D’Annunzio, in un’eco tutta bresciana, qualche anno prima dell’avvio della sua residenza gardesana. Prendeva corpo, a Brescia, una protesta di Gabriele d’Annunzio, attraverso un comunicato stampa, diffuso il 24 maggio 1914, relativamente a certi suoi libri “taroccati”.

Secondo il poeta, i suoi diritti d’autore, a volte, non erano rispettati, a motivo dell’avvenuta pubblicazione, non autorizzata, di libri contraffatti, rispetto alla primitiva originalità della loro versione, licenziata in un’apposita edizione.

Per l’arbitrarietà di qualcuno che non si era fermato dinnanzi all’esclusività dell’edizioni ufficiale delle sue opere, pare che, in quei giorni, fossero in circolazione vari volumi, a firma di Gabriele d’Annunzio, privi, però, dell’avvallo dell’autore.

Quasi come se una parte di tali pubblicazioni fossero pure capitate nel bresciano, per via di una intuibile ed altrettanto plausibile loro commercializzazione giunta fino a qui, anche a Brescia echeggiava in stampa la voce dell’effettivo “padrone” di una sedicente sua quota parte di lesi e di vilipesi diritti d’autore.

Il quotidiano che raccoglieva testualmente tale libera ed argomentata esternazione era “La Provincia di Brescia”, nel, fra l’altro, pubblicare: “Una giusta protesta di Gabriele d’Annunzio. La Casa Treves comunica ai giornali questa protesta di Gabriele d’Annunzio con preghiera di pubblicazione. Lo zelo de miei amici m’informa che, da più tempo, per i crocicchi e per le piazze d’Italia, si vendono a vil prezzo edizioni contraffatte di opere mie, portate perfino su carrette di merciai ambulanti, e che la contraffazione è non solamente tollerata, ma protetta dalla legge; cossicchè io non posso denunziare i predoni ai tribunali. Li denunzio a quanti nella nostra patria rispettano tuttavia le cose dello spirito e i privilegi della cultura.

Oggi, l’Italia è il solo paese civile in cui uno scrittore vivo possa essere impunemente leso non solo nella sua proprietà, ma nella stessa dignità sua. Chi disse un giorno che lo stile è inviolabile? Ahimè!.

Questi predoni sovrappongono il mio nome a edizioni spurie, sconce; scorrettissime, spesso mutilate e mai rabberciate; mi attribuiscono scritti da me non firmati e in ogni modo repudiati che essi scoprono spulciando vecchi giornali, senza mia licenza ed a mia insaputa; mi costringono a sopportare il fastidio ed il disgusto di vedermi ristampati aridi esercizi scolastici, prosette ingenue della puerizia e della adolescenza, esperimenti di studioso, rifacimenti rapidi, facili zibaldoni, capricci improvvisi, cronache frivole, non destinate a vivere se non un giorno o un’ora.

E’ lecito questo? Deve rassegnarsi a questi soprusi un artista che sarà salvato appunto dal suo costante sforzo verso il meglio e dallo schietto disdegno di ciò che lascia dietro di sè compiuto? E com’è possibile che una nazione rischiarata e risollevata da una coscienza nuova, seguiti a tollerare la persistente ingiustizia di una legge ambigua, la quale – col proposito di favorire gli scrittori nazionali – in più casi li spoglia del loro bene proprio ed espone alle più crudeli manomissioni e alle più villane ingiurie le forme stesse dell’arte loro?

Mentre m’appello all’opinione pubblica contro le antiche e recenti piraterie rimaste impunite, dichiaro anche una volta che le sole edizioni legittime delle opere mie da me curate e da me contrassegnate con la mia sigla sono quelle impresse dai Fratelli Treves di Milano. Ai giornali italiani, sarò grato se avranno la cortesia di accogliere questa mia protesta che, per l’onore del mio paese ove oggi la cultura s’accresce e si diffonde con inclita disciplina m’auguro riesca non del tutto vana”.

La circostanza si prestava, fra altri aspetti, a riaffermare ed, ancor oggi, a documentare quale fosse la casa editrice alla quale la letteratura dannunziana riconduceva una sorta di esclusiva prerogativa di riproduzione, nella definizione libraria dei suoi lavori, a fronte di una popolarità del poeta verso la quale sembrava che una spregiudicata speculazione avesse intaccato quello stesso settore dove più si compivano le fortune dell’arcinoto autore e dove si era meglio distinto il suo nome.

Nome, anche promosso sulle ali della leggenda, per la sensazionalità di alcune sue celebrate imprese, nell’azzardo, ad esempio, di iniziative aviatorie per le quali, il tempo, da quei giorni, intercorso nello spazio tumultuoso della durata della “Prima Guerra Mondiale”, avrebbe, questa volta in una contestualizzazione americana, ulteriormente condotto alla platea bresciana, l’informazione, fra le pagine della stampa locale, interpretata dal quotidiano “La Sentinella Bresciana”, a proposito di una mirata onorificenza che, in tal senso, gli era stata assegnata.

Era il 23 febbraio 1919 ed in un trafiletto, rimbalzava un altro accenno alla vita dannunziana, secondo gli aspetti propri di una celebrità conclamata: L’aereo club d’America a d’Annunzio, Baracca e Olivari. New York, 22 febbraio. In un banchetto che ha avuto luogo all’Areo Club è stato annunciato che sono state concesse medaglie al valore a d’Annunzio, alla memoria del maggiore Francesco Baracca e al tenente Olivari”.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.