A cura di Gian Mario Andrico

Esenta di Lonato (Brescia) – Gian Mario Andrico sta realizzando una ricerca approfondita della vita del padre salesiano Antonio Bresciani, per 24 anni in Ecuador.
Popolis seguirà passo passo questa avventura entusiasmante che ha lo scopo di valorizzare un grande uomo della bassa. 


11° Puntata

Esenta di Lonato (Brescia), mercoledì 3 luglio.

Don Serafino Ronchi abita un’antica casa coi vòlti a crocera, costruita sul fondo di un cortile da dove arrivano e partono mezzi carichi di giovani del GRIMM (Gruppo di Impegno Missionario).

Nella stanza c’è gente che aspetta: una ragazzina che vuole parlare col prete; un uomo che ha tutta l’aria di essere un collaboratore. Poi c’è una giovane che inserisce nel computer dati, date e nozioni che parlano di posti lontani… La macchina elettronica gracchia musichette un po’ insulse che stridono con la sobrietà delle architetture circostanti.

Mi accompagno a Marisa: una Signora un po’ collega, un po’ amica, un po’ sconosciuta che per il passato ha sofferto molto. Ora va meglio.
Marisa torna volentieri sui suoi passi. Era stata lì anni prima, con la figlia decisa a partire per l’Ecuador, in quel tempo che per le due donne era stato duro. Don Serafino, la sua canonica, e l’opera di solidarietà da lui svolta, erano serviti a risollevare lo spirito delle madre così come quello della figlia…

Don Serafino incontra don Tone nel 1991. Il GRIMM, “Il Cantiere della Solidarietà”, si era trasferito in Ecuador per costruire il “Centro San Pablo Tandanacui”, presso Latacunga. Lo ritroverà nel 1996, allorquando i volontari del gruppo da lui inventato nel 1985, ascoltarono il grido d’aiuto lanciato da Peppo e Adriana dopo il terribile terremoto che danneggiò San Nicolas (Poyili-Ecuador).
I lavori di ricostruzione, iniziati nell’ottobre del 1996, finiranno nell’estate del 1998: don Tone era morto da un anno.

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Ci eravamo recati in Ecuador poco dopo la visita del Papa. Il Santo Padre aveva caldeggiato la cura delle vocazioni indios. Allora i preti bresciani: Lorenzo Voltolini, succesivamente nominato vescovo ausiliare di Portovejo, don Giorgio Peroni, don Angelo Nolli…si diedero da fare e decisero di costruire un Seminario. Poi, invece, è diventato tutt’altro, credo un centro pastorale.

Fu in quel tempo che, una volta alla settimana, vedevo arrivare un prete. Anzi prima sentivo la sua risata prorompente. Chi lo conosceva diceva: “Arriva don Tone”. Io ancora non sapevo chi fosse ma ho colto subito la semplicità rara di quel viso ampio e aperto. Mi presento e dico: “Mi chiamo don Serafino, e lui: Me so Tone e ognü i ga al nom che i sa merita”. Questa è stata la sua prima espressione.

Durante quei due anni di lavoro ricevevamo sue visite con regolarità, era un impegno che si era preso quello di visitare quel posto, quegli indios. Saliva per le scale di legno che scricchiolavano sotto il peso di quei piedi ampi, così come aveva grandi le mani. Ma quando abbracciava qualche bambino vedevi armonia pura, osservavi delicatezza infinita. La sua presenza riempiva il posto, quando c’era non si poteva fare a meno di accorgersi che era arrivato. La sua presenza era significativa, anche chiassosa. Amava i piatti bresciani che da noi trovava: paste, salame, persino qualche sorso di vino…ci tirava dentro. Arrivava sempre all’ora del pranzo ed è lì che è nata la nostra prima amicizia.

E’ però nel secondo incontro e nostro intervento in Ecuador, località Puchyli, che ho imparato a conoscere l’alta spiritualità del salesiano.
Noi siamo volontari, abbiamo il cuore molto tenero, per cui abbiamo detto subito sì alla ricostruzione di San Nicolas. Lì abbiamo costruito uno dei nostri gioielli: la cappella. Prima esisteva una chiesetta in stile coloniale ma il terremoto la fece crollare. Qui, in questo frangente, ci fu l’incontro ravvicinato e profondo con Tone che del posto era il padre spirituale. Ed è qui che ho scoperto la sua vera dimensione. A primo colpo mi era sembrata una persona superficiale; sai gli uomini estroversi, non pensi che abbiano un grosso spessore dentro. Se uno è tutto fuori è catalizzato dal fuori…Invece Lui si era conquistata una infinita grandezza dello spirito!

Quando arrivava la prima cosa che faceva (neanche salutava) era entrare in cappella a pregare. I nostri volontari vedevano la luce accesa nella chiesa per tutta la notte: era don Tone in meditazione. Quando pregava lui ti veniva la voglia di farlo con lui, come lui. Questo non succedeva solo agli indios che hanno una religiosità altissima, ma anche i nostri si lasciavano contagiare, coinvolgere.

Io non ho conosciuto padre Tone e gli indios. Io ho conosciuto il Missionario in rapporto ai volontari, questo è stato lo spazio del nostro incontro.

A vederlo pareva l’uomo dell’azione, come sono io anche se non mi voglio certamente paragonare a lui. Sembrava dedito all’attività esterna, mai fermo, sempre in moto, presente ovunque ce ne fosse bisogno. La differenza sta nel fatto che io, quando prego, penso anche alle cose che devo fare dopo, questa non è una cosa buona ma è una cosa vera…A lui, invece, riusciva uno e l’altro: un grande anche nella vita contemplativa.

Era tipicamente evangelico; persino disarmante era la sua infinita bontà, senza assumere atteggiamenti “da prete”. Non aveva la necessità (che è di tutti) di camuffarsi, di controllarsi, di dire questo e non quello. Era come l’acqua cristallina: ciò che era dentro era fuori. Possedeva un carattere primario, quello delle reazioni immediate; non aveva bisogno di mediazioni…Poi lo guardavi e ti pareva che avesse poco di uomo religioso anzi, penso non avesse regole. Adesso, a pensarci bene, scopro che questo è un aspetto molto importante: era libero da tutto perché le regole servono ai deboli, ai piccoli. Quando uno è grande la sua regola è il cuore!

Mi piacerebbe davvero che in questo lavoro – aggiunge e chiude don Serafino – fosse esaltata questa sua possibilità di essere libero, che è santità. Vera…!”