A cura di Gian Mario Andrico

Esenta di Lonato (Brescia) – Gian Mario Andrico sta realizzando una ricerca approfondita della vita del padre salesiano Antonio Bresciani, per 24 anni in Ecuador.
Popolis seguirà passo passo questa avventura entusiasmante che ha lo scopo di valorizzare un grande uomo della bassa. 


20° Puntata

Gian Mario Andrico ha fatto parte del gruppo che per qualche giorno è stato presente a Quito per il convegno internazionale “Incontro Italia-Spagna-Ecuador. Costruiamo alleanza per sviluppare le finanze locali” che si è tenuto il 24 e il 25 ottobre 2002.

Si riparte. La notte è giovane a S. Nicolas quando ci si mette in viaggio. La meta è il mercato di Sumbahua. Valerio vuole arrivarci di primo mattino per scattare le necessarie fotografie. Sì, necessarie per corredare il libro: indispensabili per documentare ciò che l’amico teme di perdere, di non vedere più: il mondo vero dell’Ecuador e l’umanità che qui, su queste montagne, per ora è salva.

Se un giorno – dice Valerio – anche questo scomparirà sotto i colpi del presunto riscatto di questa terra, sarà immane catastrofe. Mentre ci avviciniamo al villaggio incontriamo gli indios che s’apprestano al mercato. Precedono i lama carichi di frutta, di prodotti dell’artigianato locale e di ogni cosa che qui, sulle Ande, è strettamente necessario portare il sabato sulla piazza.

Il mercato è un opificio di povertà, umanità e ingegno messo in campo dalle strette regole della sopravvivenza. Non pensavo potesse ancora esistere al mondo una realtà tanto genuina, forte. Piove ma nessuno pare se ne accorga. Non è come da noi che tutti la rifuggono, se ne proteggono, dà fastidio. Qui l’acqua è ancora elemento naturale, fa parte della vita.

Scende lungo le stradine impervie trasportando sporcizia; passa sotto le pance di centinaia di lama parcheggiati sui cigli; impregna le stoffe felpate che i campesinos indossano. E mi pare il Medioevo! Vivo è il mercato: straripa tradizione e regole antiche non ancora distrutte. Osservo incredulo quegli uomini, quella condizione, quell’economia di sussistenza che riconosco per averla un po’ rincorsa e studiata, un po’ immaginata.

La povertà (ai nostri occhi) è grande, ma quanta dignità rispetto alla miseria dei poveri di città, imbrogliati dai “bianchi”, riempiti d’illusioni e chimere. Vedo una vecchia più povera dei poveri. Cammina a piedi nudi, veste alcuni stracci indistinguibili e ha fame. S’avvicina ad un banco dove si cucina: un pezzo di qualcosa che fuma, volando, entra dentro al suo grembiule spalancato. Un attimo dopo il fumo scompare nella bocca della donna, tutt’intero: pare la fame di un ragazzo.

E’ la prima volta che vedo un povero che fa la carità ad un altro povero, senza chiasso, senza scena, velocemente. Dalle nostre parti succede solo nei film, nell’Albero degli Zoccoli. Sì, la povertà (ai nostri occhi) pare grande ma qui i miracoli succedono ancora! Mi sento bene immerso a questo bagno di odori, di uomini, di voci, di mucchi d’oggetti indecifrabili, d’ingenui cuori: ancora e per fortuna, a chiarire a noi, “ricchi” e diversi, che il mondo è il mondo e non è un ufficio asettico, un supermercato in scatola, un groviglio di strade, un emporio di falsi problemi…

La mattina è volata via insieme ai fumi della piazza; così come è sparita l’immondezza rimasta sul selciato di fango, ripulita da maiali neri allo stato brado. Vediamo scendere da un sentiero impossibile un grande fuori strada.
Alla guida c’è una piccola donna che ha un bel sorriso. E’ bresciana, di Lumezzane, si chiama Betta e vive a Sumbahua da 18 anni. Guida con energia insospettata Betta Ungaro; ci porta un po’ più in su, ci presenta Loretta, bresciana, di Barbariga. Nasce spontanea una domanda: “Perchè tutti questi bresciani in Ecuador”? Vuoi vedere, ci diciamo, che i bresciani sono generosi?

Loretta Inverardi e Betta non sono sole. Ancora più in alto, località Quindisilli, c’è Maria. Viene da lontano, è polacca. Ha uno di quei cognomi che si possono scrivere ma non leggere: Bleggi Kieniewiez. La giornata è piovosa, quasi lugubre. Il fango regna ovunque, insieme alla tristezza di un angolo di mondo lontano dal mondo (pensiamo noi). Qui, però, regna anche qualcos’altro: la disponibilità, il sacrificio, la carità di queste donne che non sono bionde, che non vanno dalla parrucchiera, nei negozi d’abbigliamento…ma sono belle! Hanno le mani rugose come le donne viste e toccate sul mercato…ma sono nuove!

E’ Maria la più loquace. Credo che abbia voglia di raccontare dell’amico Tone; vedo che gli fa bene ricordarlo, ora, con noi, per noi. Io sento di doverla ringraziare perché Maria, la dolce Maria, ha tutta l’intenzione di volerci concedere più che un’intervista, una “confessione”.

Arrivata in Ecuador entro nella casa delle Laurite. Arrivano Tone e Pio che mi strappano da là. Mi portano a Sumbahua. Ma il nostro arrivo è rocambolesco, i locali ci scacciano al grido: “No queremos…que se vayan” (non vi vogliamo…andate via).

Era la domenica di Pasqua del 1974. Tone era arrivato l’anno prima, nel ’73. Dal ’74 al ’76 ho girato col missionario di Pavone Mella di casa in casa. Era un uomo molto pulito; soffriva la povertà degli altri; preferiva la carità umana al giudizio. Ora, quando penso a lui so che noi eravamo del mondo, lui no! Non era razionale come noi giovani avremmo voluto che fosse.

Gli dicevamo: “Tone dove vai? Cosa fai? Perché non prendi posizione; sei uno di noi o non lo sei? Sì, l’abbiamo lasciato solo: noi volevamo essere “adulti, grandi…” Lui voleva assomigliare ai “bambini”, e non abbiamo capito bene la sua volontà, la bellezza della sua anima, la sua obbedienza e docilità che alcune volte dava persino fastidio.

Lui preferiva ascoltare invece di parlare; voleva imparare non insegnare; amava servire invece di comandare…Oh sì! Aveva un cuore grande, molto più grande del mio, del nostro, e mi rendo conto, ora, che dovrei, vorrei seguirlo di più. Sento di essere stata molto fortunata ad averlo conosciuto. Lui mi ha voluto veramente bene, bene sul serio.

Era un uomo che sapeva amare e ti amava per quello che eri, senza pretendere di cambiarti, senza contropartite. So anche però che il suo esempio, la sua testimonianza di fede è troppo grande per chi è come me, per troppi di noi. E questo mi mette in crisi, mi fa soffrire! No, non era staccato dal mondo. Verso gli ultimi anni aveva qualche tentazione, le ha sempre avute, come tutti gli uomini…Qualche comodità, la stanchezza da assecondare…me lo diceva.
A me voleva dire tutto. Credo fosse molto solo. Grande il Tone. Grande!

(20.continua)