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Una temperatura più rigida, rispetto a quanto abitualmente si registra anche a Brescia, durante la fredda stagione invernale, nel corso della quale, pare, comunque, che il meteo abbia espresso la inusualità di alcuni dati singolari, poi rilevati nella stampa locale, come, ad esempio, è avvenuto da parte dell’allora quotidiano “Corriere Bresciano” di domenica 15 gennaio 1893 che, fra l’altro, appuntava in cronaca il testualmente motivo sentenziato nel pubblicare “Auff che freddo! E’ codesta esclamazione che esce dalla bocca di tutti. Si gela che è un vero piacere…al rovescio!. Fra ieri ed oggi il termometro ha oscillato fra i 4 ed i 10 gradi sotto zero. (…)”.

Pochi giorni dopo ed un contesto geografico più generale sembra andasse ad assimilare il freddo già considerato nel bresciano, con un ambito di condivisione molto vasto ed analogamente interessato ai gradi che si registravano spinti oltre le temperature minime di un comune retaggio, fino allora sperimentato, se, di una molteplice rosa di territori, la medesima testata giornalistica documentava il 18 gennaio che “A Venezia è gelata la laguna e il Genio Civile dovette provvedere alla rottura del ghiaccio, per ristabilire le comunicazioni fra Venezia e Mestre – A Verona si ebbero 11 gradi sotto zero ed a Foggia, una straordinaria nevicata ricoprì tutta la città”.

Pare fosse ghiacciato anche il lago di Varese, mentre, non di meno, dal ferrarese si riferiva a proposito dei meno diciotto gradi rilevati in zona, alla stregua dei meno quindici gradi di Pavia, e ad una simile incidenza di freddo, avvertita anche altrove, come a Ravenna dove una corrispondenza del posto integrava la notizia con il testimoniare che: “La notte scorsa il freddo raggiunse i 14 gradi sotto zero, ciò che fa ricordare i famosi freddi dell’inverno 1879-80, in cui si seccarono i pini della nostra Pineta. La differenza di quest’anno sta in questo, e cioè che, mentre nella notte la temperatura minima va a 14 gradi, nel giorno, la massima – e si mantiene costante per parecchie ore – va a “zero” gradi. Tutti i nostri fiumi sono ghiacciati; Ronco Montone, Savio e Lamone”.

A Brescia, in quei frangenti, gelava anche l’urina, come, nella segnalazione giornalistica dello stesso organo d’informazione, emergeva tale particolare, nel modo implicito in cui lo si procedeva a pubblicare nell’edizione del 15 gennaio 1893: “Sconcezza da togliere. In via Dietro Vescovado, e precisamente prima di arrivare all’ingresso del palazzo vescovile, esiste nel muro una nicchia, che, per ironia, si vorrebbe chiamare cippo.

In quel luogo, lungo il maciapiede, scorre del liquido poco profumato, che, specialmente in questa stagione, si congela e vi rimane per intere giornate, con quale piacere dei vicini, ognunose lo può immaginare. Quel cippo (che non è cippo) manca pure di un riparo e certe volte si offrono all’occhio di chi passa, vedute poco gradite. Alle autorità, a cui preme tanto la pulizia e il decoro della nostra Brescia, rivolgiamo a nome di parecchi abitanti di quella contrada, il giusto richiamo affinchè si abbia a provvedere”.

A fronte di un’ingente cornice di gelo, sembra acquisisse un maggior risalto un fatto che gettava luce su una pratica militare d’addestramento, usata pure in quei giorni, dal momento che, nel quadro di un ordinario adempiere alle consegne di un sistematico efficientamento, questi ranghi dello Stato, di stanza in città, avevano affrontato parte del territorio bresciano con l’andare indirettamente a tratteggiare un proprio esplicito manifestarsi fra i profili di quell’epoca, nel merito di “Una passeggiata del 34mo reggimento Fanteria. Ieri mattina, il 34. Reggimento fanteria fece una brillante marcia di resistenza, spingendosi fino a Bagnolo Mella, dove fecero una breve fermata, dopo la quale fu di ritorno a Brescia. Il contegno delle truppe, malgrado il freddo intenso, fu irreprensibile, né si ebbe a rilevare alcun incidente”.

Nella stessa pagina, aperta come finestra spalancata su quei giorni, c’era chi finiva tra la cronaca minuta per avere tentato di rubare legna e chi, invece, perché, a causa di un incendio anomalo nel camino, gli stava andando a fuoco la casa, mentre una “pipistrella”, finita nei guai con la giustizia, non si poteva che chiamare Maddalena, non come nome d’arte, e nemmeno per una ispirazione evangelica allusiva, ma per una combinazione vagliata, tra le ombre di una licenziosità notturna, insieme all’andare ad intercettare altra nota del tempo sulla pubblica via, dai taccunini di polizia.

A consolarsi sembra, però, bastassero vino e sigari, se ciò possa emergere, come pare, da chi, dopo averne usufruito, presso la parimenti chiamata “Trattoria Teatro Grande”, se l’era svignata alla chetichella senza pagare, ed una volta raggiunto dal cameriere per le vie della città, ci aveva prima rimesso il proprio mantello e poi una visita nella caserma delle guardie di pubblica sicurezza, secondo un frammento di avvenimenti in avvicendamento tra quei giorni, lungo i quali, nella stessa pagina del “Corriere Bresciano”, interessata a questo malcapitato, ma ancora relativamente al fuoco, il 18 gennaio 1893, era la volta di tanto di una diligenza ad abbrustolirsi, nello stridente contrasto con un rigido scenario di gelo incombente in cui le fiamme correvano con il mezzo destinato a movimentare le corrispondenze: “L’altro giorno, si sviluppava il fuoco sull’Imperiale della diligenza postale della Valle Camonica. I primi che se ne accorsero, furono alcune persone che incontrarono la diligenza lungo la strada tra Capo di Ponte e Breno, le quali diedero subito l’allarme.

Il conduttore arrestò tosto i cavalli e in fretta salì sull’imperiale dove i pacchi postali erano già pressochè tutti incendiati, e mercè l’aiuto dei passeggeri il fuoco in breve fu spento. Fu veramente grave il danno perché il sacco delle corrispondenze fu consumato dal fuoco, ma possiamo dire che sia stato ancora lieve, relativamente al pericolo corso. Non si sa ancora la causa che produsse l’incendio”.

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