a cura di Gian Mario Andrico

Gian Mario Andrico sta realizzando una ricerca approfondita della vita del padre salesiano Antonio Bresciani, per 24 anni in Ecuador.
Popolis seguirà passo passo questa avventura entusiasmante che ha lo scopo di valorizzare un grande uomo della bassa. 

 

8° Puntata

Domenica 12 maggio 2002, ore 9 del mattino.
Alexandra Vinueza gli assomiglia un po’! E’ grande la mia sorpresa nello scoprire che don Tone, che molti continuano a definire semplice, aveva carisma da vendere, al punto di regalare ai giovani che ha preparato spiritualmente uno stile.

Alexandra possiede gestualità e comportamenti palesi: come stringe la mano, nella manifesta modestia mai affettata che libera leggera e genuina mentre racconta, parla, ricorda… E’ ospite dei Bresciani per alcuni giorni ma Maria Rosa non lo nasconde e dice che il regalo lo hanno ricevuto loro: lei e Mario. “Sì, da quando questa ragazza sta con noi don Tone ci pare di averlo qui. Ci ha raccontato delle cose strabilianti, dei particolari che non sapevamo, che non potevamo sapere. Si vede che Alexandra ha seguito il Padre con gli occhi, la mente e col cuore sin dal primo incontro avvenuto il 26 novembre del 1993, era di venerdì, sino al giorno della sua morte. Hanno lavorato spalla a spalla, in perfetta sintonia, condividendo l’idea che è Dio che conta, non la volontà umana, nemmeno l’opera e il lavoro dell’uomo sono così importanti se al primo posto non c’è l’amore…”

Alexandra parla sotto voce, lentamente. Conosce bene l’italiano che usa correttamente. Ha compreso molti recessi lessicali e sottintesi della nostra lingua. Il non pronunciato da lei viene intuito, alcune volte persino presagito e anticipa con bravura e sensibilità risposte a domande non ancora formulate. Ma come fa? Poi, quando s’accorge che intorno a lei chi la sta ad ascoltare lo fa con stupore e ammirazione, s’incupisce, s’abbandona a silenzi lunghi, voluti, per paura di stare al centro, di aver detto più del lecito, per timore d’aver ecceduto in presunzione. Per profonda modestia! Con un filo di voce afferma:” Io non sono nessuno…”
Ma per noi, che ci siamo assunti il difficile compito di “capire”, ciò che dice vale una rivelazione.

Don Tone arriva a Coyambe in un giorno luminoso. Ci viene presentato dal Direttore della comunità salesiana che lì opera. Diventa il responsabile del gruppo catechistico che forma con passione, didattica alternativa e con l’inesorabile sua verità che è esempio, testimonianza, condivisione. Lavoro con lui dal 1993 al maggio del 1997. Era martedì quel giorno del ‘97 che viene dimesso dall’ospedale. Alla sera però, dopo aver cercato l’amico padre Pio inutilmente perché in riunione, rientra di sua spontanea volontà in clinica. Non si sentiva bene. Morirà alle ore 12 e 15 del giorno dopo. Ricordo: era, invece quella, una giornata fredda e ventosa.

Ad Alexandra non servono molte domande, sa già cosa dire, cosa voglio sapere.

Don Tone per noi era un papà perché non era come gli altri preti, lui nei momenti difficili era presente e ci sapeva guidare, così come era con noi quando si gioiva, e lo faceva in maniera sonora. Non dimenticherò più quella sua risata.
Per la gente di Juan Montalvo era un santo. Nei quattro anni della sua permanenza è entrato nel cuore delle persone. Rammento che alla sua prima messa parteciparono dieci o quindici persone. Poi, col passare dei giorni, incominciarono ad arrivare, anche se lui non si preoccupava d’invitare nessuno. Arrivavano, era inevitabile, perché teneva qualità, perché era un bambino grande! Prima salutava i vecchi che chiamava mamita Emma o papito. proprio come sua mamma e suo padre. Quindi era la volta dei bambini. Tutti aspettavano sul sagrato della chiesa. Quando arrivava si alzavano in piedi e con lui entravano ma solo dopo che il missionario li aveva salutati uno per uno e toccati tutti mettendo le loro mani nelle loro. Trascorrevano ore prima che la messa iniziasse. Mai riuscì ad assecondare il tempo e le regole che in nome di questo gli uomini hanno inventato. Non fu mai puntuale. Non poteva, non doveva esserlo.

Il sacrificio di Cristo lo celebrava con le mani giunte, in rodillas (in ginocchio) per buona parte della sua durata. Solo lui sapeva dare alla celebrazione tutto se stesso. Al segno della pace scendeva dall’altare, andava tra la gente.
Una volta il Salesiano s’arrabbiò con un giovane che aveva casa confinante con la canonica. Don Tone aveva edificato non rispettando a dovere le regole degli uomini e i vicini protestarono il loro diritto. Quella volta s’arrivò allo scontro verbale e da quel giorno quella famiglia entrava alla messa, ma di nascosto. Il Giovedì santo dello stesso anno, al segno della pace, don Tone scende dall’altare, cerca tra i fedeli il giovane, lo trova e lo abbraccia nel segno della riconciliazione. Si alzano alti gli applausi. Il contenzioso era noto a tutti e tutti stavano dalla parte del Prete.

Le sue messe non erano stanche perché grande era la sua fede, grande il suo spirito e piccolo era lui tra gli uomini. Per questo lo capivano, lo cercavano.
Cosa dice oggi la mia gente? Che da queste parti ci sono preti buoni; alcuni lo sono meno; altri sono cattivi…Poi c’è don Tone!

Quando se ne è andato la Chiesa ha perso il miglio quichuista dell’Ecuador. Questa fu la sua più geniale intuizione: volle fortemente che la parola di Dio giungesse a noi per il tramite della nostra parlata. Per imparare la lingua prese a vivere presso Andrea Andrango, un campesinos molto povero. Poi incominciò l’opera, durata vent’anni, per consegnare alla mia gente la Bibbia tradotta nel dialetto locale: una grande opera!

Mi chiede cos’è per me don Tone?
Rispondo che è il primo essere che ho visto esercitare l’arte rara del perdono. Mi ha insegnato a perdonare, mi ha indicato come riuscirci facendomi aiutare dalla preghiera più bella: il Rosario. Mi ha insegnato la gioia, la bellezza del canto. Per lui cantare equivaleva a mettere in mostra il suo cuore. Mi ha messo sulla strada buona, quella che a lui permetteva di tenere amicizia col povero, col ricco, col giovane e col vecchio, e che a me ha regalato tanta serenità.

Al suo funerale c’erano tutti, indistintamente. Qualcuno è arrivato da lontano… Ancora oggi, a cinque anni dalla morte là, alla missione, tra la sua gente, alto è il ricordo, profondo il segno lasciato.