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Brescia – Era il tempo in cui Mussolini andava al mare in Liguria. La Romagna, con la villa di Riccione, avrebbe fatto da meta fissa, più tardi. Intanto, il Duce posponeva, il mare a lui più famigliare, a quello di ponente, rispetto allo Stivale, nel tratto dove lo stesso bagna la riviera di Levante, per la posizione che, qui, la costa ligure occupa, in riferimento all’estensione di tutto un territorio regionale.

A Levanto, in provincia di La Spezia, l’estate del 1923 documentava, anche sulla stampa bresciana, l’estemporanea presenza mussoliniana, rappresentata dall’intera famiglia dell’allora Capo del Governo che, il 25 agosto, era pure citata nel quotidiano “La Provincia di Brescia”, secondo una notizia che, nelle pagine della cronaca attestata per quella data, era stata considerata: “L’on. Mussolini in vacanza. Roma, 24 notte. Oggi, l’on. Mussolini lascerà Roma per concedersi un brevissimo periodo di giorni di riposo a Levanto. Il Capo del Governo si reca presso la sua famiglia, in mezzo alla quale conta di trascorrere qualche ora di serena calma, lontano dalla cure e dalle occupazioni del Governo. Non è improbabile, anzi pare assicurato, che, in conseguenza di questo viaggio, la sezione del Consiglio dei Ministri sia spostata“.

Diverso genere di destinazione, per un altro noto personaggio era, nel medesimo periodo, misurata attorno ai nuovi contorni di una presunta possibilità di cambiamento, nel merito di quanto tale ubicazione pareva vagheggiata in una combinazione subentrata, che la facevano risultare correlata alle prospettive di quella dichiarata previsione nella quale una certa supposizione risultava specificata, anche in relazione già al titolo, scelto da “La Provincia di Brescia” della stessa giornata sopra citata, mediante cui anche la realtà locale era, per le ovvie ragioni di una avviata permanenza messa in discussione, territorialmente interessata: “D’Annunzio si trasferirà a Roma? Roma 24 notte – Il Governo italiano come è noto, aveva risolto la questione di Villa Falconieri a Frascati, cedendola in affitto a Gabriele d’Annunzio. In questi giorni, appianate tutte le difficoltà, è stato definitivamente stabilito il canone d’affitto. D’ora in poi, la magnifica villa romana è a disposizione del poeta che, a quanto si assicura, verrà ad abitarla nel settembre prossimo”.

Le cose sarebbero andate diversamente e la presenza dannunziana avrebbe seguitato la propria già avviata persistenza sul lago di Garda, come già il quotidiano “La Sentinella Bresciana” precisava tra le pagine dell’edizione del 6 luglio di quella stessa estate, a margine di un ulteriore sprazzo di congetture che, alla sua carismatica figura, apparivano accostate, rispetto alla motivazione di una importante impresa, a sua volta ipotizzata nel ravvisato altrove dove era contestualizzata: “D’Annunzio rimarrà sempre a Cargnacco. Roma, 5 notte. (Vice). L’organo massimalista aveva pubblicato la notizia che l’on. Ciano, nella sua ultima visita a Gabriele d’Annunzio, era stato portatore di una proposta tendente ad affidare al Comandante la direzione di una spedizione a Fiume e nella Dalmazia e che per questo motivo il Poeta aveva rinunziato al noto viaggio a Parigi. La notizia è talmente paradossale che non meriterebbe la smentita. Ma poiché i giornali iugoslavi l’hanno subito diffusa all’estero, è opportuno smentire nel modo più formale qualunque proposito o attribuzione che possa riferirsi al Comandante che intende assolutamente rimanere nella sua Cargnacco”.

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Quest’ultimo nome, divenuto ormai tipico, della dimora di residenza di Gardone Riviera, che acquisirà, nel tempo, la perdurante ed univoca espressione, assimilata alla più vasta ed alla complessiva definizione, de “Il Vittoriale”, era luogo ormai famigliare per d’Annunzio e per gli stessi bresciani, ormai abituati a reputare tale sede, in quella popolare maniera che, pure nella coltivata versione di una percepita ricaduta collettiva, era contraddistinta dal tipo di ospitalità alla quale era stata riservata in una formula esclusiva.

Tale ingenerata corrispondenza era, in tale senso, specificata, durante quella stessa estate, ancora tra le locali fonti giornalistiche della cronaca dove si trovava qua e là evocata, anche mediante il ricorso ad una caratteristica espressione d’uso, attraverso la quale significarne concettualmente la portata, come “La Provincia di Brescia”, il 6 luglio, dettagliava in un articolo, a seguito della partecipazione del poeta, fra il numeroso pubblico della rappresentazione dell’opera “Orfeo ed Euridice” di Gluck, proposta nell’anfiteatro cittadino bresciano che, per il suo esservi stato spettatore, era stata ulteriormente considerata, in un particolare distinguo connotativo di una pubblica attrattiva conclamata: “(….) poiché i posti dell’Anfiteatro sono settemila, si può tranquillamente affermare che vi erano precisamente oltre settemila persone, attratte da un duplice richiamo: quello della bellezza di una rappresentazione che raduna in sé e splendidamente le esprime, le suggestioni più pure e quella della notizia dell’intervento di Gabriele d’Annunzio. Questa notizia era stata data cautamente dai giornali cittadini, ieri mattina, e quindi, nel pomeriggio era stata confermata da un manifesto affisso per le vie e nel quale si chiedeva ancora una volta che il Poeta potesse assistere allo spettacolo come un qualunque cittadino, anzi come un cittadino bresciano, tale – per ripetere una frase ormai accettata nell’uso – per decreto di Sovrana Gentilezza”.

D’Annunzio era, arrivato per davvero, in ritardo, a metà del primo atto, ma in tempo, a Brescia, sia per assistere al resto della stessa rappresentazione che per sorbire un gelato finale, dopo una osannata apparizione sul palcoscenico, e prima di tornare in auto a Gardone Riviera.

In tale occasione, tra i suoi acquisiti conterranei, pare ne avesse detta una delle sue, da aggiungere al personale repertorio delle improvvisazioni autoreferenziali da sedicente capo istrionico e d’autore di motti similari: “(…) Poichè qualcuno gridava “Viva il Comandante!” egli ha risposto con un altro grido, per dire che egli non era il “Comandante”, ma “il bresciano di Brescia”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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