto Nathan è durato circa un’ora ed alla fine è stato accolto da un’entusiastica dimostrazione. La banda, diretta dal maestro Vessella intona l’inno massonico di Mozart, poi l’inno di Garibaldi. Il pubblico, in piedi, applaude freneticamente. Tutte le logge massoniche sono rappresentate. Sul palcoscenico si contano più di duecento garibaldini. Alle ore 11, al suono della marsigliese, richiesta insistentemente dai rappresentanti francesi che applaudono dal terzo palco del primo ordine, la commemorazione ha termine”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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