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Brescia – Quattro i relatori del convegno, dal titolo “Da zero a infinito”, che il periodare del 2013 ha intersecato durante la vigilia della festività liturgica di “Cristo Re”, nella “sala Grande” dell’Antico Ristorante “Il Gallo” di Clusane d’Iseo, nelle persone dell’ing. Vito Stabile, dell’avv. Paolo Alvigini, dell’avv. Antonio Binni e dell’avv. Giuliano Boaretto della Gran Loggia d’Italia.

L’evento, aperto a tutti, è stato organizzato dalla “Provincia Massonica in Franciacorta”, strutturata in seno alla medesima obbedienza della libera muratoria italiana, nell’ambito di una partecipata iniziativa culturale, circostanziata nella sede del pubblico esercizio, situato di fronte alla locale chiesa parrocchiale, dedicata a “Cristo Re dell’Universo”.

All’universo, inteso nella complessa interazione fra l’essere umano e la vastità spazio-temporale in cui lo stesso è avvolto, si sono, tra l’altro, rapportati i contenuti dei vari interventi sviluppati nel convegno proposto per “approfondire, nell’ottica del metodo Libero Muratorio, l’argomento dei quesiti metafisici riguardanti il significato nella nostra vita affinché il nostro cammino verso la luce si orienti sempre più verso la ricerca della verità, “facendo quattro passi ai limiti del cielo” e riverberando questa ricerca sulla società in cui viviamo”.

La riflessione di base è che “niente, di ciò che è accanto noi, ci è estraneo”, coinvolgendo in questa attenzione anche il notevole margine di mistero che si diluisce in quell’universo visibile che “ha un’età di circa 14 miliardi di anni: dei primi 380mila anni non abbiamo riscontri scientifici”, riferiti, a loro volta, ad un contesto dove la scienza può attualmente esplorarne la profondità, delle varie parti dimensionali nelle quali si sono succeduti, “fino al limite massimo di 14 miliardi di anni luce”.
Nell’insieme vibrante ed avvolgente che come “causa dell’espansione dell’universo” pone “la creazione o la dilatazione dello spazio”, emerge la considerazione che ci sia “un’energia che spinge lo spazio verso l’esterno”, nell’ambito di una forza immanente, significativa di un universo che “potrebbe essere unico e nato da un nulla pre-esistente”, oppure che potrebbe essere scaturito “da una replicazione ciclica e infinita di un qualcosa pre-esistente da sempre”, lasciando, in ogni caso, intatto il mistero “inteso come enigma della creazione”.

Un mistero percepito fra “l’infinito”, cioè “il tutto”, e “lo zero”, coincidente con “il vuoto”, a sua volta pure corrispondente al punto d’origine, come istante supremo d’avvio che è conteso tra quella concezione che ne attribuisce il manifestarsi attraverso “una singolarità (elemento a favore dell’ipotesi di un Grande Architetto)” e quell’interpretazione che ne associa invece l’evento ad una “continua ciclicità di creazione (vicino ai buchi neri) ed al decadimento di energia in un universo da sempre esistente”.

In questo argomento, campo d’indagine anche per riflessioni metafisiche e filosofiche, pure trattate in letteratura, come nel noto “Infinito” di Giacomo Leopardi e nell’altrettanto componimento poetico “Alla sera” di Ugo Foscolo, resta la possibilità per l’uomo di modificare il proprio approccio alla vita per il tramite di quella dimensione di apertura praticata nella consapevolezza verso il concetto del mistero che pervade l’origine dell’esistenza, imparando a “conviverci per meglio comprendere lo splendido enigma della vita”.

Perpendicolare a tali riflessioni, dalla vastità dei cieli infiniti, il piano delle regole, pure trasposto negli ordinamenti giuridici, rappresenta sull’orbe terrestre una forma di contestualizzazione dello spazio che è osservato nel riflesso della vita associata al consorzio umano in cui l’ordine sociale “per il tramite della giustizia” può anche alludere ad una “ricerca di una dimensione superiore a quella terrena”, legandosi, in questo modo, al concetto di “giustizia”, come “ideale astratto”, ma che “involge sentimenti e idealità profonde, radicati nella storia dell’umanità e nel comune sentire”, rappresentati da “istituzioni fatte di uomini” e intesi nell’ottica secondo la quale la conclusione pare poter essere che “giudicare, dunque sembra dover essere appannaggio esclusivo dei soli giusti, ammesso che ve ne siano; si intende in un mondo che non è di questo mondo”, tanto che “parafrasando Hemingway, si potrebbe dunque confermare che ogni uomo è un’isola, un microcosmo, attorno al quale ondeggia il mare del diritto, ma sempre lambendolo, senza mai essere capace di penetrarlo”.

A baricentro delle sfumate proporzioni del combattuto divenire della storia, c’è la percezione del “caos”, come “complessità di un disegno occulto che si spiega con la vita” verso il quale ci si può relazionare come ricercatori spirituali, per riconoscerne la pluralità delle forze che lo rendono corrispondente ad un “ordine implicito”.

L’ignoto è parte integrante di un’esperienza che l’uomo sperimenta nel proprio progredire, anche nell’ambito relazionale dove si dovrebbe essere propensi a “guardare all’incontro con l’altro come momento identificativo della propria identità”, mossi dal tentativo di instaurare rapporti d’amore, attraverso i quali, uscire dal caos e sentirci parte di una realtà sgrezzata, grazie ad un impegno profuso in un percorso iniziatico in cui non essere solo attori, ma anche consapevoli spettatori del nostro agire, entrando in un autentico rapporto di cuore e di mente con l’insieme del tutto.

In questo senso, la società è luogo ideale per occasioni di perfezionamento individuale, ottemperato nell’inevitabile complessità strutturata fra il singolo e la pluralità dei suoi simili, secondo l’intento di “creare un mondo più armonico”, perché attraverso i principi basilari della fratellanza, come “il non fare agli altri quello che non vorresti facessero a te”, si raggiunga l’obbiettivo di “unire gli uomini, non di dividerli”, uscendo per fare questo, anche dallo “schema logoro del dire cosa fare”, e nel dare in prima persona testimonianza di una crescita perseguita perché sia crescita di tutti, significativa di quel vincolo fraterno in cui è spiegato sia il “grande disegno” che il “grande disegnatore”, artefice della creazione.

Il percorso è il momento della ricerca: è il fulcro saliente di una tensione che rappresenta in sé già il risultato di un varcare la soglia, verso gli obiettivi di una ermetica via iniziatica nella quale gli opposti sono sempre complementari e smussati dal lievito fondamentale della tolleranza, secondo il metodo del “rispettare le opinioni altrui e portarle al principio di coscienza”, per cui l’ascolto è componente essenziale per interagire con il mondo al quale la libera muratoria è al servizio.

Riluttanza nel giudizio, consapevolezza della complessità, non rinuncia e nemmeno velleitarismo nei confronti della vita, intesa come valore che va vissuto nell’amore, quale principio di realtà, sono elementi cardine per poter cercare di sperimentare la bellezza di comunicare in un’interazione nella quale non devono emergere manifestazioni di superbia, ma l’umile consapevolezza di essere “una fragile fibra dell’universo”, promotrice di una tradizione iniziatica nella quale si concorre verso l’evoluzione di una condivisa progressione.

Nello sviluppo del convegno, materia dei contenuti esaminati tra le differenti sintesi interpretative associate alle differenti teorie dell’evoluzione e della creazione, il tema è stato tratteggiato da un punto di vista filosofico, nella considerazione che “il mondo nasce dal grembo dell’eternità e finisce quando ritorna al creatore”, contemperando in questo la naturale dicotomia fra un’origine affidata al caso ed una ascritta invece alla regia di una creazione.

Occorre avere un pensiero autonomo che è la regola prima del concetto di ragione, anche per affrontare un confronto fra la concezione creazionista dell’universo e quella meramente affidata alla ricerca scientifica. Il dialogo, informato e rispettoso, fra le diverse posizioni deve serenamente riconoscere l’inconciliabilità di un certo fondo di contrapposizione dove sfuggono, fra loro, le orbite diverse dei piani sui quali gravitano la fede e la ragione, in quanto la fede che, secondo il filosofo Kierkegaard, “incomincia dove finisce il pensiero”, si fonda, con le parole di san Tommaso D’Aquino, “sull’assenso della volontà” e non sul prodotto di un metodo sperimentale, giunto all’ultimo assetto di una speculazione scientifica sostanziale.

Se per i credenti “i cieli narrano la Gloria di Dio”, per i non credenti “i cieli narrano manifestazioni impersonali”, ma se “la fede non può misurarsi con la ragione che nega il dogma”, nella dialettica di una comune riflessione fra queste due distinte posizioni, “chi crede ha il privilegio di credere: a lui gli si chiede di continuare a credere alle cose sperate”, in quanto la verità professata non è di contrasto con quella sulla quale converge il piano dell’esistenza di chi invece non sperimenta la medesima confessione fideistica.

Ciò che unisce è quella verità di coscienza che passa idealmente attraverso “quel luogo inquieto” che è l’uomo, per contemplare il mistero del creato, considerato quale “meraviglia per ogni nostra migliore ispirazione” e, sperimentando, nell’universalità delle esperienze, volte al bene della conoscenza, quell’eterna gratitudine per quei pensatori che si sono posti alla sequela della verità, lasciando ai loro posteri la sublime consolazione della “philosophia perennis”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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