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I “portogalli” erano di casa, insieme ai limoni, alle giuggiole, alle patate ed alle bacche di lauro, oltre all’uva ed alle olive, in una produzione che contemplava anche il poter utilmente disporre di foglie di gelso. Il tutto in vendita, una volta che la raccolta era stata effettuata su questa stretta lingua insulare.

Fra gli agrumi, del temperato clima gardesano, pare che si potesse fare incetta di quelle arance che una certa sopravvissuta tradizione vernacolare contrassegna, ancora, con l’appellativo di “portogalli”, secondo una semantica consacrata ai tempi remoti di una allusiva e di una esotica dedicazione particolare.

Questi frutti, accompagnandosi ad altri, letteramente cresciuti in mezzo al lago, acquisivano una propria specifica rilevanza, nel proporzionare l’utilità di un luogo che, anche in epoche lontane, risultava fertile, per ciò che le sue condizioni naturali consentivano di riuscire a ricavare.

Si tratta dell’isola del Garda, a suo tempo conosciuta anche come “isola dei Frati”, in quanto anticamente interessata ad un insediamento francescano, ed, in seguito, pure contrassegnata con la titolarità di una subentrata proprietà, rispondente alla famiglia Lechi, e poi, interessata al corso del susseguirsi di altri passaggi, superando anche il decennio in cui era addirittura divenuta demaniale, per dopo essere, una volta tornata privata, ribattezzata “De Ferrari”, poi “Borghese” e “Borghese Cavazza”.

Una testimonianza della seconda metà dell’Ottocento, ne esemplifica il rustico volto redditizio, in una versione mediterranea adattata al territorio locale, nel merito di questa porzione di terra, lunga circa un chilometro e larga, in media, quei sessanta metri del suo diversificato “giro vita” che separano fra loro le due sponde maggiori, adagiate rispettivamente a settentrione ed a meridione del sempiterno percorso tracciato dal sole.

Qui, fra la punta di ponente che si approssima alla costa bresciana e quella d’oriente che si apre al lago aperto, fino ad accompagnare la visuale verso un’evanescente prospettiva lontana, la genuinità dei luoghi ha lasciato le tracce di una propria feconda conversione produttiva di stampo rurale, rispetto alle risorse possibili di una amena natura fruttifera, codificata nella sua differente gamma sostanziale.

Nell’avvento di giorni, ormai maturi per una stima di vendita da formalizzare, si spiega, a carico del circoscritto periodo della gestione demaniale, un manoscritto, conservato a Brescia nell’archivio di Stato, che reca, a far data 23 novembre 1865, la minuta testimonianza espressa a svelamento dell’isola stessa, secondo un dettaglio riservato al suo interessante ambito produttivo che vi era considerato: “Verbale d’asta per prodotti dell’Isola. Accompagna con la presente l’unito verbale d’incanto di Bacche di Lauro prodotti dell’Isola, e ciò per la superiore approvazione“.

A scrivere, era il “Regio Ufficio del Registro” salodiano, indirizzando la missiva alla “Regia Direzione Demaniale di Brescia”, in un’interazione di competenze che, il 13 ottobre precedente, aveva, invece, riguardato, in un analogo enunciato, l’esplicitazione sottoscritta in ordine ad altri prodotti del luogo, nella fattispecie di giuggiole e di patate. Stessa data, in quell’epoca imbevuta dall’eco di una concitata cronaca risorgimentale, dove era stata pure formalizzata la vendita di 1825 limoni, raccolti sull’isola, dove, ancora per la cura del testualmente riportato “Regio Ufficio del Registro”, si era originata la procedura finalizzata al render conto dell’importo ottenuto dall’asta per piazzare tali agrumi che, in questo caso, si era attestata alla cifra di 9,25 lire.

Tutto questo, nella stagione di una rendicontazione tradotta in un riscontro fra uffici pubblici, per una tracciabilità istituzionale, in quanto l’isola del Garda era patrimonio demaniale, per cui dover, fra l’altro, relazionare allo Stato anche a proposito della nota volubilità climatica degli elementi ai quali, da sempre, le coltivazioni sono di fatto esposte ed interessate, pure fino al limitare dei più inevitabili frangenti, come nel caso dell’annotazione del 14 febbraio 1865, stilata nel “Regio Ufficio del Registro di Salò”, con la quale, in seguito ad una fatale avversità atmosferica patita, emergeva anche la presenza, rivendicata implicitamente, della sollecitudine agricola che vi era menzionata: “(…) L’infuriare del vento nei giorni 11 e 12 corrente ebbe a causare dei guasti alle limonaie dell’Isola. (…)“.

Un’altra variabile, nello scibile delle mutevoli evoluzioni meteorologiche, era similmente messa nero su bianco, in analoghi intercorsi di competenze, il 18 settembre 1865: “Per l’insistenza del calore che da tempo si fa sentire, senza che fosse mitigato da una pioggia inesistente, le piante dei limoni dell’Isola potrebbero deperire se non si provedesse coll’inaffiare ben bene (…)“.

Erano gli anni posti in avvicendamento fra di loro, in una serie di subentri di proprietà, durante i quali, dal 1860 al 1869, l’isola si distingueva pure per un’amministrazione demaniale del luogo investita dal lascito di una lunga e pregressa tradizione, a suo modo, agricola dalla quale provenivano citazioni come quella del tipo riportata, alla voce “isola del Garda”, da parte dell’Enciclopedia Bresciana, per le edizioni “La Voce del Popolo”, secondo la quale “(…) Interessante il dono di sette casse di limoni, cedri e aranci raccolti nell’Isola e fatte spedire nel 1458 dal vicario provinciale padre Bartolomeo Caimi alla duchessa Bianca Maria di Milano. (…)“.

Ancora nell’Ottocento, ma da un più lontano passato scaturivano pure le tracce archeologiche che si riconducevano alla storia antica del medesimo luogo in cui le stesse vetuste pertinenze erano state trovate, profilando, nell’isola, l’orma indicativa di un’aleggiante assiduità d’uso, in relazione all’aver avuto un ruolo nelle diverse stagioni delle vicende umane, in questo caso, codificate in romane, per il periodo in cui, tali rinvenute manifestazioni storiche, avevano a che fare.

Lo dimostra il manoscritto del 16 settembre 1865 che, in un allora Regno d’Italia, ancora senza Roma capitale, attestava la presenza isolana di lapidi romane, nel disporre il permesso che fossero trasferite a Brescia, nella civica sede museale, in nome di un formale provvedimento specificato per debito di un’investitura demaniale, riguardo cui, da Torino, il Ministero delle Finanze andava a relazionare, circa quanto si era ritenuto più utile di fare: “Al seguito delle considerazioni di codesta Direzione Demaniale si approva che abbia luogo il deposito nel museo di codesta città delle note 4 lapidi romane esistenti nell’isola Lechi, salvo però, sempre nel Demanio, il diritto di proprietà sulle medesime, non essendo in facoltà del potere esecutivo di disfarsi del diritto stesso in via di cessione gratuita, per quanto tenue possa essere il valore attribuibile alle lapidi in parola. (…)“.

Anno in cui, come emerge da un’altra missiva, datata, invece, 18 novembre 1865, si presumeva che “(…) il raccolto delle maturate olive dell’Isola sarà del presumibile ammontare di zerle 50, pari a chilogrammi 28950. (…)“, in un conteggio affacciato su quel panorama stretto in un abbraccio lacustre dove anche la pesca aveva una voce in capitolo, tanto da oggettivare il diritto di poterla svolgere in un’esclusiva concessione da formalizzare, come era, pure, accaduto un triennio dopo, secondo il provvedimento del 9 novembre 1868 da parte del medesimo “Regio Ufficio del Registro” di Salò: “Al Direttore del Demanio e delle Tasse in Brescia.

Visto l’atto del 30 luglio 1868, eretto a trattative private, col quale si accorda al Sig. Zanca Gaetano di Salò il diritto di pesca inerente all’Isola Lechi, sul lago di Garda, per la durata di anni tre decorribili dal 1 agosto 1868 al 31 luglio 1871, pel corrispettivo di lire 60 (sessanta) pagabili all’Ufficio del Registro di Salò, in due rate posticipate, scadenti, la prima, il primo febbraio, la seconda, il primo d’agosto, di ogni anno, colla pieggieria (fidejussione) del sig. Tonoli Antonio, approva l’atto medesimo e lo rende esecutorio, previa registrazione del presente decreto alla Corte dei Conti in Firenze (…)”.

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