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Buono il caffè, ma avvilente il ricordare che fosse frutto anche dell’opera di tanti schiavi.
A questa origine si riconduceva, fra l’altro, il dato complessivo, a riguardo del quantitativo prodotto di caffè, come attestato da “La Gazzetta Privilegiata di Brescia” dell’11 agosto 1844, quando, facendo propri i numeri di un’informazione tratta da “Le Globe”, questo giornale locale sottoscriveva, fra le proprie fitte pagine, la divulgazione del totale ammontante ad una produzione mondiale, espressa in quella stima che era pari al valore di 459 milioni di sterline.

Contestualmente, la notizia era pure apportatrice del computo di quanti fossero gli abitanti censiti in quel tempo, sull’intero pianeta terra, ovvero, stando a quanto si azzardava a riferire, 739 milioni, nell’epoca nella quale, a fronte del constatare la condizione ancora resistente dello stato di schiavitù, come nelle piantagioni di caffè del Brasile, dell’isola di Giava, di Cuba, di Santo Domingo, di Puerto Rico, delle Indie Occidentali Britanniche, di Ceylon, delle Indie Orientali, di Mocha, delle colonie francesi e delle “Indie occidentali neerlandesi”, altrove, ci si affezionasse all’idea di una vagheggiata indipendenza, come in Italia, con l’incipiente “Risorgimento”.

Fredde statistiche, nei dati riferiti alla produzione di questa pianta esotica, già valutati nell’entità valoriale di una spendibile commercializzazione, che, sterline a parte, parevano equipararsi ad un possibile metodo, altrettanto freddo, nel vero senso del termine, di preparazione del caffè stesso, una volta giunto a destinazione, perché si provvedesse alla disponibilità effettiva dell’omonima bevanda, già ritenuta comune di una meritevole attenzione, dal momento che, come pubblicava la “Gazzetta Provinciale di Brescia” del primo maggio 1842, “(…) Comprendesi difatti che il caffè, essendo stato trattato a freddo, non ha potuto perdere alcuna particella del suo principio aromatico (…)”.

Secondo le valutazioni di un certo dottor A. Bianchi che sottoscriveva tale contributo di approfondimento, dedicato alla corroborante bevanda aromatica, a tutta evidenza già allora in voga, un buon caffè salutare, poteva essere preparato in questo modo “(…) Prendi quattro once di buon caffè, tostato convenientemente e macinato, diluiscilo in due bicchieri d’acqua fredda con un cucchiaio e lascialo immergere tutta la notte, coprendo il vaso che lo contiene. All’indomani, versa questa infusione a freddo con precauzione su di un fine pannolino collocato in un imbuto di vetro su di una bottiglia. Voi avrete una infusione assai carica di cui una sola cucchiaiata versata in una tazza di latte bollente basta per dargli tutto il desiderabile profumo. Un terzo di questa infusione e due terzi di acqua pura, messi a scaldare sino alla ebollizione, danno un caffè all’acqua di un bel colore e di un sapore perfetto (…)”.

Un consiglio sommario era, invece, testualmente indicato nel raccomandare che “Quando si compera il caffè, è bene sceglierlo recente, duro, secco, difficile a spezzarsi sotto i denti, sonoro, sano: che i grani siano lisci, di grossezza media, netto il più possibile, profumato, senza odore straniero qualunque”.

Tale consiglio era la conclusione raggiunta dalla “Gazzetta Provinciale di Brescia” del 26 novembre 1843, in calce, ad un diffuso contributo d’approfondimento sui vari tipi di caffè allora presenti sul mercato, in relazione ai quali se ne enumeravano diverse varietà che “hanno i nomi dei Paesi da cui vengono”: Martinica, Mocha, Guadalupa, Borbone, a sua volta, quest’ultimo, suddiviso fra “fino-verde”, “fino-giallo” e “ordinario”, Haiti, Caienna, Cuba, Ceilan, Portorico, Giava, Sumatra, Giamaica e Manilla, sulle quali specificità, pare che, fra tutte, primeggiasse il Moca, “(…) Il caffè più caro ed apprezzato. Fave, in generale, piccole, quasi rotonde, coperte da una sottile pellicola, differenti fra loro di forma e di grossezza, alcune larghe e piatte, altre piccole e rotonde, altre arrotolate (…)”.

Intanto, questa bevanda stimolante era da tempo assurta a riferimento anche del porsi a sinonimo di luoghi di ritrovo, quale mescite situate a corollario delle sempre tradizionali osterie, come possibilmente si evince, fra altri particolari, dalla “Gazzetta Privilegiata Provinciale Bresciana” del 22 agosto 1847, nel dischiudersi, mediante un dato annuncio di un ambiente proprio di quei giorni, i caratteristici termini allusivi di come suscitasse memoria di un tale esercizio restituito nel nome anche al presente: “Casa da vendersi. Casa in Brescia con Bottega, detta il Caffè della Rana, in Contrada Spadarie, al n. 3527, con fontana, confinante a levante, olim (una volta) parte fratelli Cocchi e parte Gaetano Amadei, a mezzodì erdedi fu Giulio Guidetti, a sera Portici, e Piazza Vecchia, a monte Giuseppe Pasini, estimata austriache lire 26560,60 (…)”.

Ambiente in cui, se effettivamente vissuto come un luogo di somministrazione, con il nome del popolare e viscido anfibio, si intrecciavano, presuntivamente, le tendenze dell’epoca, fra le quali, alcune destinate a sopravvivere a lungo nel tempo, come, fra di esse, anche quella di una sorta di surrogato del caffè, ravvisabile nel caso della bevanda preparata, invece, con la cicoria, a proposito della quale, dissertando “Sul caffè e le sue qualità nutritive”, la medesima testata giornalistica menzionata, nell’edizione del 6 dicembre 1846, specificava, però, nel merito che “La cicoria non potrebbe in alcun modo sostituire il caffè. E’ questa una droga che nulla ha di comune col prezioso grano a che si vuol sostituire, mescolato ben anco di materie terrose, che aggiunge senza scrupolo alla cicoria di seconda qualità la mano sleale del commercio”.

Non di meno, altra alternativa al caffè di lidi lontani pare fosse rappresentata da un altro prodotto ancora, come, nel contesto di quegli anni, emerge, tra altri aspetti, fra le pagine del “Giornale della Provincia di Bergamo” alla data del 6 gennaio 1832, quando in tale pubblicazione si informava pure a proposito del “Caffè di Barbebietole in Francia. Dopo aver fatto lo zucchero di barbebietole, taluno venne a capo di estrane del caffè, I fabbricatori di caffè di cicoria dei dintorni di Valenciennes coprarono quest’anno da fabbricatori di zucchero, quelle radici che erano troppo piccole, per poter essere grattuggiate, ed altri rimasugli, come a dire code di radici etc. per fabbricarne caffè. Codesti rimasugli vennero pagati in ragione di 5 a 6 franchi, per ogni migliaio di libbre. Per tale fabbricazione vengono essi assoggettati al metodo stesso delle radici di cicoria, cioè sono tagliati, rivoltolati, arrostiti e da ultimo ridotti in polvere. Il caffè di barbebietole ha un odore diverso da quello di cicoria, con cui si mischia per essere posto in commercio”.