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Padernello, Brescia. Scorrendo l’opera di Valerio Gardoni titolata Dalle mie trincee si fa un ripasso degli eventi di cui si celebrò la fine con il centenario. Non una sequela di azioni belliche, ma lo scavo psicologico ed emotivo dei nostri soldati.

Sono loro le lettere spedite alle famiglie a testimoniare ora sconforto, ora impossibilità a comprendere il perché, ora slanci di amor patrio. Senza enfasi, senza mitizzazione, un’umanità, stavolta non come sentimento e valore, ma come insieme di uomini che condanna la guerra solo a parole.

Al castello di Padernello Agostino Garda dialoga con Valerio Gardoni, mercoledì 17 aprile alle ore 20.45. Il Chorus Sax 4tet del Maestro Bruno Provezza accompagnano le letture con canti popolari della Prima Guerra Mondiale.

In merito volentieri pubblichiamo una nota del curatore Valerio Gardoni.

“Lettere, poche e di pochi, ma lettere con le loro impronte, il loro sudore, la loro vita, portano le voci degli altri, di altre lettere che a noi rimarranno sconosciute, un centinaio di voci ignote partite dal paese verso il fronte. Per capirli, per carpirne la loro grande forza d’animo, lo spirito indomito e ubbidiente, la lealtà di pensiero e l’indomabile senso del dovere non ti resta che andare in trincea con loro nelle notti silenti e tormentate.

Allora ti sembra di sentirla la tradotta, lo sferrare metallico che s’avvicina per portarli lontano. I saluti e l’abbraccio quello più forte alla mamma o alla morosa e sul volto il sorriso di chi va incontro alla sorte. La loro storia, che era delineata in quel microcosmo che è la pianura padana, si scontrava d’improvviso, non solo con il nemico attonito come loro, ma con i fatti che nel secolo scorso hanno percorso e scosso il mondo intero, in cui paura, coraggio, guerra e morte erano solo depistaggi di politiche economiche spie- tate che diverranno usuali nei tempi nostri.

Ho letto e riletto le lettere, in una ricerca spasmodica per riuscire a carpire, oltre alle parole uscite dal loro orgoglio e dalla premura di non recar pensiero o preoccupazione alcuna ai loro cari, un alone di sgomento, di rabbia, di paura, di solitudine. Ho provato a calarmi con la immaginazione nei cunicoli delle trincee, ne volevo sentire gli acri odori mescolati di fango, di escrementi, di freddo, di terrore e di morte. Ho pensato alle infinite notti, alle mattine senza alba, alle sere senza tramonto, al tormento delle giornate in attesa di un evento. Al lampo improvviso di spari, di raffiche, di cuore che sbatte in petto, di attimi di terrore, di sangue attorno e del silenzio improvviso ed eterno dell’amico al fianco. Vita grama a vent’anni in trincea.

Le lettere ci narrano di noi, della nostra gente, dell’assurda carneficina di giovani scaraventati in una terra difficile e lontana, a mori- re con altri giovani di quella terra.
E’ rimasto tutto là sotto la neve anonima dell’Adamello, sulle rocce del Carso, nella acque del Piave. Cimiteri di croci senza nome, ossari di lapidi bianche, sotto terre non più straniere o nemiche, fianco a fianco con gli altri, anche loro di vent’anni, ma con la divisa di un altro colore”.

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