Tempo di lettura: 6 minuti

Prefetto che va, prefetto che viene. In questo caso, pare che ci fosse uno scambio di sedi. Dall’allora Girgenti, ora Agrigento, a Brescia, mentre dal medesimo capoluogo bresciano l’avvicendamento era, a sua volta, al vertice della Prefettura di tale città siciliana.
A Brescia, arrivava Carlo Bertagnolli (1843 – 1896), mentre ad Agrigento, aveva destinazione, Angelo Annaratone (1844 – 1922).

Nel cambio, l’ombra della “gestione della cosa pubblica”, pure in relazione a rapporti fiduciari per i quali l’uno e l’altro prefetto ispiravano un politico di riferimento, tanto che, nel confronto fra Crispi e Zanardelli, il movimento degli alti funzionari prefettizi risentiva di quale fosse la visione personale del politico in auge al momento.

Accenno a tutto ciò, era, fra l’altro, espresso nella notizia che il quotidiano bresciano “Il Cittadino”, nella stampa del 18 settembre 1894, riportava, nel merito di quanto stava accadendo nella concomitanza di due Prefetture, coinvolte nella coincidenza di uno stesso provvedimento, fra un paio di città, così distanti geograficamente fra loro, ma interconnesse in relazione al cambio di indirizzo alla guida delle stesse, oggetto, per via dell’identica natura dell’incarico verticistico, di un vicendevole spostamento: “Telegrafano da Roma al Corriere. Il prefetto Bertagnolli è già partito da Girgenti, per raggiungere la sua nuova destinazione a Brescia. Farà una breve fermata a Napoli e a Roma per conferire col Presidente del Consiglio e col sottosegretario di Stato agli Interni. Si attende pure a Roma il prefetto Annaratone che si reca a Girgenti. I suoi amici hanno fatto un grande lavorìo perché il Governo si decida a nominarlo al posto di Cavasola alla prefettura di Palermo, dove l’Annaratone andrebbe anche senza presiedere alla pubblica sicurezza. Essi dicono che è un premio a lui dovuto per la prova di disciplina data, accettando la residenza a Girgenti, mentre, forte dell’appoggio di amici potenti, poteva protestare anche più che altri, quando forse qualcuno lo consigliava a fare ciò. Non so se il Governo sia disposto a entrare in questo ordine di idee”.

Nella medesima edizione giornalistica, a margine delle novità emerse in capo alla Prefettura territorialmente competente, quanto capitava, rispetto all’ordine pubblico rilevato da una serie di fatti di cronaca, esorbitava dai rispettivi contesti locali dove tali avvenimenti si erano verificati, per tratteggiare, del contesto bresciano, un emblematico ritratto di come si potessero manifestare gli eccessi riconducibili a quegli stessi frangenti, nelle modalità, ad esempio, descritte nel caso eloquente dell’articolo in cui era riferito che “Ci scrivono da Bedizzole: Domenica sera u.s. cinque giovinotti si portarono sotto le finestre dei RR. Carabinieri a vociare ed a provocare la Benemerita Arma. Il Brigadiere dalla finestra cercò di acquietarli, ma indarno. Scese allora in istrada e fece prova degli estremi della pazienza, ma uno dei bulli si avventò contro. Accorsi gli altri due carabinieri, che erano in casa, anch’essi ebbero la peggio; uno fu preso pel collo, poco mancò che fosse soffocato, l’altro ebbe graffiature in faccia. Il brigadiere vista la disperata, menò un colpo di moschetto sulla testa del più ardito, certo Moscatelli Mosè, detto Ronca, e feritolo riuscì a tradurlo in Caserma, con due altri, e a metterli in gabbia. Gli altri due furono presi ieri mattina, poscia tutti cinque tradotti alle carceri di Lonato. Va data una lode per la pazienza e prudenza dei nostri Carabinieri”.

Altra iniziativa, per così dire, di gruppo, ma a scopo rapina, era relazionata il 1 dicembre 1894, ancora dalla stampa de “Il Cittadino”, riportando un episodio che appare immerso nella contingenza di quell’epoca ancora inghiottita da evenienze coercibili da ciò che pare non fosse estraneo alla dinamica di agguati fulminanti, nel genere proprio di costanti, reiterate nel corso del tempo, databili, cioè, al corso antico da cui coniugavano via via il loro riproporsi, sulla base di comuni aspetti di riferimento: “Aggressione. Ieri, l’altro, verso le ore 7 pomeridiane, il contadino Rivetti Andrea di Roccafranca, venne improvvisamente aggredito da quattro malandrini sullo stradale fra Maclodio e Trenzano. Gettato a terra, fu depredato dal portafoglio contenente L. 14 e minacciato di morte nel caso avesse denunciato la cosa all’Autorità. Non vi dirò, se il Rivetti abbia provato spavento, in quel critico momento, tuttavia, recatosi a Lograto, vi fece edotta la Benemerita Arma”.

Le aggressioni, sembravano accendersi dalla miccia di estemporanee contese, fino alle conseguenze interpersonali più estreme, come nella fattispecie di quanto era stato riportato in pagina da “Il Cittadino”, ancora alla data del 18 settembre 1894, pubblicando che “Naso e mento morsicati. Ci scrivono da Travagliato in data 17 corrente. Ieri, al fenile Grolda, due contadini, reduci da Travagliato alquanto avvinazzati, vennero a diverbio, fra loro, e passati, come si suol dire dalle parole ai fatti, si accapigliarono per bene. Non avendo altra arma per battersi si servirono dei denti, dandosi rabbiosi morsi come due cani idrofobi. Uno di essi, certo Desiderato Antonio, si ebbe mozzata la punta del naso, e l’avversario, certo Ronchi Giuseppe ci perdette un pezzo di mento. Il Ronchi venne arrestato”.

Località prossime alla città, lo spazio di non molti chilometri appunto da Brescia, sia nell’uno che nell’altro fatto sopra accennato, mentre, anche dal capoluogo bresciano, pare potessero pure sortire fatti analogamente rimarchevoli di essere imputati a cronache consimili, come nella peculiarità di una, fra le notizie, proprie dell’edizione del 3 dicembre 1894, pari mezzo di stampa locale, ove si dettagliava a proposito di alcuni “Arresti: certo Trifoglietti Francesco di Brescia, fu questa mattina, alle ore tre e mezza, dalle guardie di P.S. arrestato, perché sotto i portici, con altri compagni minacciò a mano armata di coltello certo Zamparo Francesco di Brescia, producendogli una ferita alla faccia, guaribile in cinque giorni. Egli pretendeva dallo Zamparo lire 20. Gli furono trovati in tasca un grimaldello, un pezzo di candela e due chiavi, di cui non seppe giustificare la provenienza. Ieri, alle ore 19, nell’osteria di Muttinelli Maria in Piazza Mercato Grani, fu pure arrestato certo Gilberti Antonio di Brescia, perché ubbriaco e senza alcun motivo vibrò con coltello un colpo alla guancia al figlio dell’esercente producendogli un ferita guaribile in giorni tre”.

Similmente, ancora, dalla dinamica ladresca, a quella, invece, delle “semplici” liti, correlate ai modi con i quali tali confronti violenti erano rimasti fatalmente avvinti, altre circostanze potevano intonarsi a tali deprecabili ed illecite intemperanze, ad esempio, esplicitandosi in una carrellata, attestata dal quotidiano bresciano già menzionato, nella sua edizione del 24 ottobre 1894: “Risse – In sul pomeriggio d’ieri, certo Piccaluga Ambrogio, tornitore al Bue d’Oro, si bisticciò per futili motivi col calzolaio noto sotto il nomignolo di Baciccia. Questi, per uno spintone, datogli dall’avversario, cadde a terra. Fuori di sé per la rabbia, corse nella sua bottega ad afferrare un trincetto, e assalito il Piccaluga, lo colì alla spalla sinistra, producendogli una ferita che, all’ospedale, ove si dovette condurlo, fu giudicata meno grave di quello che si temeva dal copioso sangue che ne usciva e guaribile in giorni 12. A S. Vigilio, per ragioni di interesse, vennero alle mani fra loro certi Gosio Pietro e Pasottini. Il Gosio trasse un pugnale per colpire il Pasottini, ma questi fu abbastanza lesto ad afferrare l’avversario mentre una sua figlia, quindicenne, Pasottini Maria, potè strappare di mano il ferro all’assalitore, ferendosi ad una mano. Il Gosio addentò un labbro al Pasottini, producendogli una ferita guaribile in sei giorni, indi se ne fuggiva, ed è tuttora latitante. A Pisogne si bastonarono a vicenda certi Maggioni Pietro e Giuseppe Confortini. Il primo, fu il più malconcio, avendo riportato parecchie lesioni alle mani. Altre bastonate corsero fra certi Micheli Carlo e Manfredi Francesco di Capriolo. Pare che il Micheli avesse un bastone o un braccio più pesante del Manfredi, poiché questi dovette uscire dal rusticano duello con lesioni dichiarate poi guaribili in 15 giorni. E per ultimo, mettiamo in nota uno scambio di zoccolate fra due donne, Mantelli Angela e Faini Maria, abitanti in via dell’Aquila Nera. La Mantelli riportò una larga ferita alla fronte, dichiarata guaribile in 5 giorni dal Dottor Marrè”.

Pare fosse, invece, atteso da altri, l’inesorabile incombere del proprio epilogo terreno, anche nel conformarsi ad una tragica vicenda, che, in parte, assimilabile ad altre, fra le cronache citate, espiava per tutte, l’emblematicità della vita e della morte, in una sorta di duello beffardo, insorto fra loro, quando una certa regìa aveva comportato il viaggio di un feretro insieme a chi lo stava trasportando, trascorrendovi gli ultimi istanti della propria esistenza, dal momento che era pure capitato, come documentato dal “Cittadino” 4 dicembre 1894, di un tale che era rimasto “Schiacciato da una bara. Verso le 4 di pomeriggio di sabbato, certo Bona Giuseppe, carrettiere di Capo di Ponte, mentre passava dinnanzi al Cantiere della Società di Navigazione in Lovere, volle uscire dalla gimbarda del carro, sulla quale stava seduto. Fatalmente, perdette l’equilibrio e cadde proprio innanzi alla ruota che gli passò sulla persona presso il cuore. Soccorso e trasportato all’ospedale di Lovere, poco dopo spirava”.

Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome