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A cura di Gian Mario Andrico

Gian Mario Andrico sta realizzando una ricerca approfondita della vita del padre salesiano Antonio Bresciani, per 24 anni in Ecuador.
Popolis seguirà passo passo questa avventura entusiasmante che ha lo scopo di valorizzare un grande uomo della bassa. 


10° Puntata

Tonino non si tirava certo indietro quando c’era d’inventare marachelle – racconta Gabriele Manenti detto “Bibì”, amico del cuore, in quegli anni, del Bresciani.

Io ero più discolo, lo so bene, e anche se più giovane di due anni lo esortavo alla biricchinata, al furto nel brolo del dottor De Giuli Agostino, figura splendida e medico del paese, amico dei giovani e della povertà. Ma dove non aspirava la mia vivacità, arrivava la sua, dove finivo io incominciava lui. Si giocava al “gerlo” o “ciancol è canèla”, oppure a “vedrine”. Io, lui e suo fratello Mario eravamo i più bravi con le “ciche” di coccio. Costavano 10 lire alla coppia ma chi se le poteva permettere? Allora ci si arrangiava. ”Necessità aguzza l’ingegno”, dice un’antica arguzia popolare: le vincevamo al gioco. Poi vendevamo l’intero bottino, conservato dentro a sacchetti di pezza cuciti insieme dalla zia Maria Bulgari, ai ragazzi ricchi del paese: Giorgio Passirani, Oscar Baresani…

Tonino e il fratello Mario erano come cuciti insieme; campioni ad “andare a buchella”. Io invece accumulavo una fortuna di biglie prendendo il “cicòto”.
Il nostro era un triunvirato che stava a capo del “Borg dè Sura”, la banda più urbanizzata del paese. Le altre avevano le rispettive sedi in zone più periferiche, ma tutti ci si ritrovava al “Castello”, dove si consumavano le guerre più cruente e si stipulavano le “paci” più belle. Dopo, tutti insieme, si scavalcava la cinta che delimitava il brolo del dottor De Giuli, pieno di ogni ben di Dio: mele, pere, e quei filari d’uva “pisina” che mangiavamo stando sdraiati sul declivio del campo, strappando gli acini dal graspo direttamente con la bocca per via della vite-nana, bassa al suolo. Era un paradiso quel posto custodito, si fa per dire, da un angelo: quel già citato Dottore che fingeva di difendere la sua proprietà, in verità la conservava bella e generosa proprio per lenire la fame ch’era di tutti.

De Giuli viveva da solo. In casa era coadiuvato dalla signora Maria, mia zia per ragioni di parentado, ma amica di tutta quella schiera di scalmanati. Quanti eravamo? E chi lo può dire oggi con precisione? Nella grande cascina Bettoni, abitata dai Bresciani, vivevano tre ceppi: Bigio, Gioan e Gepi che erano i capi famiglia. Abitavano tre stanze in tutto, site al primo piano, ma i figli, che complessivamente erano 18, 19 con me che erano più le notti che rimanevo a dormire dai miei amici che quelle trascorse nel mio letto, stavano tutti insieme dentro ad un gran camerone. Poi si univa Gamba, Sachèl, Gnòc, Cichèlo, Bistec, Gepe, Farina Guido…una masnada infinita che come una sciame si spostava nel paese con estrema disinvoltura, con la libertà che è di chi conosce, della sua terra, anche i più nascosti segreti.

Una volta Tone; erano i primi giorni di settembre, entrò in un campo di granoturco, strappò qualche pannocchia matura, la nascose nella camicia e poi se la filò velocemente. Più in là l’aspettavano i complici, cioè io e Mario. Ci si nascose in una stalla: Tone strappava i “peli” dal grano maturo, Mario faceva la guardia e io, dopo aver rubato il giornale del giorno prima in casa De Giuli, costruivo in tutta segretezza certe sigarette proibite che avremmo fumato di lì a poco, talmente proibite che se ci avessero scoperto non si poteva nemmeno immaginare le conseguenze.

Un’ altra volta, nel pieno di una battaglia tra bande di quartiere, scoccai per aria col mio arco, una di quelle frecce che con Tone avevamo costruito ricavandole da ombrelli rotti. Dove terminò la corsa il micidiale dardo? Vicino all’occhio di Sachèl. Un dramma e una paura tremenda. Allora ci si rifugiava, dopo avergli devastato il brolo, nell’ambulatorio del Dottore che era, per noi, il deus ex machina d’ogni nostro problema, d’ogni situazione difficile: un uomo, per quello che ha fatto, poco ripagato in paese ma che noi ragazzi non scorderemo più.

Già in quegli anni Tonino vantava un appetito non comune, e nemmeno faceva difetto agli altri ragazzi. Per le quotidiane necessità del De Giuli, sempre lui, bastavano due panini visto che conduceva vita solitaria. In verità acquistava un chilo di pane al giorno, poi mandava Tonino nella stalla di suo padre a prelevare un litro di latte e si faceva festa grande.

Invece, per racimolare qualche “palanchina” ci si dedicava con impegno ai nidiacei, soprattutto si prestava cura alla cerca dei “merli dè macia”. Portavamo le nidiate a Gino Passirani, al maestro Scaglia, a Giulio Comini, a Dante Pilenghi detto Mago, tutti abili cacciatori, e la mancia era assicurata.
Alle pasque poi, sempre con il mio migliore amico d’infanzia, ci si occupava della pulitura delle catene dei focolari. Si percorreva la “rata” che porta alla piazza, decine, centinaia di volte, poi giù per il declivio naturale dove sorge e vive il nostro paese. Il dislivello è deciso ed è stato modellato nel tempo dal fiume Mella. Quando le catene erano lucide come le teste appena uscite dalle mani di “Pela porche”, il barbiere di tutti i figli della Bassa, era arrivata l’ora del servizio alla messa che svolgevo in coppia con Tone, alla sera così come alla mattina: erano ancora caldi i rintocchi delle cinque e mezza.

Antonio, finito il ciclo delle elementari non continuò regolarmente gli studi. Si fermò per due anni, sino ai 13 d’età. Poi, un giorno, io, lui, Gianmarco Frassine figlio del farmacista, benestante, e Giuseppe Moretti detto Gegè, figlio del panettiere, benestante anche lui, ci si portò a Pralboino per sostenere l’esame di ammissione alla scuola media. Era l’anno 1953. Tempo dopo mi rifiutai di ritornare là, per vedere se ero stato ammesso: avevo paura dei risultai che pensavo negativi. Allora ci andò Tonino. Presa in prestito la bicicletta di mio nonno che era sempre parcheggiata davanti all’osteria sulla piazza della chiesa, Tonino andò e tornò in un baleno. Aveva l’espressione mogia mogia: io e Gianmarco, uno dei benestanti, eravamo ammessi, lui e Gegè respinti. L’amico Bresciani ed io eravamo poveri. Per quanto mi riguarda devo infinita riconoscenza a mia madre che si “disfò” per mandarmi avanti. A quel tempo gestiva la bottega del consorzio di Pavone e tutti i proventi li impiegava per soddisfare la sua aspirazione: vedermi a scuola. A Tonino invece toccava tutt’altro destino.

Poco tempo dopo mi portò in un angolo del paese a noi noto e mi disse che sarebbe entrato in seminario. Lì per lì, pensai, non certamente per vocazione ma per raggirare l’ostacolo della povertà, oppure per evitare altri insuccessi: non era un aquila! A quel tempo ero un ragazzino, discolo e distratto. Lo confesso, pur nella più sincera e forte amicizia che legava me e Tone, non lessi mai un segno, un gesto che mi inducesse a pensare ad una vacazione religiosa. Era normale il mio amico, uguale a tutti noi, tanto semplice. Tanto buono…

Sì, a distanza di tanti anni lo rivedo così: semplice e buono e, a pensarci bene, oggi mi chiedo se quella sua bontà fosse poi cosa tanto normale.
Maledetta-stupenda gioventù: non potevo vedere chiaro, non capivo cosa veramente succedeva nel cuore del mio amico, cosa diceva sul serio don Benedetti, il “Padre”, al ragazzo, dietro la sagrestia, sull’altare, o quando li sorprendevo al confessionale: il prete dentro e lui, Tonino, fuori, devotamente inginocchiato, per lunghi minuti che a me parevano interminabili….