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A cura di Gian Mario Andrico

Esenta di Lonato (Brescia) – Gian Mario Andrico sta realizzando una ricerca approfondita della vita del padre salesiano Antonio Bresciani, per 24 anni in Ecuador.
Popolis seguirà passo passo questa avventura entusiasmante che ha lo scopo di valorizzare un grande uomo della bassa. 


15° Puntata

Gian Mario Andrico ha fatto parte del gruppo che per qualche giorno è stato presente a Quito per il convegno internazionale “Incontro Italia-Spagna-Ecuador. Costruiamo alleanza per sviluppare le finanze locali” che si è tenuto il 24 e il 25 ottobre 2002.

Località Josè Guanco, parrocchia di S. Marianita, ore 16 del 22 ottobre 2002. Lucrezia, Teresa e Carmen, religiose dell’ordine delle Laurite, ci accolgono in una stanzetta, al centro c’è un tavolino anni Settanta, in finto legno di mogano, lucidissimo, con un piano di falso marmo. Tutt’intorno alcuni divani ricoperti di vimini. La casa dove vivono le suore amiche di don Tone è semplice, l’arredamento racconcio, frutto di doni provenienti da posti diversi, anche dall’Italia.

Le Laurite vivono una decorosa povertà. Non tutti i giorni sanno cosa mettere in tavola e lì a Guanco, anche se sta per arrivare l’estate, l’ottobre alla fine è fresco e il riscaldamento manca.

Suor Carmen prende la parola, lo descrive come un uomo di pace… non che non avesse problemi… ma non cercava il confronto, e quando vedeva che qualcuno alzava la voce e la cosa era troppo forte, si metteva da parte e lasciava fare. Non gli interessava imporsi, riteneva inutile fare sentire il suo parere e aveva maturato la convinzione che far sentire anche la sua voce (ce n’erano già tante per aria) non servisse. Cercava sempre il punto di comunione, non lo scontro. Non rompeva mai con nessuno, per nessun motivo. Gli interessava solo la serenità del gruppo, della comunità…

Lucrezia sente che è arrivato il suo turno e descrive la contentezza dell’intero convento quando di domenica arrivava il Missionario.
Quando c’era lui c’era l’allegria. Il lunedì poi era giorno di confessioni. Ricordo che non mancava di chiedermi di pregare per lui. In questo era insistente. Io rispondevo che lo avrei fatto certamente e di buona lena ma protestavo la non assoluta, secondo me, necessità. Mi pareva già abbastanza santo: per quello che era, per quello che dava. Chiamava la Madonna “Mamita Virgen”, e quando la invocava ti sembrava che la Madonna fosse lì, nel chiostro, sotto ai portici, ogni dove. Non una sola volta l’ho sorpreso nel patio di questo convento totalmente rapito, come davanti ad un’apparizione…

Le altre suore ascoltano. Ogni tanto s’atteggiano ad espressioni di conferma, di compiacimento, ma rimangono in rispettoso silenzio.
Poi la suora, spontaneamente, incomincia un racconto.
Ha così inizio per me, dopo oltre un anno e mezzo d’indagini e dopo aver ascoltato decine e decine di testimoni, la parte più difficile della mia ricerca. Quello che sto ascoltando (per la prima volta) è poco razionale, un po’ troppo misterioso e, per come sono, meno maneggevole…Una fase questa che si consumerà tutta qui, in Ecuador e che, francamente, un po’ presagivo e insieme temevo.

La religiosa racconta di suor Mariella Montoia, che ora si trova in Columbia… di una strada tortuosa che da Latacunga portava… di una certa apparizione, laggiù sulla strada e Tone che diceva non farci caso, non farci caso…
Era l’anno 1986 e non posso, non voglio essere più esplicito…

Confesso invece che questa intervista (come altre nei giorni successivi) mi turbò non poco e mi fece ripensare al Tone sino a lì descrittomi, quello che lavava i piatti, che aiutava a caricare e scaricare, che era sempre presente dove serviva. Il Tone buono della Bassa, poi seminarista, poi missionario ma prete bresciano, nato in una terra a me nota e senza segreti… Ora lì, in quel racconto, in combutta con quelle montagne potenti, il Tonino di ieri, di sempre, perdeva contorno, sfumava via trasformato quasi da quel paese dove si era certamente realizzato, dove aveva avuto modo di migliorarsi, dove aveva trovato altro e di più…

Suor Lucrezia ha due occhi chiarissimi, luminosi. Quasi non ce la faccio a guardarli…
Ma suor Teresa non coglie il mio disagio. Serenamente continua nel solco della consorella, nel solco della fede che regna incontrastata in quel luogo, in quella patria disastrata dalla povertà e dalla necessità.

Quando ho saputo che era morto non ci ho voluto credere. Allora sono andata a Quito, dalla sua collaboratrice suor Coronita, perché volevo avere almeno una sua fotografia, pensavo che Coronita la potesse tenere. E invece no, non riuscì a soddisfare la mia esigenza. Il giorno dopo, mentre sfogliavo alcuni libri della biblioteca, uno si sfilò dagli scaffali e cadde per terra. Mi chinai per raccoglierlo e vidi là la sua immagine. Sorrideva, sorrideva forte don Tone. Eccola, la tengo sempre con me, stretta sul cuore. Vede? Guardi, ho la gamba ammalata, mi hanno detto di farmi operare prima che la malattia cresca, prima che sia troppo tardi. Io però non sono d’accordo, non mi farò guarire dalla medicina, dalla scienza. Aspetto il suo miracolo! (15.continua)

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