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Parola di Duce: nel suo caso, la nomina a prefetto gli era stata data per un mero errore. Neanche il tempo dell’intera calda stagione marittima tarantina ed era già ora di un repentino avvicendamento in un’altra, oltremodo ravvicinata, turnazione prefettizia.

Sulle orme del proprio stesso stile, stava facendo sul serio, Enrico Grassi Statella, prefetto di Taranto dal solstizio d’estate di quel 1929, durante il quale, dopo poche settimane spese in tale ruolo, subiva la fulminea estromissione dall’incarico ricoperto nel funzionariato governativo di una sua, per altro, prima assegnazione.

Pare, fra l’altro, non fosse piaciuta l’impietosa descrizione che aveva fatto allo stesso Mussolini della realtà incontrata nel capoluogo pugliese, in cui l’istituzionale posizione apicale ricevuta, gli aveva riservato l’opportunità di relazionare una non indifferente visione critica della realtà locale, presa a cuore, ma pure di petto, in una verace considerazione complessiva: “(…) Vi sono problemi demografici, Eccellenza, sì confusi e gravi e sopra i quali pesa talmente l’ingiustizia secolare che se pur è possibile la diagnosi attenta, per quanto indaghi o mediti, io non so disporre quella qualsiasi via normale o gerarchica che valga a quetarmi l’ansia ed a placare la mia inquieta coscienza. Rivelo a Vostra Eccellenza il mio profondo turbamento fascista. Sconvolta carità di patria, arsura di giustizia sociale. (…) Ho il cuor stretto Eccellenza, dopo un’attenta minuziosa visita a questi alveari o formicai di Taranto vecchia, che, ahimè, dal leggero dilettantismo di turisti o di passanti insensibili o falsamente esteti, sono detti interessanti, pittoreschi, strani, unici o rari. Nulla ho visto di più raccapricciante e macabro, nulla che tanto io abbia addentro sentito come offesa profonda nel sangue. (…)”.

Chissà. A questo personaggio, già storicamente noto agli addetti ai lavori per i suoi trascorsi solidali con d’Annunzio, interpretati da militare, graduato d’artiglieria, nei fatali frangenti fiumani, getta ulteriore e documentata luce di provvida visibilità il fecondo scrittore rivano Ruggero Morghen, da lungo tempo, impegnato in una solerte analisi del mito dannunziano, anche con particolare riferimento alle tracce, per lo più, dimenticate dalla storia ufficiale, e riposte nelle pieghe a margine di eventi conclamati che, ad una più circoscritta ricerca documentaristica, rivelano la portata a tutto tondo di interessanti approfondimenti culturali.

Sul Garda, originario di Reggio Calabria, aveva abitato, per qualche anno, a Garda. Enrico Grassi Statella aveva ricevuto anche la cittadinanza onoraria di tale località veronese, nell’esempio di una municipalità che si era dimostrata in grado di sottoscrivere risoluzioni onorifiche, come quella assegnatagli, anche nella presa d’atto di opere letterarie scritte di suo puno e ritenute di interesse.

Sulla sponda benacense, opposta a quella del Vittoriale, aveva, fra l’altro, scritto “Sinfonia di Garda: Guida poetica. Dramma d’Adelaide (1927)”, meritando, come dal testo della delibera comunale, il riconoscimento, nero su bianco, del “suo amore, l’amore infinito che egli porta a Garda e al Garda e che, in ogni occasione, ha sempre dimostrato“.

Anche in questo volume, d’Annunzio spara il primo colpo. E’ lui che si pone sul personaggio in questione, con l’incombere, già nel titolo, del riferimento esplicito al suo nome. Alcune diffuse pennellate biografiche, stemperate in compresenza con la sua aleggiante referenza, assecondano la tattica del profilo maggiore, in simbiosi con il minore, per la luce riflessa che questo riceve dall’altro, in una robusta consistenza di motivata e di meritata interazione.

Non per nulla, questo libro, pubblicato dalla “Solfanelli“, privilegia, nel titolo, questa effettiva contingenza, esprimendosi nei termini di “D’Annunzio e il prefetto sbagliato”, andando ad evocare tale peculiare testimonianza, nella disamina, osservata nel corso degli avvenimenti e dei loro rispettivi referenti, dei maggiori snodi di evoluzione nei quali si computa il bilancio di una medesima rappresentazione.

Eppure, la nomina prefettizia di Enrio Grassi Statella non è, naturalmente stata, per lo stesso interessato, l’unica distinzione di benemerenza e, nelle poco meno di novanta pagine della pubblicazione del solerte bibliotecario di Riva del Garda, sussistono gli elementi fondanti per soppesarne la memoria anche in un rapporto di stima intercorso, fino ad un certo punto, ma per vari anni, con d’Annunzio, per altro, quest’ultimo, nientemeno, che persuaso che a lui spettasse la nomina al vertice di una prefettura, tanto da epistolarmente segnalarlo, in tal senso, al Duce, come nella sua missiva del 7 aprile 1929: “(…) Credo di averti scritto chiedendoti per lui – alcun tempo fa – una prefettura del Regno. Egli ha tutte le qualità per reggerla: è probo quanto esperto, è diritto quanto acuto. Ti prego, ti prego, amico mio: togli dalla dolorosa inerzia una così bella e schietta forza. Mandami una parola che rischiarerà la mia tristezza di questa primavera che ringiovanisce gli alberi e non me! Ti abbraccio. Il tuo Gabriele d’Annunzio“.

Oltre a questa specifica realtà d’immagine, a più risvolti, del personaggio in evidenza, il libro di Ruggero Morghen si presta a trasversale vettore di una relativa misura d’afferenza con Gabriele d’Annunzio, per un ritorno d’informazioni nel verso di una concomitante coincidenza, mediante un accurato contributo di elementi storiografici, argomentati, con tanto di note a piè pagina, nella dimensione di un saggio di concertata aderenza con una più vasta biografia del Vate, al vertice anche di questa pubblicazione, “con lettere dannunziane inedite”, che, per l’autore, traccia il segno di una puntuale condivisione monografica del patrimonio documentaristico da tempo laboriosamente vagliato in una qualificata mediazione di pertinenza.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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