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A cura di Gian Mario Andrico

Sasso (Brescia) – Gian Mario Andrico sta realizzando una ricerca approfondita della vita del padre salesiano Antonio Bresciani, per 24 anni in Ecuador.
Popolis sta seguendo passo passo questa avventura entusiasmante che ha lo scopo di valorizzare un grande uomo della bassa.


12° Puntata

Aveva una fede più grande di quella di Abramo.
In questo era un gigante – racconta don Gianni Nolli, missionario in Ecuador per molti anni, che ha ben conosciuto don Antonio Bresciani.

Mi dicevo: fortuna che si mangia una torta intera, una stecca di torrone, o si beve con gusto una bottiglia di vino portato dall’Italia… se no come potevo dire che era un uomo “normale”. No, non era possibile, non poteva sopportare tutto e tutti, sempre. Qualche soddisfazione se la deve prendere anche lui, accidenti! Ogni uomo che è di questa terra lo fa, lo deve fare. Anche don Tone (quante volte me lo sono ripetuto in quegli anni) deve aver bisogno di qualcosa che lo gratifichi, lo conforti, lo aiuti…

Scoprivo invece, vedevo, che la mia speranza non era vera. La mia logica non funzionava; lui non aveva bisogno di niente, almeno di tutto ciò che un uomo, anche se prete, anche se missionario, necessita. Ma come si fa a non registrare mai e poi mai una soddisfazione, una rivincita, o a portarsi a casa una vittoria umana?
Ecco, don Tone ci riusciva, e io credo che questo gli fosse possibile perché aveva tutto, lo stesso. Quello che gli serviva stava dentro di sé; ciò che cercava, ciò che cercò sul serio, lo trovò di certo, subito. Lui aveva il vero Dio!

La testimonianza di don Gianni è di quelle vere. Parla con slancio, con passione perché il Tone lo ha osservato quasi come un sorvegliato speciale, con dentro la voglia, la necessità di capire meglio, di capire di più.

Io non so come gli riuscì di sopportare. Io lo dico, io lo devo dire che lo hanno sempre usato: i superiori, chi con lui collaborava. Don Bresciani si prendeva, si è sempre preso, le briciole, quello che restava: la parrocchia che nessuno voleva, le difficoltà scartate, il ruolo che non interessava, l’incarico più insignificante… Oggi mi dico: insignificante agli occhi di chi? Per chi? La risposta è una sola: agli occhi degli “uomini troppo normali”.

Ed è questa la sua più grande magia: riusciva, alla lunga, a trasformare le cose e le situazioni che parevano al mondo le più inutili e banali, in piccoli capolavori di bontà, di disponibilità ed efficacia.

Gli uomini del “Mato Grosso”? Non sempre e non tutti lo hanno capito. Sicuramente, a pensarlo da vivo, in pochi lo hanno apprezzato per quello che era, per come era. Ora sì, ora è più facile, per tutti…

Don Gianni parla con cognizione di causa. L’amico Tone lo ha indagato, si è interessato del suo stato di grazia. Racconta e dice verità dure, vere, disincantate.

Come riuscisse a pregare per ore e ore col Rosario proprio non lo capivo allora e continuo a non comprenderlo. Anch’io prego per diverse ore al giorno, ma col Rosario non saprei come. Lui, invece, vedeva… Le immagini e le scene del Vangelo che i misteri del Rosario evocano li vedeva sul serio. Riflettendo, affidandosi alla preghiera preferita da Maria, pregava non solo con la corona ma col Vangelo stesso.

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La giornata è calda, anche quassù, oltre le acque del Benaco, a Sasso, un paesino per metà montano e per l’altra lacustre, non foss’altro perché sul lago domina, dall’alto, e se lo gode tutto.

Don Gianni lo incontriamo in chiesa, ci saluta. Porta una tunica color bianco lino che perfettamente s’addice alla lunga barba paglierina.
Scopro, in questo paesino di niente, armonie fatte d’ospitalità, spontaneità, sincerità. Gli occhi di don Nolli procurano al suo volto un sorriso felice, ora che ha trovato dopo aver molto cercato…

Ho sempre avuto nel cuore e nella testa l’idea di farmi eremita, non solo per voglia di mera solitudine, o per la tentazione di abbandonare il mondo per quello che è.

Noh! Anche là, in missione, a contatto con la vera necessità, dove la vocazione senti che serve a qualcuno, a qualcosa, non ero completamente soddisfatto.

Ora, dopo aver parlato col mio Vescovo che mi ha ascoltato assecondando il mio sentire, mi ritrovo come in Paradiso.

Gli uomini sono complicati: Tone, Io, gli amici Giorgio Peroni, Mons. Voltolini…Dio si manifesta nella maniera più varia usa, per rivelarsi, strade infinite.

E’ il 24 luglio, mercoledì, uno di quei giorni che rendono l’estate insopportabile. Ma lì, a Sasso, la canonica ha sapori antichi, il pavimento è di pietra viva con incisa una data vecchia di secoli.

La chiesa ha i licheni sull’intonaco, e don Gianni tiene aperte tutte le porte. Una infila l’altra e insieme mostrano il lago. L’aria, trovato il giusto giro, corre a dondolare le tovaglie sugli altari.

Don Antonio -rammenta Nolli- non era un’ aquila.
Ma le aquile che lo circondavano volavano basso.
Lui, al centro di quella tremenda povertà; tremenda vuol dire che non riesci nemmeno a morire perché qualcosina mangi, volteggiava sicuro perché forti erano le sue ali. Forti come la fede incondizionata che possedeva.

Libere di quella libertà che pochissimi uomini conquistano.
Semplici come solo la natura sa creare!
Nella piccola conca sopra il lago, con noi, c’è anche la Musa del Tempo che non c’è. Mi guarda in quella luce diafana e mi dice che sono distratto, lontano.
Ma si sbaglia!
Sto semplicemente pensando… che si va verso la fine, oltre la tomba.

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