A cura di Gian Mario Andrico

Esenta di Lonato (Brescia) – Gian Mario Andrico sta realizzando una ricerca approfondita della vita del padre salesiano Antonio Bresciani, per 24 anni in Ecuador.
Popolis seguirà passo passo questa avventura entusiasmante che ha lo scopo di valorizzare un grande uomo della bassa. 


18° Puntata

Gian Mario Andrico ha fatto parte del gruppo che per qualche giorno è stato presente a Quito per il convegno internazionale “Incontro Italia-Spagna-Ecuador. Costruiamo alleanza per sviluppare le finanze locali” che si è tenuto il 24 e il 25 ottobre 2002.

Monasterio Nostra Signora de Lourdes.
Hanas Elarisas, località San Miguel de Bolivar,
ore 13 del 23 ottobre 2002, mercoledì.

Siamo partiti alle 5 e trenta del mattino. Ci aspettano 7 ore di taxi per arrivare e 7 per tornare. Il monastero di Nostra Signora de Lourdes lo raggiungeremo solamente dopo valicato il passo, a 5000 metri sul livello del mare, solo dopo aver sfiorato la maestosità del Khimborazo.

Le Ande là proclamano tutta la loro natura selvaggia, tutta l’infinità bellezza. Attraversiamo valli grandissime, ricoperte d’erbe sferzate da venti gelidi e inclementi. Qui ogni creatura, ogni oggetto e colore sono in armonia, nulla stride, niente è stonato.

Guardiamo lontano: non c’è nessuno, non un volo, un verso, un respiro.
Poi l’apparizione: un bambino. Veste i colori dell’arcobaleno dentro a quel mondo stemperato, quasi a voler rompere equilibri. Ha la pelle scura, color del sole; le mani sporche come il volto e i piedi. Avrà forse 7 anni. Ci passa vicino, ci guarda: il suo sguardo ha la consapevolezza di un vecchio. Non lo precede nessuno, nessuno lo segue. Ma dove va? Dov’è la sua casa? Chi l’accompagna e protegge? E’ compagno di se stesso; è figlio e padre di quelle montagne; è uno ma non solo; è piccolo ma pare un gigante. Ed è forte come i basalti di cui sono fatte le sue montagne innalzate dal fuoco.
Ma sarà, quel bambino, proprio povero come dicono gli europei?
A noi non sembra! E’ tanto in sintonia col suo mondo.

Arriviamo al convento. E’ un vecchio edificio restaurato con cattivo gusto e pochi mezzi. Dentro vivono 11 religiose di clausura. Altre 3, che possono uscire, scendono a valle, entrano nei paesi, bussano alle porte per chiedere la carità che serve a sostenere le consorelle votate alla preghiera.

Madre Maria è la superiora e per accoglierci degnamente ha riunito tutte le altre suore nel parlatorio. Sono tutte là, composte, in ordine simmetrico, dolcissime, con sguardi che ammaliano.
“Ma perché sono tanto felici, cosa c’è dentro a quel cenobio che le rende così contente: sono sole, fuori dal mondo, dimenticate da tutti, anche dai superiori. Che cosa ci può essere in quel posto che sa rallegrare tanto degli esseri umani?” – chiediamo.

Quando però le religiose incominciano a parlare molte delle nostre domande si rivelano per quello che sono: inutili e superflue. Usano parole semplici, formulano concetti lineari, ingenui al punto da sconcertare. Sembrano bambine…
Ci raccontano che sono arrivate in questo posto 8 anni prima e ci sono rimaste solamente grazie all’insistenza di padre Tone.

“E’ freddo qui, scomodo, e tutto è molto più difficile al punto che avevamo pensato di ritirarci più a valle. Ma l’amico Missionario ci ha pregato, scongiurato di non andarcene: ci ha garantito che quassù è più viva la presenza della Madonna.
Abbiamo un ricordo grande di lui. Non arrivava mai a mani vuote. Ci portava pane, che da noi non c’è se non molto vecchio. Ci diceva che eravamo fortunate a vivere in un angolo del mondo tanto bello e sperduto. Amava la natura forte, cercava intimamente la solitudine. Più volte aveva manifestato il desiderio di ritirarsi in un eremo, lontano dalle cose, dalle tentazioni…
Ricordiamo con emozione quel giorno che mentre celebrava la messa con somma devozione, parlando di Maria pianse. Subito dopo si sentì un forte profumo di rose. Era il 1995. Alla fine della celebrazione ci riunì tutte per cantarci un inno alla Madonna. Da allora lo cantiamo ogni giorno”.

La superiora senza esitazione e con regia perfetta fa un cenno alle consorelle. Subito tra le Ande immacolate si alza un dolce canto.
E mi pare Natale.(18.continua)