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A cura di Gian Mario Andrico

Esenta di Lonato (Brescia) – Gian Mario Andrico sta realizzando una ricerca approfondita della vita del padre salesiano Antonio Bresciani, per 24 anni in Ecuador.
Popolis seguirà passo passo questa avventura entusiasmante che ha lo scopo di valorizzare un grande uomo della bassa. 


22° Puntata

Gian Mario Andrico ha fatto parte del gruppo che per qualche giorno è stato presente a Quito per il convegno internazionale “Incontro Italia-Spagna-Ecuador. Costruiamo alleanza per sviluppare le finanze locali” che si è tenuto il 24 e il 25 ottobre 2002.

Quito, Casa Missioneras Lauritas, venerdì 25 ottobre, ore 18 e trenta.

Che venerdì questo venerdì.
Sono esausto per la fatica e le emozioni che pensavo esaurite.
Invece eccomi nella stanza dove vive madre Corona Ortis Perez detta “Coronita”, la suora che per 19 anni lavorò con Tone sul versante della catechesi, e per altri cinque nella traduzione dal castigliano al quichua della Bibbia.

E’ una simpatica signora dal volto pieno. Ora è anziana ma l’età non ha avuto vittorie sulla personalità e lo spirito della religiosa. La sua “vecchiezza” è di quelle buone, anche se vive una situazione di evidente povertà.

Abita una stanza appena che funge da cucina, camera da letto, bagno e angolo lavoro dove conserva tutto il materiale elaborato nell’intera vita: un emporio di scatole, faldoni, cassette e contenitori che raggiungono la soffitta arrampicandosi su per tutte le pareti.

A lei, per muoversi, rimangono 2 metri quadrati al centro della stanza dove ci accomodiamo e c’è un tavolino, due seggiole e un inginocchiatoio per pregare. Inevitabili partono dentro la nostra mente allenata nel fare facili paragoni alcune domande: dove vivrebbe in Italia una donna che conosce diverse lingue, è una raffinata intellettuale, ha alle spalle un’esperienza di fede grande e un carisma notevole?

Coronita però è felice: i suoi occhi sono il riflesso della sua interiore serenità e contentezza.
Cerchiamo di riscattarci presto dai nostri banali pensieri e ci chiediamo il perché in questa terra povera la gente è ancora tanto ricca d’umanità e fede.
Ho un flash felice e malinconico della mia infanzia.

Le condizioni di vita di madre Corona mi fanno ritornare alla mente ciò che solo apparentemente pensavo rimosso dalla mente: la casa povera dei miei genitori, in quel tempo che mi vide bambino. Penso anche che sono bastati 4 decenni per sconfiggere, in Italia, quella povertà e cancellare quella realtà…

Mi sembra ora di comprendere, di capire quale può essere stata la gioia del Missionario quando in questo luogo riscoprì il lato migliore proprio delle contrade che lo videro nascere. Quel modo di essere che sparì con la fine della “Civiltà contadina” che qui, sulle Ande, ancora impera.

Arrivai in Ecuador che era il 1941.
Don Antonio era nato da un anno appena – dice “Coronita”. Avevo 22 anni, ero già suora e tutti mi chiamavano Madre huahua (suora bambina). Venivo dalla Columbia con chiara in testa la vocazione missionaria. Nel 1950 lavoravo in “Rio Bamba”, seguivo la pastorale e facevo catechismo. Fu in quegli anni che si decise di trasmettere agli indios la parola di Cristo con la lingua locale.

L’idea fu di Mons. Leonidas Proano, sostenuta successivamente da Mons. Sisnero e quindi dal vescovo Ruiz che nel 1972 diede nuovo impulso all’idea e ci esortò a tradurre tutto quello che era possibile e in tempi brevi. Arriva don Bresciani e trova il lavoro che stavo svolgendo geniale. “L’unica via – dice – per far giungere ai campesinos il messaggio cristiano in maniera incisiva”. Anche lui ci si butta. Io traducevo, Tone verificava sul campo e modificava ogni inflessione per meglio avvicinarsi al linguaggio del posto. Infatti non imparò mai lo spagnolo, diceva che non gli serviva, che non era indispensabile.

Apprese invece, e in poco tempo, la lingua “quichua”. A “Latacunga” s’incominciò a tradurre anche la Bibbia principiando dal Nuovo Testamento. Il lavoro però non venne benissimo, tuttavia i vescovi Ruiz e Sisnero ci spronarono a continuare e a tradurre anche il Vecchio Testamento. Il lavoro lo conclusi con lui. Entrò in ospedale di lunedì. Il giovedì prima si lavorò tutto il giorno sul vocabolario 1. Quando nel 1997 l’opera venne presentata il vescovo di Quito, Gonzales disse: “Fatela arrivare in cielo questa Bibbia, al Tone”.

Ascolto e annoto ogni parola e contemporaneamente mi guardo intorno scoprendo un “arredamento” insolito. Dietro al letto due rami incrociati formano un’enorme croce; in un angolo c’è un quadro con un Cristo crocefisso e ha gli occhi aperti… Dentro ad una vecchia cornice ecco una fotografia del Prete bresciano che ride alla sua maniera. Ci sono pentole insieme a libri, a pantofole, a scope, ad una scatola Liberty con caffè Fago che la suora più volte ci consiglia di provare per la sua bontà. Poi sacchetti con del cibo: uno è stato aperto e poi sigillato con dello scoch.

Sopra una seggiola c’è una macchina da scrivere, nera, con i tasti color argento. Ne ho visto una simile ad un mercatino di modernariato a Castelleone, provincia di Cremona. C’è poi uno scaffale, chiuso con una tenda che scorre su di un filo teso per mezzo di alcuni anelli di ottone: intravedo alcune piccole scatole, non riesco a leggere cosa c’è scritto ma sono certamente dei medicinali… Fa fatica a camminare Coronita, si sposta appoggiandosi ad una seggiola e trascinando i piedi…

Mi prega di salire sopra una catasta di scatoloni, me ne indica uno in particolare e mi prega di toglierlo dalla pila. Lo depongo per terra. La suora lo apre, toglie una cassetta e si avvicina ad un giradischi con incorporato un mangianastri. L’accende. Nella stanza si alza una voce. Ammirato ascolto quel canto, quel pianoforte suonare, quel Tone cantare… Ma questa voce?
E’ la sua! E capisco, ora, da cosa dovevo incominciare… (22-continua)

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