Bresciana del 1952, fra i vincitori 2013 del premio Cuore Amico, il “nobel” dei missionari, suor Paola Battagliola è impegnata a Timor Est, una piccola e giovane nazione, enclave indonesiana, teatro in passato di crimini e atrocità e che ora prova a sperimentare la via della pace e dello sviluppo. Con lei abbiamo chiacchierato di passato e futuro, di Natale e del nuovo anno che verrà.

Una vita dedicata alla formazione e alla crescita delle nuove generazioni. Cosa si sente di dire ai giovani italiani che sperimentano precarietà, disoccupazione e soprattutto assenza di prospettive per il futuro?
Da felice Figlia di Maria Ausiliatrice e quindi erede di un grande patrimonio spirituale consegnatomi dal mio fondatore Don Bosco, vorrei prendere ispirazione da lui per rivolgermi ai giovani d’oggi, in particolare a quelli stanchi, scoraggiati, delusi, e dir loro una parola di speranza. Vorrei parlare a loro con il caldo linguaggio di Don Bosco. Vorrei con loro una comunicazione che sia condivisione e dialogo. Vorrei trovare le parole appropriate per raggiungere immediatamente il cuore di tanti di loro, troppo spesso ferito dall’indifferenza degli adulti o dal fallimento di amori traditi.

Dentro questa moderna realtà ho la sensazione che, spesso, ai giovani manchi l’aria per respirare. Vorrei invitarli a trovare “ il sogno” che rende persone creative. Il sogno che ridesta la volontà assopita, che smuove le energie segrete, che dà la forza di affrontare e superare le inevitabili difficoltà della crescita.

Come vede “da fuori” la condizione della terra dove è nata?
Amo molto la mia terra natale, Manerbio nella bassa bresciana, e mi sento fortemente legata da vincoli di affetto e da un certo sano orgoglio.Nessuno poteva pensare che la mia vita avrebbe avuto ben presto una dimensione di universalità-missionarietà. Sono riconoscente nei confronti di coloro che hanno incrociato il mio cammino e mi hanno aiutata a rispondere con passione a una vocazione umana e cristiana al servizio della della vita dei giovani e dei bambini. Per dieci anni in Italia, a Bologna, e per venticinque aTimor Est, in Indonesia.

Il principio di reciprocità dovrebbe guidare la relazione fra persone, stati, nord e sud del mondo. Nella vita di missione si trova a dare molto agli altri, ma anche a ricevere molto da loro.
Nella cultura contemporanea, fortemente segnata dall’individualismo, c’è un profondo bisogno di relazioni interpersonali, la ricerca di una comunicazione autentica che permetta di superare l’isolamento e stabilire un confronto costruttivo con gli altri. Tale bisogno si esprime non solo come un essere con l’altro o un essere per l’altro, ma anche nella consapevolezza crescente di un essere grazie all’altro.

Ho potuto realizzare la mia vocazione salesiana missionaria grazie alle famiglie, ai giovani, ai bambini orfani Timoresi che ci hanno offerto la terra, la casa del loro cuore e ci hanno accolto come loro “madri”. Inizialmente il sogno era di andare tra i poveri per ‘insegnare’, invece ho dovuto mettermi “alla scuola dei poveri” per impare la pazienza di attendere, la gioia di soffrire in silenzio, godere di cose semplici, imparare a “non avere” !

Sono partita da Bologna come “‘insegnante” e sono giunta a Timor mettendomi sui banchi di scuola per imparare la lingua Tetun. Tutto nella mia vita si è azzerato e ha avuto inizio un “nuovo calcolo”, diverso da quello che avevo lasciato, ma basato sul “fidati di Dio, e Lui, insieme con Maria l’Aiuto, realizzerà tutto dal tuo niente!”

Fin dall’inizio ho capito che era molto importante porsi dalla parte dell’altro in una situazione di parità reale, che rendesse possibile un confronto vero nel quale si chiede non tanto che l’altro cambi, ma che noi personalmente ci rendiamo disponibili al cambiamento. È il principio della reciprocità: ciascuno è chiamato a dare e a ricevere, a costruirsi nella relazione della reciproca donazione, nella libera interdipendenza per amore.

Vivere relazioni di reciprocità suppone amare la persona con cui si entra in relazione in modo tale da non farle sentire inferiorità o dipendenza, ma da metterla in condizione di ricambiare nel dono di sé. Questo è stato il principio che ci ha costruito come “famiglia interculturale” e, grazie ai chiaro-scuri delle nostre fragilità, a distanza di 25 anni possiamo lodare e ringraziare Dio per le meraviglie operate attraverso Maria.

Venticinque anni fa ha iniziato la missione a Timor est insieme a una suora americana e una filippina. Che significato ha avuto e ha ancora oggi l’apertura alla dimensione internazionale?
Per un popolo che ha conosciuto per molti anni il colonialismo è difficile capire la “convivenza pacifica delle differenze”. La prima piccola comunità fu chiamata a essere un “faro” luminoso di comunione. Il volto interculturale della prima comunità ha interrogato costantemente famiglie,giovani,collaboratori laici, autorità di governo. Comporre e integrare le differenze è per me una delle esigenze più vere della spiritualità di comunione tanto auspicata dal Beato Giovanni Paolo II.

Da figlia di un sognatore come Don Bosco, ci regala un messaggio di speranza cristiana per il Santo Natale e il nuovo anno che ci attende?
Questo Natale sia un tempo nuovo per ognuna e ognuno di noi! Non lasciamoci prendere dall’abitudine, ma coltiviamo lo stupore davanti a Dio che sceglie di diventare uno di noi, di farsi carne per rivestirci di infinito, di entrare nella storia per illuminarla e lievitarla della Buona Notizia del Vangelo. Gesù viene e tutto cambia! Tutto deve iniziare nel cuore di ognuna e ognuno di noi. Il rinnovamento del cuore e della vita è la condizione essenziale perché qualcosa di nuovo nasca nella famiglia umana.Gesù che viene ci trovi pronti ad accoglierlo in questo nuovo Natale per ascoltare il Suo  messaggio di fede, amore e speranza.