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Diventerà santo. In questo cammino di perfezionamento, verso tale indubbio traguardo, pare che ci siano state alcune vicissitudini svelate fra quelle intercettate dalla stampa del tempo, di quando, cioè, la sua figura non era ancora assurta a conclamata immagine di un avvalorato riconoscimento, circa le eroicità delle virtù che ne compongono, fra l’altro, il ritratto, entro il genere di un indiscusso profilo agiografico, da prendere ad esempio, rispetto ad un bagaglio di referenze, proprie di un peculiare e positivo ambito di riferimento.

Che cosa era successo all’allora don Arcangelo Tadini (1846 – 1912), già in quel di Botticino Sera, dove il medesimo sacerdote bresciano diocesano fonderà, anni, più in là, anche la famiglia religiosa delle “Suore Operaie della Santa Casa di Nazareth”?

Un contributo giornalistico, tratto dal quotidiano di ispirazione liberale “La Provincia di Brescia” del 7 luglio 1891 getta luce sul condensarsi attorno a questo non ancora, in quei giorni, venerato interprete della dottrina sociale della Chiesa, mediante l’emergere di una serie di controversi aspetti, certamente compromessi, in ogni caso, con la mentalità dell’epoca che sapeva, a sua volta, osservarsi e comporsi, però, anche a possibile voce critica, avendo dato visibilità ad un parimenti poter scrivere che: “Arciprete arcimanesco. Il reverendo don Arcangelo Tadini, arciprete di Botticino Sera, venne da cinque genitori deferito all’Autorità giudiziaria per mali trattamenti usati ai loro figli. Costui, aveva la cura di istruire, per preparare ad entrare in Seminario cinque giovinetti appartenenti a famiglie della sua parrocchia. Ma, mentre impartiva loro lezioni di morale, somministrava ad essi anche degli schiaffi, pugni sonori, calci e punture con degli aghi da malconciarli maledettamente. Il reverendo arciprete manesco non nega i fatti che gli si addebitano, ma adduce in sua discolpa, che per essere i giovinetti di ingegno molto tardivo, doveva tenerli svegliati in modo piuttosto brusco”.

Passare, come si suol dire, alle vie di fatto, pare che non fosse estraneo ad un certo qual modo di interagire con la realtà del tempo, anche al di fuori delle presunte esigenze incisive di un sollecitato contesto educativo, analogamente destinato, nei decenni a venire, verso una graduale promessa di trasformazione, allora ancora in divenire, dove andavano, nello stesso ambito, a cadere in disuso le punizioni corporali coercitive.

In risposta ad altro scenario, ancora nelle tracce documentate dallo stesso quotidiano bresciano, l’edizione in stampa del 31 luglio 1891 riferiva di un altro prete, con un modo, non propriamente ieratico, di dare forza ad una vocazione, imperniata al rango del mite assecondare ogni strenua scommessa di serafica redenzione: “Un ladro pigliato a pugni dall’arciprete. Verso le ore 12 e mezzo di ieri, certo Amati Ernesto di Carlo, di anni 40, sellaio di Saronno, si presentava al reverendo arciprete di Volta (frazione di S. Alessandro) signor Scardelli don Francesco, e dopo avergli detto di essere un pittore disoccupato, gli chiedeva se aveva del lavoro da fargli fare in chiesa. Il parroco gli rispose che non ne aveva. Allora, l’Amati soggiunse che da un giorno non mangiava e tanto per sostenersi chiedeva l’elemosina. Gli venne dato del pane, avuto il quale, uscì dalla casa parrocchiale e si portò sulla strada. Colà giunto, però, osservò che la porta del campanile dal quale si può entrare in chiesa era aperta. Quando fu ben certo che nessuno lo osservava, ritornò verso il campanile, che è pure unito alla casa e dalla porta di questo entrava in chiesa. Da buon devoto…della roba d’altri si portò subito vicino alla cassetta delle elemosine e con una stecchetta invischiata si diede a toglierne le monete (…)”. Il parroco da solo, e ci dicono sia già la terza volta che prende pel collo dei ladri di ugual genere, afferrò pel colletto il mariuolo e dopo avergli somministrati alcuni pugni lo spinse in una stanzetta vicina alla sacrestia, lo chiuse dentro e per maggior sicurezza puntellò anche la porta. Intanto che si faceva così la guardia al ladro, il sagrestano corse a Brescia, ad avvertire l’Arma dei Reali Carabinieri. Partirono tosto il maresciallo signor Zanovelli con un carabiniere i quali ammanettarono il ladro (…)”.

Erano, fra altri maggiori aspetti, giorni nei quali la specificità, dipinta a tinte un poco fosche, di certi figuri, dalla percepita aura orripilante, era d’altrui nesso caratterizzante, nella fattispecie altrettanto disinvoltamente descritta in stampa nei panni di un “orco”, a motivo di un dato sembiante, colto, non a caso, nel di lui pubblico mostrarsi ad esotica attrattiva fenomenale di una apparenza sensazionale, suffragata dalla possibile visione sul posto del suo stesso modo d’essere, quanto meno particolare.

Nel merito di tale altro affresco, pure fattibile di un incontro con quel medesimo periodo tardo ottocentesco, era riferito, ancora da “La Provincia di Brescia”, fra le pagine di martedì 6 ottobre 1891, che: “Il famoso orco, passato dalla nostra stazione ferroviaria, e del quale parlammo pochi giorni or sono, è andato a fermarsi a Milano e così lo descrive L’Italia del Popolo: Ieri ad un reporter dell’Italia del Popolo fu presentato un uomo dell’altezza di metri 2,40. La singolarità sua è quella di un viso deforme, colle ossa mascellari scendenti a fianco del mento; la mascella destra rientrante e la sinistra sporgentissima. Vestito all’egiziana e dalla pelle bruna, seduto nel suo seggiolone a bracciuoli entro la penombra d’un negozio di via Pattari, pareva un idolo colossale di quelli descritti dai viaggiatori asiatici. E’ qui per essere esposto al pubblico. Parla egiziano ed un po’ di francese ed egiziano; ma la sua voce rauca fa sì che si preferisca parlar con l’interprete. Il quale ci narrò che questo soggetto lo trovò in un villaggio dell’Alto Egitto e lo condusse seco per mostrarlo a Parigi all’epoca dell’Esposizione. Conta, ora, 19 anni, fu visitato ed esaminato da celebrità mediche e fu detto che crescerà sino ai 25 anni e di altri 20 centimetri. La circonferenza della testa è di 84 centimetri; i piedi sono di circa mezzo metro e le scarpe son delle vere cassette di fiori; la mano aperta stringe una zuppiera; il naso – ahimè qual naso – è schiacciato, ma le narici dan l’idea di un doppio foro da calamaio. Quando allunga orizzontalmente il braccio vi sta sotto comodamente l’ing. Campiglio che è certamente l’uomo più alto di Milano. Abbiamo voluto chiedere qualche informazione su di lui. I suoi genitori – rispose l’interprete – son di statura ordinaria. Aboul Hool ha cinque fratelli, nessuno dei quali di alta statura (…)”.

Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.