Una stretta di mano, al tempo di quando non era stata bandita.
Tanto forte, la presa, da durare nei secoli.
Risale a molto tempo addietro, rispetto al presente, in cui, fra certe buone pratiche, tale modo di salutare risulta abrogato dalla scrupolosità precauzionale vigente, apparendo, analogamente, come un contatto, qui, materialmente instauratosi, parecchi anni addietro anche dall’abolizione dell’uso della stretta di mano, pure perpetrata, mutatis mutandis, dal regime fascista, per indurre a prediligere il braccio teso di un tipo di saluto, romanamente inteso.

Questa stretta di mano è scolpita nel marmo, in uno stilizzato repertorio scultoreo che è presente, in più versioni similari, secondo il genere simbolico risultante proprio di un esplicito nesso allegorico, per quanto si accompagna implicitamente all’emblematico atto interpersonale di un fraterno abbrivio retorico.

Per vedere tale diafano intreccio marmoreo, bisogna varcare quella soglia sobriamente solenne e mestamente sontuosa nella quale è scritto, affidato alla stessa pietra, modellata nelle linee neoclassiche di una prospettiva severa, che “Evanuerunt dies, veritas ultima vitae, illuxit in Domino”, ovvero, la celebrazione del fatto che, una volta svaniti i giorni di vita avuti a disposizione, l’effettivo significato dell’esistenza, rispenda, finalmente rivelato, nell’incontro ultimo con il mistero di Dio.

La scritta campeggia all’ingresso principale del cimitero vantiniano di Brescia, da cui, una volta percorso il vialone degli imponenti cipressi, affusolati a fiammella, si trova, tanto a destra che a sinistra, la serie delle antiche tombe monumentali, risalenti al più lontano Ottocento, nello schieramento, funebre e silente, di una diversificata sequenza inerte, a sua volta, contrassegnata da un rispettivo apporto memorialistico corrispondente.

Raccolti a doppia schiera, su duplice emiciclo posto ad abbraccio verso il profilarsi dell’apparato centrale del maggior cimitero cittadino, queste opere funerarie, risalenti ad un paio di secoli fa, svelano, in vari casi, la rappresentazione di una stretta di mano, entro una circonferenza espressa a suo stesso risalto eminente.

Negli spazi, misurati pubblicamente per il perdurare di una compunta manifestazione di ricordo perenne, non è da pensare che quanto vi risulti impresso, sia stato lasciato al caso o ad una improvvisazione coincidente, ma piuttosto, è da ritenere che ogni scelta sia stata, invece, condensata in un ragionato filtro di predilezione, circa il cosa assicurare all’eternità, per il tramite di un tale segno o di una tale parola pertinente.

Nel retaggio simbolico, esperienzialmente codificato in un bagaglio culturale, anche contemporaneo all’epoca di erezione di questo molteplice apparato funebre, emerge pure la stretta di mano come evocazione di un messaggio di solidale fratellanza, intesa a metro di misura di una complice appartenenza massonica, alla stregua, ad esempio della croce, universalisticamente intesa, come sfoggio d’impetrazione cristiana verso la deità fideisticamente associata alla professata adesione personale al Cristo Salvatore.

Allo stesso modo, anche il pentalfa, cioè la stella a cinque punte, ha una derivazione esoterica, similmente compatibile con gli strumenti simbolici funzionamente ascrivibili alle ritualità speculative massoniche, tanto che, ad esempio, a farne sfoggio, nel cimitero vantiniano di Brescia, è, fra l’altro, l’erma del militare massone Giuseppe Lechi (1766 – 1836), generale bresciano napoleonico, dalla rocambolesca vita avventurosa, fedelmente imperniata a quegli ideali illuministici che, prima, lo vedevano esponente locale del testualmente denominato “Casino dei Buoni Amici”, quale società segreta, molto più facilmente comprensibile nella versione del “Grande Oriente di Napoli” di cui, questo intraprendente aristocratico è stato gran maestro, insignito del trentatreesimo grado del “rito scozzese antico ed accettato”.

E’ innegabile che la stella a cinque punte rientri, esotericamente, nei maggiori riferimenti massonici, come pure è sotto gli occhi di tutti l’epitaffio, contestualmente ad essa, vergato nel marmo di questo personaggio alla cui memoria è affidato l’attribuirgli la figura di “generale di Napoleone”, come anche il messaggio storico che “combattè prode e animosissimo”.

Stesso tipo di stella, stilizzata, anche se non fiammeggiate, come quella di prima, per via dei raggi che si dipartono dalla stessa, si profila, nelle vicinanze, in una epigrafe dedicata, invece, ad Antonio Madoni, “partito da Genova il 24 marzo 1880 per tentare nuovi commerci in Africa”, come si legge sulla sua lapide sagomata, nella quale, si conclude il testo, pure testimoniando un dato vincolo fraterno, facendo leggere, ancor oggi, che “questa pietra posero gli amici a ricordo dell’indole schietta gioviale e generosa”.

Diversamente, la stretta di mano è rilevabile, nei pressi, passando con lo sguardo, ad esempio, sul monumento, parimenti inneggiante ad un esplicitato vincolo fraterno, ad onore del patriota, nonché, uomo di lettere, bresciano Giovita Scalvini (1791 – 1843), a favore del quale lo scolpito, sotto tale rilievo di intreccio “destrimane”, in questo caso, un poco offeso dall’andare del tempo, si spiega da solo: “Giovita Scalvini/ scrittore/ che sentì l’altezza dell’arpe/ e nell’esilio e nella morte/ meritò il conforto/ di amici costanti/ morì di cinquant’anni il XII gennaio MDCCCXLIII”.

Piuttosto bene conservate sono, invece, le strette di mano, fra le altre, impresse sui manufatti della nobildonna Rosalbina Borroni Lambi Milanesi, a quanto pure si apprende sul posto, scorrendo in lettura l’epigrafe marmorea, moglie del politico repubblicano, esponente della “Repubblica Bresciana” e deputato ai “Comizi di Lione”, il conte Giacomo Lechi (1768 – 1845).

Pollice sopravanzante sopra il dorso della mano che procede con l’afferrare, ricevendola pacatamente, nel gesto disteso e perpendicolarmente proteso ad un paritario contatto di vicendevole accoglienza, è, in buona fattura, manifestato anche dal solido cimiteriale in cui la stretta di mano è, anche qui, esempio di un convinto rilievo allegorico, a cui potere riconoscere un messaggio recondito, nel caso del destinatario di tale attenzione, svelata nell’iniziativa per la quale “L’associazione Commessi e Negozianti/ di Brescia/ consacra questa memoria/ ad Alessandro Cantoni/ suo direttore e segretario/ probo solerte integerrimo/ rapito da rio malore/ nel fior della vita/ il XVI gennaio MDCCCLXV”.