A cura di Gian Mario Andrico

Esenta di Lonato (Brescia) – Gian Mario Andrico sta realizzando una ricerca approfondita della vita del padre salesiano Antonio Bresciani, per 24 anni in Ecuador.
Popolis seguirà passo passo questa avventura entusiasmante che ha lo scopo di valorizzare un grande uomo della bassa. 


19° Puntata

Gian Mario Andrico ha fatto parte del gruppo che per qualche giorno è stato presente a Quito per il convegno internazionale “Incontro Italia-Spagna-Ecuador. Costruiamo alleanza per sviluppare le finanze locali” che si è tenuto il 24 e il 25 ottobre 2002.

Centro di formazione San Pablo Tantanacui,
Santa Rosa de Belisario Quevedo, giovedì 24 ottobre 2002, ore 23,30.

L’appuntamento con don Giorgio Peroni era previsto per un’ora decente.
Ora l’orologio segna le 23 e trenta e la macchina, guidata da don Pino, entra nel lungo viale del centro. Dalla parrocchia dove vive don Pino e dove il prete ci ha preparato una pastasciutta c’è voluta un’altra ora di strada prima di raggiungere don Giorgio. La giornata è stata faticosa ma ricca d’incontri e voci.
(Molte altre sono le persone che in questo viaggio abbiamo incontrato e che di don Tone ci hanno voluto lasciare testimonianza. Citiamo il parroco della cattedrale di Latacunga don César A. Balaiero; molti Campesinos incontrati sui monti che lui frequentava; ragazzi OMG “prima generazione”; altri religiosi italiani o ecuadoriani…)

Siamo in spudorato ritardo. Quando arriviamo Ana Maria Josè Gil Larrota, che ci ha aspettato per più di due ore e che ben ha conosciuto Tone, è ormai a letto. Ci attende però don Giorgio (un altro bresciano ) che ha scelto l’Ecuador e che qui sta spendendo la sua vita in missione.
Il sacerdote non se la sente di rimproverare il nostro ritardo, sa che stiamo lottando con il tempo e che le persone da sentire sono molte, sa che nemmeno riusciremo a sentirle tutte.

Ecco il suo racconto.
L’ho conosciuto nel ’79. Ci siamo incontrati per la prima volta in Italia: avevo bisogno di alcune informazioni inerenti l’Ecuador, visto che avevo intenzione di andarci.
La nostra amicizia però, che penso forte e vera, l’abbiamo costruita qui.

Di lui apprezzavo soprattutto la grande serenità. Come riusciva ad essere allegro sempre e comunque mi colpì profondamente, così come davo grande valore alla scelta da lui fatta di voler stare coi più poveri, quelli che vivevano la parte alta delle Ande. Con gli “indios” non solo riusciva a stare ma ad essere insieme, e questa non è per niente una cosa scontata! Credo che conoscesse il mondo “indios” molto meglio di tanti nazionali.

Non so fino a quale punto sia stato in grado di far propria questa cultura, però sono sicuro che è stato capace di amarla. Era insolito, anche per me, vedere uno “straniero” tanto intimamente integrato tra questa gente. Partiva per i posti più lontani, isolati, disperati. Stava lontano dalla missione, dalla parrocchia, anche alcuni giorni. Dormiva con loro, mangiava con loro, viveva come loro. Tra quelle montagne si sentiva realizzato, e dentro a certe realtà e situazioni non è facile starci! Soprattutto a Sumbaua si sentiva a casa propria.

Questo i “Campesinos l’hanno capito. Io ho compreso fino in fondo la sua profonda fusione con la gente di qua solo nei giorni precedenti il suo funerale. Arrivavano da tutte le parti, da tutte le province: c’erano i poveri, i ricchi; venivano da lontano, dai monti e dalla costa… Una grande testimonianza spontanea d’affetto e riconoscenza. Ecco, sul discorso umano il Tone c’era di certo!

Era semplice? Lo era, ma essere come lui non vuol dire essere meno, sia chiaro. La sua somma semplicità era il frutto di una conquista non di un difetto…Per di più non lo dava a vedere: in questo era un artista. Ed era artista anche quando parlava ai ragazzi che seguiva, senza stancare nemmeno gli adulti che lo stavano ad ascoltare. Questa, ritengo, è un pregio rarissimo.

No! dei suoi talenti non amava parlare: per umiltà, per voto, ma ben sapeva di possedere (o di avere conquistato) qualcosa di veramente buono, qualcosa di grande. Tra di noi s’accollò il difficile ruolo di “cerniera”: tra i Salesiani e l’Organizzazione; tra gli indigeni e i “bianchi”; tra i mille problemi che gli uomini s’affannano a creare…

Era l’uomo che non si metteva tanto nei problemi, ma da fuori e da sopra (altro suo talento) era capace d’illuminare e aiutare. Non prendeva mai le parti o le ragioni di questo o di quell’altro, ecco perché nel momento del giudizio era lucido e risolveva. Il suo più grande merito è stato quello di aver speso la vita per unire, non per dividere come fa la stragrande maggioranza degli uomini.

Purtroppo negli ultimi tempi della sua vita l’ho un po’ perso, l’ho visto poco: eravamo troppo distanti e in Ecuador le distanze dividono ancora. Sì, era un uomo e un prete vero, e nemmeno questo è scontato.
Nel suo genere irripetibile. (19.continua)