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A cura di Gian Mario Andrico

Esenta di Lonato (Brescia) – Gian Mario Andrico sta realizzando una ricerca approfondita della vita del padre salesiano Antonio Bresciani, per 24 anni in Ecuador.
Popolis seguirà passo passo questa avventura entusiasmante che ha lo scopo di valorizzare un grande uomo della bassa. 


21° Puntata

Gian Mario Andrico ha fatto parte del gruppo che per qualche giorno è stato presente a Quito per il convegno internazionale “Incontro Italia-Spagna-Ecuador. Costruiamo alleanza per sviluppare le finanze locali” che si è tenuto il 24 e il 25 ottobre 2002.

In quei giorni è stata raccolta la testimonianza di Gisella, Gabriella e Barbara.

Nayon, venerdì 25 ottobre 2002 – Attraversiamo tutti i 50 km di superficie sulla quale sorge la capitale.  Arriviamo in località Nayon, in un fondo valle fuori pochi km da Quito c’è una bella casa abitata dalla famiglia Micheli, italiani arrivati in Ecuador nel 1975.  La padrona di casa, la signora Gabriella Stoppi, romagnola di “razza”, ha gestito per decenni un ristorante italiano noto in Quito col nome di “Vecchia Roma”.

Dopo una settimana riprovo l’impareggiabile piacere della cucina italiana.
La signora Gabriella è un’eccellente cuoca e conosce le regole dell’ospitalità.
La tavola è presto imbandita ma prima suor Gisella ci racconta di Tone.

Era anche un burlone. Spesso mi diceva: “Noi? T.F.C.” – che voleva dire tagliati fuori completamente da Dio – Questo era il suo parere. Parlare di lui è come parlare di un fratello. Possedeva l’innocenza battesimale; credo fosse impossibile che potesse peccare! La sua libertà dal mondo la sentivi palpabile, come reale provavi in lui la presenza di Cristo. Era un vero uomo, una persona completa e rara. Se lo guardavi così come si presentava avevi l’impressione che in lui non ci fosse nulla di speciale, poi però quando lo avvicinavi e imparavi a conoscerlo scoprivi quanto fosse unica la sua natura: era incredibile la sua bontà…

Intervallate alle dichiarazioni di suor Gisella ci sono quelle della signora Gabriella che dice di come l’amico di Pavone frequentasse volentieri la sua cucina, di quanto mangiava, di come sapeva confessare, di che natura fossero i suoi consigli…

Brucia ancora in me il ricordo di quel fattaccio (presunto tale) di tanti anni fa.
Nel mio ristorante, tra la gente che conoscevo, incominciò a spargersi la voce maligna che diceva di mio marito Alessandro. Si vociferava di una lettera arrivata dall’Italia, di un figlio che là il mio compagno aveva e che mi aveva tenuto nascosto. Ricordo la mia disperazione, la rabbia provata e la voglia di vendetta. Parlai con “Verner” (con questo nomignolo tutti conoscevano il mio sposo), lo invitai a lasciare la casa che insieme avevamo costruito, ad andarsene per sempre. Arrivò padre Tone. Lo avvicinai per riferire il mio dramma, per chiedere il da farsi: con mia grande sorpresa mi pregò di perdonare…E per fortuna che l’ho ascoltato…

Arriva Barbara. E’ figlia dei Micheli ed è cresciuta con Tonino, col suo appoggio. Tra di loro è nata un’amicizia profonda; il loro rapporto spirituale è alto. Barbara non è sola, l’accompagnano i figli: maschio e femmina e sono gemelli. E’ il giorno del compleanno della mamma e la bella famiglia intende festeggiare dai nonni. Poco dopo arriva anche il marito: è un medico, un oncologo che avrò modo di conoscere un po’ più tardi e con sommo piacere. Invece Barbara mi deve stare a sentire, deve rispondere alle mie domande. Mi sento in colpa però quando la vedo piangere per tutta la durata del nostro incontro. Il suo è un pianto soffocato, un dolore ancora vivo, nonostante siano passati sei anni dalla morte del Missionario-amico.

Mi metteva la mano sul capo…Mi bastava per sentirmi in pace. Sono innumerevoli le volte che mi ha sorpreso, che mi ha meravigliato col suo essere così com’era. Quando avevo un problema e la soluzione mi pareva irraggiungibile andavo da lui. Io avrei voluto confessarmi, lui mi parlava da amico e mi dava risposte di tale e tanta semplicità che mi sconcertavano. Poi pensando a quelle disarmanti (per ingenuità) sue parole le scoprivo geniali…Erano talmente facili le soluzioni che mi prospettava che all’inizio mi sembravano banali. Mi diceva che il meglio sta sempre nella volontà di Dio… Lui stesso era diventato lo strumento di Dio. Col suo “corpaccione” non era ostacolo fisico all’aiuto di Cristo, anzi. Dio ti arrivava attraverso di lui senza filtri perché era stato capace di annullarsi, lui non esisteva, era solo il tramite. Quindici giorni prima di morire mi fece chiamare. Lo trovai piangente e triste. Mi disse che doveva rivelarmi alcune cose, certi segreti…

Barbara smette il racconto ma continua a singhiozzare nel ricordo. Mi permetto d’insistere e riferisco di sapere che Tone in nome della loro grande confidenza e amicizia gli aveva consegnato in quell’occasione una busta gialla, con alcuni scritti. Forse il testamento spirituale?

Mi dispiace – riprende a dire Barbara – ma quella è solo mia, così come mio rimane il dolore di averlo perduto. Certe volte mi assale la voglia struggente di rivederlo, di parlargli, di stare un po’ con lui, come quando ero bambina.
So che un giorno succederà!
(21.continua)

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