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Brescia – L’unico rammarico sembra sia stato quello di non avere visitato il lago di Garda, ma per il resto la trasferta bresciana del Vicerè dello Yemen pare abbia soddisfatto i parametri d’apprezzamento interpretati dall’illustre ospite di spicco della penisola arabica che, con il nome altisonante di Hassan Seif el Islam, aveva compiuto una serie di ricognizioni in terra bresciana, durante l’inizio del 1953.

Alla stretta osservanza dei costumi tipici della propria cultura araba aveva corrisposto il rigido rispetto verso le formalità del protocollo ufficiale assolte dalle autorità locali che gli erano andate incontro ad accoglierlo fino al casello autostradale di arrivo alla periferia cittadina, come è d’uso nelle maggiori circostanze emergenti da importanti manifestazioni intercorrenti fra rappresentati istituzionali di rilievo.

L’ospite d’eccezione che, con una sua delegazione, si era appositamente recato entro i confini bresciani per visitare alcune fabbriche armiere d’eccellenza è descritto in quel peculiare ritratto d’insieme che la cronaca proposta dall’edizione del “Giornale di Brescia” di giovedì 15 gennaio 1953 gli attribuiva, contestualmente a rilevarne i termini caratteristici in un affresco di quei costumi esotici che in quei giorni erano ancora rari nella terra a teatro delle vicende narrate, ma dei quali nella stessa realtà sembra che il destino riservasse di prenderne sempre più dimestichezza e confidenza nei decenni a venire, per la sopraggiunta immigrazione che ha, nel frattempo, ridimensionato il comune sentire: “Il principe Hassan ha 46 anni ed è un ometto di media statura, magro, dal volto olivastro incorniciato da una barbetta incolta e nerissima, e con gli occhi neri e penetranti divisi da un naso lungo e nervoso che piomba diritto sui baffetti radi ombreggianti il labbro superiore della bocca a pieghe. Era vestito all’orientale, cioè con un bianchissimo turbante in testa e la tunica color marrone allacciata da una cintura finemente ricamata. Dalla spalla destra gli pendeva il serico barracano. Portava il pugnale e non gli mancava la classica scimitarra di tutte le leggende: se ne scorgeva il manico tempestato di diamanti. Calzava scarpette nere basse e calze grosse, sorrideva con un po’ di mestizia”.

L’alta personalità dell’allora Regno Yemenita che era giunto nel bresciano per valutare i prodotti della rinomata industria armiera, faceva sfoggio alla vita di una “jambiya”, tradizionale pugnale ricurvo, emblema a simulacro di aleggianti sentimenti virili e dell’onorabilità maschile, così come la stessa arma è attestata nelle antiche usanze culturali della sua stirpe d’appartenenza, mentre, anche in quei tempi, a lui contemporanei, sull’orizzonte politico del suo Paese incombevano venti guerra.

Oltre alla posizione diplomatica nei rapporti internazionali, oscillanti in alterne frizioni sia con il Regno Unito che con le altre nazioni arabe, lo Yemen pare fosse infatti reduce da quanto il “Giornale di Brescia” sottolineava nello stesso articolo in cui la visita di “Sua Altezza Reale Hassan, detto Seif el Islam cioè “Spada dell’Islam” era materia di una particolare informazione ed anche motivo per una panoramica specifica di puntualizzazione geopolitica, ispirata all’occasione che si delineava a contorno dell’alto dignitario yemenita in questione: “Oltre che viceré è anche Presidente del Consiglio dei Ministri e ministro dell’Interno. E’ fratello dell’attuale Re e figlio del defunto sovrano Imam Iahia che, insieme ad un altro figlio, fu trucidato durante una congiura di palazzo nel 1948. Hassan è un valoroso guerriero. Alla testa delle sue truppe egli sconfisse l’usurpatore ed entrò in Sanaa, capitale del regno. Il popolo lo ha chiamato appunto il trionfatore di Sanaa”.

Negli anni del secondo dopoguerra bresciano, le fabbriche visitate dal Viceré dello Yemen sono state la “Fabbrica Nazionale d’Armi” (FNA) e la “Breda”. Con la mediazione di un interprete, il nutrito stuolo delle personalità legate al loro referente in visita, si era inserito con lui tra le parti produttive delle due accennate e rispettive sedi dell’industria armigera bresciana e sia nell’una, come pure, nell’altra, alla “Spada dell’Islam” era stato dato in dono un fucile che alla “Fabbrica Nazionale d’Armi” si dettagliava in un pregevole esemplare con “finissimi intarsi”, mentre nel caso dell’altro omaggio la cronaca aveva usato invece definirlo “un magnifico fucile che il sovrano accolse con evidente compiacimento”.

Nel far partecipe l’intera delegazione yemenita riguardo il ciclo delle lavorazioni del particolare settore, per la ricercata disamina volta ad appurare una manifattura armiera di qualità, pare che dai dirigenti della “Fabbrica Nazionale d’Armi” sia stata data la possibilità anche per una prova pratica tradotta sul campo da una baldanzosa prestazione personale della “Spada dell’Islam”: “Egli, ottimo tiratore, volle provare l’efficienza della mitragliera pesante da 20 mm. e della pistola mitragliatrice calibro 9 lungo. Colpì ripetutamente il bersaglio a cinquanta metri di distanza”.

Altro genere di presumibile approvazione sembra che sia invece emerso, da parte del protagonista della cronaca bresciana, nell’improvvisata chiave internazionale vissuta nel laborioso arengo locale, quando, sulla via cittadina verso il lussuoso Hotel Vittoria, un estemporaneo passaggio sul colle Cidneo di Brescia, mirato ad una fugace visione cittadina dall’alto, pare gli abbia mosso le ragioni di un favorevole appunto: “Qualcuno che gli era molto vicino afferma che egli si è lasciato sfuggire un’esclamazione di meraviglia. Nella nitida aria invernale, indorata dal sole, la panoramica visione appariva stupenda”.

Il corteo delle automobili, ospitanti “il variopinto gruppo di uomini in turbante e tunica con ingioiellate lucenti scimitarre” era approdato quindi nel solenne ed imponente Hotel Vittoria, nella cornice dell’omonima piazza epocale del centro di Brescia, inaugurata da Benito Mussolini poco più di un ventennio prima, per dare seguito alla fase che la stampa locale coglieva nei peculiari accenti di parca morigeratezza, desunta nei dettagli salienti dell’appuntamento conviviale, vissuto rigorosamente senza “vino, liquori e tabacco”.

In pratica, dopo avere elevato le prescritte preghiere della religione islamica di rito zeidita ed in seguito alle ottemperate abluzioni di mani e viso, la delegazione yemenita si era trovata servita nella raffinata struttura alberghiera in relazione alla propria corrispondente condizione, conosciuta, fra l’altro, fedele alla devozione ad Allah ed a Maometto, verso i quali la cantilena orante manifestata era sembrata ai contemporanei bresciani “con larghe cadenze, quasi cantate”, mentre, per il desco approntato, il resoconto del quotidiano citato aveva poi provveduto ad illustrare: “Dovendosi escludere le carni per l’osservanza del precetto dettato dal Profeta circa il rito della macellazione, la lista era composta da una ricca serie di antipasti tutti di magro, da un piatto di tortelli in brodo e da una porzione di trota del Garda con insalata e maionese. La frutta ed i formaggi concludevano le portate. Il Viceré ed i dignitari bevvero acqua minerale, aranciate e spremute di limone”.

Senza fare sosta entro il marmoreo hotel di Brescia in stile “littorio”, se non per il tempo del gustato intermezzo corroborante, gli ospiti si sono recati in seguito in un’altra località mirata del bresciano che proprio a Ghedi ha fatto coincidere la tappa prevista per “una minuziosa visita al Polverificio Sorlini”, alla quale è seguita la via per una prosecuzione del viaggio altrove, nell’essere accompagnati dalle autorità locali fino al confine della provincia, per un formale commiato e per le promesse da parte della “Spada dell’Islam” di un suo ritorno, anche per un itinerario sul lago di “Garda, rimasto escluso dal programma ufficiale”.

A Reggio Emilia, il ragguardevole ospite itinerante, accolto solo fino a poco tempo prima dalla terra armiera italiana per eccellenza, pare abbia in seguito sperimentato l’opportunità di un’attenta ricognizione delle “officine meccaniche di quella città”, mentre a Roma, in una parte del suo oculato viaggio di ingegno e di intuibili affari nel “Bel Paese”, aveva già ricevuto dalla suprema carica dello Stato italiano il riconoscimento dell’alta onorificenza di “Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana”, conferitagli il 13 gennaio 1953, giorno prima di quello del suo successivo arrivo a Brescia, a bordo di una “lussuosa Lancia Astura”.