Con l’avvento della brutta stagione pare sia più facile buscarsi un raffreddore che, lungo l’avvicendarsi delle giornate più fredde con le quali l’anno proporziona parte della propria inesorabile progressione, era oggetto di una sommaria trattazione nel gennaio del 1935, quando il periodico “L’Illustrazione Camuna – Sebina” proponeva quella pagina d’opinione, annunciata da un vago preambolo evocativo, espresso nei termini di “Discorso d’occasione”, che, però, conduceva al titolo meglio allusivo di una correlata elaborazione, circa quanto chiamava in causa il tema annunciato nell’espressione programmatica di “Allenamento al freddo”, per la proposta di una corrispondente asserzione.

Su una sobria pagina divulgativa di tale mensile, un non diversamente identificato “Dottor Elios” instillava al lettore la propria personale concezione, costitutiva di quel pensiero medico a cui dava una correlata sintesi argomentativa: “Nel parlare di profilassi del raffreddore, cioè, del modo di prevenire questa noiosa e pericolosa malattia invernale, accennasi al mezzo veramente efficace che è quello di abituare gradatamente il nostro corpo a sopportare tanto il freddo quanto i bruschi cambiamenti di temperatura”.

Dato a chiare lettere l’assurto indicato, per la tematica introduzione, inerente il raffreddore, il prosieguo della trattazione agitava lo spauracchio della possibile opposizione di quanti “che già alla fine di Agosto si coprono di lana e si soprabito, chiudono porte e finestre e restano così fino a tutto aprile, svernando come marmotte!”.

frizioniSe, in questi presunti refrattari verso il freddo, pare fosse presumibile il poter riscontare l’indolenza salutistica e la maggior vulnerabilità, per un labile stato di salute personale, l’autore, nell’appuntare, ad ossatura del suo pronunciamento “che per vivere sani occorre aria, moto e luce”, demandava, la promozione della cura di una condotta adeguata al benessere perseguito “alle mamme con i loro bambini, i quali prima dovranno, con opportuni esercizi fisici, e con buona nutrizione, raggiungere un peso normale e un appetito florido e poi essere abituati alle docce e ai bagni freddi”.

Nel corso delle varie edizioni di questa pubblicazione locale, le rispettive tracce di approfondimento, convergenti sulle discettate ispirazioni pure legate al benessere di certe  ricercate condizioni fisiche, atte a reggere il peso del tempo ed a prolungare la vita nell’insieme di una fortunata autoconservazione, capitava che affrontassero anche certi generi di interrogativi irrisolvibili, come quello dichiarato nella domanda: “Qual’è il segreto per diventare centenari?” che testualmente campeggiava nel titolo assegnato ad un articolo, presente nella “Illustrazione Camuna – Sebina”, del primo aprile 1934, dove si asseriva che “Il primato assoluto in questo campo spetta senza dubbio ad un uomo che fu presentato nel 1878 ad un congresso medico internazionale a Bogotà. Questi si chiamava Mi quel Solis, aveva niente meno che 180 anni. Ciò era bastantemente provato, non solo dalla fede di nascita e dalla testimonianza di tutti i più vecchi contadini, i quali si ricordavano del Solis già vecchio decrepito fin dalla loro infanzia, ma anche da diversi documenti ed atti, fra cui particolare interesse suscitò una lista di sottoscrizione per la costruzione di un monastero del 1712, contenente la sua firma autografa. Richiesto del suo vitto abituale, il Solis rispose: “Mangio una sola volta al giorno, ma abbondantemente e a preferenza cibi sostanziosi. Carne poca, al massimo due volte al mese, e quando ne mangio non tralascio mai di bere molt’acqua!”.

Nell’edizione di un mese prima, relativa al medesimo periodico bresciano, si era introdotta la riflessione riguardo un presunto prolungamento della vita che sembrava fosse da mediamente ritenere di potere prefigurare nell’allora prospettiva futura, non ancora gravata dal deflagrare del Secondo Conflitto Mondiale, e comunque storiograficamente aperta all’inesorabile marcia dell’esistenza, nel suo implicito irradiarsi generazionale: “Quello di diventare centenari è un vecchio sogno dell’umanità. Ed in effetti, secondo il parere di molti scienziati, le leggi biologiche della natura limitano la vita dei principali mammiferi a cinque volte il periodo di tempo necessario a raggiungere il loro sviluppo completo. Perciò, l’uomo, che per compiere il proprio sviluppo ha bisogno di circa venti anni, dovrebbe normalmente vivere un secolo”. 

In questo quintuplice ventennio, da teoricamente rivendicare a favore della natura umana, per il corso della auspicata somma di un’accresciuta durata esistenziale che era fissata nel termine dell’ultima ed agognata frontiera di un protrarsi di quell’età che la definiva nella longevità di un computo anagrafico rasente una corsa secolare, si collegavano anche quei particolari accorgimenti che, per la buona riuscita degli obbiettivi mediante i quali si dettagliavano nei loro pronunciamenti, educavano al porre peculiare convinzione a specifici ed a edificanti orientamenti.

Fra questi valori, da tradurre in comportamenti, si segnalava anche l’inclinazione al buonumore, quale lieto stato d’animo da largamente cercare di favorire, dal momento che “Quando si ride si mettono in maggior esercizio i muscoli del respiro. Ora il respirare più ampio influisce favorevolmente sull’azione del cuore, fa entrare più ossigeno nel sangue. Il quale, arricchito d’ossigeno, corre più rapido alle varie parti del corpo. Ma la risata più igienica è quella che scoppia all’improvviso. Gli è che allora il massaggio degli organi del torace ha un inizio violento e rigoroso, da questo punto di vista i grandi “Manifattori” del riso sono veramente benemeriti dell’umanità”.

Da questa considerazione, sottoscritta da un tale e divertito “Doctor Ilaris”, nell’Illustrazione Camuna – Sebina del febbraio 1939, il ritratto della cultura dell’epoca, inerente certe prese di posizione riguardo la cura del benessere, sembrava spingersi fino alla provocazione, integrandosi alla pagina dello stesso periodico che era, invece, stata dedicata, nel marzo del 1935, al testualmente scritto “Il digiuno come rimedio” in cui, tra l’altro, il concetto di base procedeva dal preambolo che “L’organismo umano, sia con gli alimenti, sia con la fatica del lavoro, si carica di rifiuti, che sono altrettanti veleni, e questi veleni vengono eliminati da un buon digiuno”.

In questo caso, il “Dottor Elios” che firmava questa esplicita affermazione, ne postulava sia il metodo che i sedicenti benefici, ravvisati nella buona riuscita di questa quaresimale desistenza verso l’alimentazione, specificando che “il digiuno, possibilmente ripetuto per un giorno o due, ogni mese, deve essere assoluto, cioè con astensione di qualsiasi cibo”, mentre, a conforto della prova  di una libera od imposta disciplina del fare a meno di mangiare, rassicurava che “il cervello, depurato dai veleni alimentari, acquista una facilità ed elasticità al lavoro assolutamente giovanili. Basta una prova per divenire fautori del digiuno con vantaggio anche economico”.

Oltre a ringiovanire, pare pure che si risparmiasse, nel porsi alla sequela di tale parca disciplina operativa che, in altra fonte, si presentava piuttosto nei termini di uno schematico decalogo, posto in stampa nel gennaio del 1937, tra gli spunti di lettura di quell’edizione mensile che l’Illustrazione Camuna- Sebina divulgava nell’apposita pagina dove “l’igiene” si poneva ad esplicito riferimento di quanto, nei dettagli, specularmente vi appariva: “1-Vivi quanto più ti è possibile all’aria fresca e sana, soprattutto al sole, purché non faccia troppo caldo. 2- Non magiar carne che una volta al giorno e moderatamente. Componi il tuo regime soprattutto con latte crudo di vacca o di capre sane, con uova, cereali, legumi verdi, burro, formaggio, frutta. Ogni tre mesi evita, per qualche tempo, di mangiare carne. 3- Fai ogni settimana un bagno di sudore. 4- Pulisci l’intestino una volta alla settimana con un purgante leggero. 5- Porta abiti porosi, specie di lana; d’inverno non portare che indumenti a maglia. Il collo della camicia deve essere largo. Scegli, in estate, un cappello ed abiti chiari, in inverno preferisci quelli scuri. Porta sempre tacchi bassi. 6- Coricati ed alzati di buon ora. 7- Dormi con la finestra aperta in una camera oscura e silenziosa. Il tuo sonno non deve durare meno di sei ore e mezza, non più di sette e mezzo; otto e mezzo per la donna. 8- Riposati perfettamente una volta alla settimana. Cerca di passare il tuo tempo, dal sabato al lunedì, in campagna o in montagna. 9- Sfuggi le scosse morali e le eccitazioni dell’anima. Non preoccuparti né per ciò che è impossibile cambiare né per ciò che può accadere. 10- Fuggi i locali mal ventilati o soprariscaldati, specie quelli che sono riscaldati a vapore”.

In questo giornale di Breno, diretto da Romolo Putelli, a corroborare quest’impianto salutistico concorreva il dolce apporto del miele che, come si leggeva fra le considerazioni sottoscritte da un certo “Elios della Tribuna” nel novembre del 1936, “come rimedio è conosciuto fino dalla più remota antichità, e i saggi dei tempi passati lo ritenevano come la medicina sovrana ed universale, consigliandolo anche per prolungare la vita. Esso, come prodotto vegetale, è la quintessenza delle piante, e quindi ne contiene tutte le miracolose vitamine. E’ un buon diuretico, corregge la stitichezza più ostinata, ha azione calmante in tutte le infiammazioni e, per il suo contenuto di formalina, è anche antisettico”.

Su tutt’altro versante, era, invece, con lo pseudonimo di “Dottor Alfa” che, nel marzo dello stesso anno, si era messo in guardia il lettore circa presunti effetti non raccomandabili per la salute, in capo ad un diverso ambito di caratterizzazione dello stare in società che era colto in un ricorrente e diffuso contesto di consueta evasione, relativamente al ballo, in questo caso, criticato in una serie di risultanze perentorie di una sua avversa dissertazione: “Non solamente al cuore il ballo tende i suoi lacci. Altri effetti dannosi sono a carico degli organi respiratori. Si è visto come la respirazione, durante il ballo, diventi frequente e come, durante il lavoro dei muscoli del sangue, subisca modificazioni chimiche. Orbene, non solamente tali modificazioni eccitano il centro respiratorio, ma l’aria viziata inspirata stimola anch’essa detto centro fino a provocare quelle ambascie di respiro che simulano perfettamente l’accesso asmatico. Così, le inspirazioni forzate e frequenti distendono, oltre misura, gli alveoli polmonari, impertendono il tessuto elastico, e, su tale tessuto iperteso, la deficiente ossigenazione ispirata depone quelle infinitesime esistenze che riempiono poi…gli ospedali, i sanatori, i tubercolosari”.