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Era il “duca Minimo”: Gabriele d’Annunzio firmava, con questo pseudonimo, i suoi scritti per il giornale la “Tribuna” di Roma. Capitolo giovanile quello relativo alla sua collaborazione per tale mezzo di informazione, pure, documentata da un contributo d’approfondimento dedicatogli dal “Giornale di Brescia”, nell’edizione di giovedì 16 ottobre 1958.

Ad un ventennio abbondante dalla sua morte, una serie di particolareggiati affreschi, ispirata agli scritti giornalistici dannunziani intercorsi a Roma, ne rinverdiva la memoria, grazie ad un articolo a firma di Marco dell’Arco, proposto sulla Terza pagina dell’accennato quotidiano bresciano: “D’Annunzio aveva compiuto appena diciott’anni quando venne a Roma nel 1881, licenziato agli esami di maturità classica del collegio Cicognini di Prato, col fermo proposito di addottorarsi in belle lettere. Ma prima ancora di affacciare il passo alla Sapienza andò a chiedere del “paesano” Scarfoglio alla redazione del “Capitan Fracassa”. (…) Subito, tutti i redattori del “Capitan Fracassa”, da Ugo Fleres a Giustino Ferri a Ernesto Mezzabotta, con ultimo Luigi Arnaldo Vassallo direttore, furono intorno al giovinetto Gabriele, toccandolo, accarezzandolo, mangiandoselo con gli occhi”.

Su un piano strettamente culturale, sgrossato dalla patina dell’epoca storica coeva al poeta, il Secondo Dopoguerra pare rinnovasse, in una ripresa di attenzione per la verità mai del tutto sopita, un certo contesto d’analisi a contorno del noto personaggio, una volta sancito il fatale tramonto di un dato periodo, comunemente inteso insieme all’invalsa assimilazione di d’Annunzio con il “Vittoriale”, ratificato nella stereotipata sintesi di una retorica di regime, rispetto alla peculiare definizione di un’enclave gardesana, rimasta ad epilogo di un’esistenza convogliata nella emblematica propaggine del tempo che la caratterizzava.

Ancor prima del conclamato riconoscimento di una complessiva impronta epica del personaggio, a prescindere, cioè, dalle sue roboanti gesta più famose nel panorama nazionale, gli anni giovanili di d’Annunzio pare che gli consentissero retroattivamente di incontrare lo scenario recuperato di una ulteriore dimensione d’indagine sulla sua caratura istrionica e culturale, comunque compromessa dal carisma attribuito alla sua figura, nel ripercorrerne le tracce, in una mirata peculiarità personale, lungo l’avvicendarsi dei cambiamenti susseguitisi dopo l’ultimo conflitto mondiale.

Di lui, in tal senso, si specificava che “Gabriele sembrava un’incarnazione dell’ideale romantico del poeta: adolescente, gentile, bello. E già celebre, per l’articolo di Giuseppe Chiarini in lode di Canto Novo, apparso l’anno prima sul “Fanfulla della Domenica”. Gli bastò presentarsi col suo franco sorriso di giovanetto amato e vezzeggiato dalle Muse e trovò aperte tutte le redazioni dei giornali dell’epoca, quotidiani e periodici, politici o letterari che fossero”.

La memoria, in questo caso, era rivolta ad uno spezzone biografico osservato alla fine dell’Ottocento, con il rispolverare una serie di particolari significativi, colti nella gamma dei riferimenti apportatori della contestualizzazione identificativa del poeta, anche in connotazioni rivelatrici di espliciti contesti allusivi, come nel caso, dell’andare a precisare che “(…) A cominciare dalla “Cronaca Bizantina” – Il singolare editore di questa rivista – racconterà poi Gabriele – in cambio dei miei poemi erotici e marini, mi aveva aperto credito presso un fioraio e un dolciere, che mi fornivano bouquets e bons-bons per le mie piccole amiche…Così si negoziava allora la poesia: ed era bellissimo-“.

Questo singolare aspetto levantino, pare che non escludesse il concomitante pervadere, nella stima di quei giorni d’ingaggio, della frequentazione di antiche vestigia dallo stesso protagonista assaporate nelle sedi museali romane, cattedrali del sapere, in corrispondenza con il tenore di un’autentica velleità ad eccellere nelle prerogative culturali della metropoli capitolina, in alternanza, con l’esorbitare in altre tendenze, a proporzione dell’assecondare un’evasione sul piano esperienziale della cura dei rapporti da mantenere, appunto: “Salvo svagarsi, come cronista mondano, al concerto lirico all’accademia di danze e di scherma, alla caccia alla volpe. Uno svago sempre elegante, sempre intelligente e raffinato; e possiamo seguirne i vari momenti nelle cronache spicciole, ma coloritissime pubblicate sulla terza pagina della “Tribuna” e firmate con uno pseudonimo “il duca Minimo”.

Questo giovanilismo, transfugo rispetto alle proprie origini e catapultato nella promettente trasferta romana, era ulteriormente descritto dal quotidiano bresciano menzionato nell’esemplificare uno spaccato ad innesto della realtà di quel momento, procedendo pure a riferire che “Gli occhi del cronista mondano sono svegli, saettanti, e muovono da un bando all’altro rintracciando e classificando tra lusco e brusco anche il personaggio più fuggevole”(…). “Esempio: “Un’altra volta, il giovane Gabriele, risalendo il Babuino e lasciando un pezzo di cuore in ogni vetrina d’antiquario, scesa a piazza di Spagna, più colorata e più nitida di oggi per l’assenza totale di autobus, filobus, automobili. Ai piedi della scalinata della Trinità dei Monti si allineano i banchi dei fiorai. “Dalle otto alle nove” annota Gabriele “i fiorai hanno per lo più una clientela pia e divota, la clientela delle prime Messe. La signora timorata di Dio compra invariabilmente da una venditrice di buoni sentimenti due vasi di rose innanzi alle statuette della Madonna di Lourdes e di San Giuseppe. Ragiona di morale e di religione col commissionaire che le porta le compra; e quando ella ha largamente retribuito il servigio, è persuasa di aver salvato un’anima. Verso un’ora, passano le fanciulle. Accompagnate dall’istitutrice, la signorina fa commissioni di casa. Qualche mazzo di fiori tagliati, garofani, amorini, iridee, felci, per i vasi del salone; una gardenia pel fratello che va ad un ricevimento, qualche vasetto di mysotia che va per la sua stanza. La venditrice le offre un mazzolino di violette par dessus le marchè: ed ella lo appunta al manicotto. A un’ora o poco più, vengono le inglesi. La miss e la lady mette sottosopra tutto il banco del fioraio per due franchi e cinquanta. Mendica un po’ di carta, un po’ di ovatta, un po’ di filo da un venditore; si siede da un lato per finir di leggere le lettere, per ficcar dentro una busta qualche filo di mimosa, qualche viola che ella va prendendo di qua e di là. Compra per sé, un mazzo di fiori strani, e ne appunta una metà sull’alto della spalla, accanto all’orecchio e una metà ne avvolge intorno al manico dell’ombrello. Tutto ciò è molto aesthetic. Un’altra volta, alle undici del mattino, Gabriele è a Montecitorio, alla inaugurazione della nuova legislatura. Azzimato, profumato come si conviene: ed il ciuffo biondo dei capelli ancora denso sulla fronte apollinea. Fresco come una rosa, quando gli altri invitati, nella tribuna d’onore, giungono sudanti ed anelanti, sbandierando il biglietto guadagnato a furia di insistenze e di fastidi infiniti, col plastron a sghinbescio, il frac dalle maniche troppo lunghe o dalle code troppo larghe, la tuba dal pelo arruffato. Attraversano la folla a testa bassa, senza curarsi delle spinte, delle pestate, di brontolii di protesta, pur di giungere al posto privilegiato, da cui si possa vedere la regina o per lo meno il re. Gabriele, inviato speciale della “Tribuna” ha il suo posto riservato, dal quale può cogliere a volo, ogni minimo particolare della cerimonia. (…)”.

Ancora negli anni che separavano le scene occupate da d’Annunzio, in un’altra dimensione storica, pure apportatrice di una ridefinizione di quanto era relegato al passato di una distanziatasi parabola temporale verso la quale porsi in una potenziale critica dialogica, ed il Giornale di Brescia del 21 luglio 1949 pubblicava, in prima pagina, lo stralcio di una memoria personale, attribuita al politico Francesco Saverio Nitti (1868–1953), già presidente del Consiglio dei Ministri, dell’allora Regno d’Italia, prima dell’avvento del Fascismo, correlata ad un accenno dedicato alla stima di massima posta in capo ad un, a suo dire, modo d’essere dannunziano: “Intervista con Nitti. D’Annunzio era un tipo di esteta bugiardo, ingordo di danaro. Massa Carrara, 20 luglio. A seguito di una intervista, Francesco Saverio Nitti, il giornale “La Nazione del Popolo” scrive: “L’ex Primo ministro italiano già esule in Francia ha riferito che, arrestato e sottoposto ad una sorveglianza incessante, ha potuto studiare e leggere. Prossimamente egli pubblicherà alcuni volumi tra cui uno dei suoi ricordi. Nitti è passato quindi a parlare dei torbidi del ’19 ed ha dichiarato che era a conoscenza che i gruppi fascisti erano finanziati da industriali ed agrari. D’Annunzio – egli ha detto – non è ancora noto agli italiani, anche se molto è stato scritto sul suo conto. Secondo Nitti, il poeta era un tipo di esteta bugiardo, ingordo di danaro. Se, d’Annunzio chiamò Nitti, dilettantista ciò è dovuto al suo rifiuto di dargli i mezzi necessari per una crociera aeronautica che il poeta voleva compiere. (…).
Ipse dixit.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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