A cura di Gian Mario Andrico

Esenta di Lonato (Brescia) – Gian Mario Andrico sta realizzando una ricerca approfondita della vita del padre salesiano Antonio Bresciani, per 24 anni in Ecuador.
Popolis seguirà passo passo questa avventura entusiasmante che ha lo scopo di valorizzare un grande uomo della bassa. 


24° Puntata

Gian Mario Andrico ha fatto parte del gruppo che per qualche giorno è stato presente a Quito per il convegno internazionale “Incontro Italia-Spagna-Ecuador. Costruiamo alleanza per sviluppare le finanze locali” che si è tenuto il 24 e il 25 ottobre 2002.

Località Kayambe, giovedì 24 ottobre 2002, ore 10.

L’ispiratrice fu senza dubbio alcuno Emma, …garantisce padre Pio.
L’esperienza di sua madre diventò la motivazione…

Le affermazioni dell’amico di Tone ci confortano sulle intuizioni avute.

Poi ci furono altri “paletti”, come direbbe il Pino, ai quali s’aggrappò e che non mollò più, per tutta la vita…continua a testimoniare il missionario veronese.
Vedi? Quella là è la sua parrocchiale, dove c’è stato gli ultimi anni della vita, con Alessandro e Diego…

E così tu sei riuscito a leggere tutte le lettere che sua madre gli scrisse. Che bravo il Tone, le ha conservate. Io invece ho fatto un’asinata. Anche lei, mia madre, mi scriveva cose meravigliose. Altro che S. Giovanni della Croce! Un bel giorno, anzi un brutto giorno, le ho buttate. E’ stata, credo, l’asinata più grande della mia vita perché potevano essere una preziosa scuola di santità.

Dico a padre Pio che nell’opera di preservazione delle lettere di Emma ha avuto un ruolo determinante Maria Rosa, la moglie di Mario, il fratello, che ha conservato tutto del Missionario di Pavone.
Se non c’era la Maria Rosa questo libro non poteva nascere così com’è, impostato sui documenti e le testimonianze.

Claro che sì…conferma Pio.
Bello, mi piace che la ricerca si apra con un omaggio alla mamma del mio amico; direi una geniale intuizione, giusta, doverosa. Ne sarà contento Lui. Sì, ne sarà proprio contento!
Tone ed io siamo stati assieme i quattro anni della teologia. Prima non ci conoscevamo.

Avevamo costituito due gruppi: uno veneto, il mio, composto da Alberto Panerati, Franz e io; e quello lombardo fatto dal Tone, da Remo, Elio e Pino. Due squadre affini che condividevano gli ideali, i progetti di vita che erano orientati verso i poveri ed eravamo, tutti insieme, legati al Mato Grosso.

Dopo essere diventati preti siamo partiti. Pino e Franz non si sono ordinati subito. Nel 1972 arrivo in Ecuador, era agosto. In novembre mi raggiunge Tonino, a “Sumbahua”. E’ rimasto lì 20 anni. Io molto meno perché Lui si comportava bene, io invece litigavo con i superiori. Nel 1976 mi hanno inviato altrove. Così sono andato a “Talahua”.

Io ero impegnato nelle attività pratiche: costruzioni, ospedalini, case per le suore…Lui si è immerso subito nell’attività pastorale, assieme a suor Corona, che aveva già i suoi annetti e con la quale iniziò l’infaticabile opera durata più di 20 anni rivolta alla catechesi e alla traduzione…

Così che il mio amico fu subito ammesso nel clan dei “Campesinos”, e non solo perché aveva imparato la lingua locale da “Coronita” ma, e soprattutto, perché amava quella gente e da loro era amato. Era paziente, non si meravigliava di niente, non si alterava mai. Sì, perché doveva fare uno sforzo tremendo se voleva arrabbiarsi…

Ora, quando lo penso, mi sento profondamente in colpa perché sono stato io a trascinarlo a “Kayambe”. Avevamo bisogno di uno come lui, pensai che fosse la nostra salvezza, io avevo necessità che lui fosse qui perché era ciò che io non sono mai stato. Nel fare questo ho pensato a tutti e a tutto meno che a lui e; guarda chi era Tone, non ho mai saputo della sua grande sofferenza per il trasferimento. Solo anni dopo, quando la ferita si era lenita mi confidò il suo soffrire. Ma anche qui, da me non è stato mesi e anni a piangere, si è rimboccato le maniche e ha creato quello che gli era riuscito a “Sumbahua” e subito ha incominciato a raccogliere i frutti.

Io non so come faceva sto “maledetto”: entrava subito in sintonia con i migliori, lo aiutavano, lo seguivano, lo assecondavano, lo amavano… Pensa che nel 1974 è venuta a trovarmi mia madre ed è rimasta quattro mesi. Con chi pensi “filasse?” Col Tone più che con me. E’ notorio il fatto; ricordato anche durante la celebrazione del suo funerale, del “patto”tra i due: avrebbero per il resto dei loro giorni recitato il Rosario, ovunque si trovassero. Ma perché, mi dicevo, non lo ha fatto con me questo patto? Anche se so, francamente, non servirmi nessuna risposta perché la conosco bene: mia madre sapeva che Lui avrebbe mantenuto l’impegno, io no.

Tre giorni prima di morire mi ha cercato. Io non sapevo delle sue reali condizioni. Così ci siamo rivisti e da quel giorno, tutti i giorni, gli portavo la Comunione. Quando è stato dimesso dalla Clinica internazionale non si sentiva bene al punto che chiese di essere visitato dal suo medico, il dott. Morian che, invece di mandarlo a S. Nicolas come previsto, lo fece immediatamente ricoverare al Metropolitano dove il giorno dopo morì.

Voleva confessarsi tutti i giorni e fu proprio durante una di queste confidenze che mi ha detto, con una serietà che mi ha sbalordito, di avere visto la Madonna. “Pio, vacca brutta, ho visto la Madonna e mi ha detto che mia mamma è in Paradiso…”

Me lo disse con tale e tanta commozione che sono certo andò così.
Ed è morto con questa certezza nel cuore, ed era impaziente di vederla sua madre in quelle ultime ore, ora che sapeva…

Padre, chiediamo, non le ha mai confidato di avere paura della morte?

No! Mi aveva lasciato capire invece che stava aspettando, che sapeva e che aveva avuto la chiara sensazione di essere arrivato al capolinea.
Questo sì, ma niente paura! (fine)

Gian Mario andrico