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A cura di Gian Mario Andrico

Gian Mario Andrico sta realizzando una ricerca approfondita della vita del padre salesiano Antonio Bresciani, per 24 anni in Ecuador.
Popolis seguirà passo passo questa avventura entusiasmante che ha lo scopo di valorizzare un grande uomo della bassa. 


9° Puntata

Leno, 4 giugno 2002, martedì.
Dovevo raggiungere Monsignor Lorenzo Voltolini nel pomeriggio, insieme a Stefano ma mi ritrovo con febbre alta. Proprio non ce la faccio ad assecondare la mia voglia d’incontrare il Vescovo. Pazienza, mi ripeto, lo raggiungerò in Ecuador in autunno. Improvvisamente squilla il telefono. E’ il direttore Luigi Pettinati, l’uomo delle mille risorse, che mi dice: “Il Vescovo è qui da me, lo intervisto al tuo posto e poi ti faccio sapere”. Ringrazio e mi eclisso prestamente.

Così a raccogliere la testimonianza del Monsignore, dentro ad una banca (la cosa non è certo tra le più consuete), c’è un vero comitato: il Direttore, Maria Grazia sua segretaria, Annalisa, il già citato Stefano, e la signora Claudia.
Il Vescovo è bresciano, nato a Poncarale. Si trova in Italia per un breve periodo ma svolge il suo ministero in Ecuador, da decenni.

“In quei lontani anni – dice Monsignor Voltolini – appena prete, fui inviato a Passirano in qualità di curato. E’ lì che incontrai per la prima volta don Tone.
Era arrivato col gruppo del “Mato Grosso” che avevo invitato per la consueta raccolta di carta e stracci. Il futuro missionario mi si rivelò sull’altare: quel suo modo intenso di vivere, celebrandola, la messa mi colpì. Tre anni dopo mi mandarono in America Latina. Mi dissero che la destinazione era il Venezuela ma lui, don Bresciani, suggerì, per me, a chi di dovere un’altra meta.

Lo rividi poi altre volte. Ricordo ancora una di queste, con me c’era anche don Angelo Nolli. Tonino si presentò in questa maniera: “So Tone”. Don Angelo lo guardò e disse: “Sa vèt…” E si liberò alta la sonora risata del salesiano. Si parte. L’amico Tone torna a Zumbagua. Io sono inviato a Latacunga dove rimango per 14 anni. Tre lustri di fattiva collaborazione. Lui già con le idee chiare condivise da suor Corona, al secolo Hina Bernarda Ortiz Pérez.

Non sono d’accordo con chi superficialmente afferma che don Tone era un anima semplice: i talenti li possedeva, eccome se li possedeva! Così come conosceva bene la metodologia più efficace per mettere in pratica la sua alta vocazione. E’ in quegli anni che il prete bresciano inventa una liturgia specifica, fatta a misura dei Campesinos. Con grande sensibilità rivede l’ordine in successione del rituale della messa, pensandolo più vicino alla tradizione e alla mente di quella gente contadina. Qualcosa del genere avevano fatto per il passato i Redentoristi, ma ciò ciò che mette in atto il Salesiano è cosa eccezionale, geniale. Concepisce la messa e impartisce i Sacramenti in schietta lingua “quichua”.

E’ con don Tone che sulle Ande si incomincia a parlare quel dialetto senza sentire vergogna…Trattare con Cristo e di Cristo col linguaggio indios era cosa considerata spregevole. Questa “rivoluzione” però era stata pensata senza la necessaria competenza teologica e la Santa Sede Romana non approvò le varianti. Io stesso mi sono recentemente recato a Roma per vedere se l’opera di Tone potesse avere l’avvallo ufficiale. La verità è che in Ecuador dopo la morte di don Bresciani più nessuno ha udito celebrare una messa in dialetto “quichua”; più nessuno si è preoccupato di dare continuità a ciò che l’amico Tone concepì e che i Campesinos tanto apprezzavano.

Nel frattempo sono diventato vescovo. Io stesso ho promosso e voluto pubblicare le idee innovative, in termini liturgici, concepite e portate avanti dal Salesiano della Bassa. Il materiale c’è. È pronto, aspetta solo che i tempi siano maturi!

Un’altra grande opera portata a termine dal Missionario io l’ho vista concretizzarsi all’interno dell’Operazione Mato Grosso stesso. Ricordo in modo limpido l’impronta che aveva nel 1976, a Passirano, il movimento era di stampo Sessantottino… Un po’ alla volta le cose sono andate migliorando, grazie certamente alla grande spiritualità e all’esempio di anime come quelle di don Tone e padre Ugo De Censi. A quel tempo qualcuno pensò che don Tone contrastasse con le direttive della stessa organizzazione. Ma lui stava sulla strada giusta, vedeva chiaro: aveva capito e dava testimonianza del fatto che sopra ogni volontà umana ci deve stare l’amore di Dio. Molti, troppi, si erano legati al sociale, alla militanza, dimenticando ciò che era veramente essenziale…

Monsignor Ruiz, il vescovo che per primo accettò in Ecuador il movimento per il Mato Grosso affidando all’organizzazione molte comunità di indios diceva, rivolgendosi ai volontari occidentali: “Voi avete fede profonda ma avete perso ogni manifestazione di religiosità…Imparate dagli indios.”
Don Tone ha accettato questa sfida diventando uno di loro, stando con loro, annullandosi in loro. E loro, questo sforzo, lo hanno capito e apprezzato. Entrò talmente in comunione materiale e spirituale con i Campesinos che sempre Monsignor Ruiz soleva dire: “Padre Tone si lava una sola volta all’anno con o senza necessità…”. Come, per le sin troppo note ragioni, fa la sua gente più povera. L’altra volta che don Tone mi ha meravigliato è stato quando la morte ha deciso di portarlo via.

Arrivavano da ogni parte dell’Ecuador, chi con pulman, chi con carrette trainate da cavalli, chi a piedi. Lo toccavano come fosse una reliquia e piangevano sinceramente i Campesinos. E’ stato in quei giorni che ho incominciato a capire sul serio e a chiedermi: “Ma quanti ne ha conosciuti? Quanta gente ha incontrato e aiutato o, più verosimilmente, quanti si sono convinti della bontà del suo essere prete? Mi dicevo anche: “Che miracolo è questo sapendo io che i contadini di qua credono molto poco al bianco…? Sono allora questi gli effetti eccezionali dell’insondabile? Sono questi i risultati di un agire raro, controcorrente, alternativo al “così fan tutti” e alle logiche umane?

E mentre meditavo tra me questi pensieri mi ritornò alla mente un fatto che don Tone mi aveva raccontato anni prima. A Pavone Mella – mi disse- c’era un curato, un cerimoniere nato che spesso mi diceva: “Questo non si può fare…Questo è proibito…Questo è sconveniente”. Alla fine, quando riuscivo a fare ciò che le convenzioni non prevedevano, dicevo al mio curato: “Visto che si è potuto fare?” Sì, ne sono convinto, Tonino è stato prete per volontà di Dio. A Dio è sempre stato obbediente.
Spesso diceva, principiando con una forte espressione bresciana: “Se la gente lo vuole perché non lo si deve fare”?

Qualcuno ha pensato che padre Tone fosse un po’ irrispettoso delle regole, che non riuscisse a dare alle cose del mondo il giusto peso. Per certi era un ribelle.
In verità inseguiva altro.
Più che andare contro andava con…
E questo vivere il Vangelo non è sempre comprensibile ai più.

Il Direttore a questo punto formula l’ultima domanda : “Monsignore, don Tone era santo?”

Penso di averlo pure detto. Per me i Santi sono quelli lì, quelli che hanno sofferto il difficile passaggio di questa nostra Chiesa quando si è aperta al mondo non senza fatica. Lui è uno di quelli che l’hanno aiutata a fare il grande balzo.
Come ci è riuscito e con quale stile?
Vivendo una vita apparentemente tranquilla, in verità tesa alla ricerca dell’amore per il prossimo. Per quanto riguarda il come, ha voluto usare la formula che più disorienta gli uomini, quella meno appariscente che si affida alla semplicità, che è senza proponimenti e proposte esuberanti.
Stando dalla parte giusta…”