Oltre la storia e la letteratura, c’è anche la pittura. E’ quanto, fra l’altro, emerge dal libro “Gabriele d’Annunzio pittore” di Costanzo Gatta per la “Ianieri Edizioni”, quale ulteriore contributo di conoscenza a favore dell’eclettica personalità del noto esponente della letteratura italiana che, il titolo della pubblicazione, adotta in un’esplicita considerazione.

Poco più di duecento pagine documentano, in vari modi, la vena artistica dannunziana, anche in manufatti d’arte visiva, in alcuni casi, da lui realizzati accompagnando l’ispirazione lirica dello scritto con l’aggiunta di un’altra spontanea formula compositiva, praticata per aprire un supplemento di espressione creativa, all’interpretazione di una modalità narrante, affidata ad una diversa sintesi descrittiva.

Come spiega Franco Di Tizio, direttore della collana editoriale “Saggi e carteggi dannunziani” per la quale è pubblicato il libro, d’Annunzio “oggi è conosciuto come giornalista, romanziere, poeta, drammaturgo, scenografo, politico, patriota, militare ed eroe di guerra, ma, in realtà, ebbe tante altre passioni: si occupò, infatti, di numerosi rami dello scibile umano. Non c’è da stupirsi, quindi, se oggi, si parla anche di un d’Annunzio pittore. (…)”.

Oltre al personale ed al convinto cimento del poeta, dedicato ad una circoscritta produzione grafica, relativamente, per lo più, a disegni, schizzi ed a dipinti, l’autore di quest’accurata opera monografica non manca di sviluppare anche il connubio fra d’Annunzio e quel ricco paradigma artistico da cui riverbera un nesso concettuale presente nell’estro letterario, per il tramite di una sensibilità coloristica corrispondente.

Una sensibilità sottesa al rapporto con gli abituali riferimenti operativi propri di un artista che appare riflesso nella sua letteratura dove, per la ricca stilistica forbita, sembra pure trovare terreno fertile la scelta delle aggettivazioni cromatiche che appaiono funzionali a concorrere al ritmo delle emozioni, traslate dalle parole e sviluppate nell’eco di una immedesimazione suadente, favorita attraverso la dinamica del testo e spinta nella profondità del loro stesso spessore coincidente.

A questo aspetto, è dedicato il capitolo intitolato “La mia fantasia colorista” dove, fra l’altro, Costanzo Gatta spiega che “(…) Nelle descrizioni di d’Annunzio i riferimenti al colore sono molti, variegati, attenti. Pare quasi che egli intinga la penna nella tavolozza più che nel calamaio. Sempre sa scegliere il tono esatto, la sfumatura di un certo colore da accostare a ciò che sta descrivendo. (…)” sviluppando, nel prosieguo di questa parte del suo lavoro, una serie di argomentate afferenze, instauratesi fra questa volonterosa propensione artistica ed un motivato insieme di rispettive pertinenze che, al Poeta, attengono, ora, nella portata biografica di tipiche reminiscenze.

Fra queste, anche l’individuazione di un colore ispirato al panorama locale, associato al da lui allora praticato soggiorno gardesano, quando, fra i suoi carteggi, intercorsi con il proprio collaboratore a Gardone Riviera, nella persona di Giancarlo Maroni, scrive, fra l’altro, a proposito di un tal piatto murato nella serra che “(…) conviene circondarlo d’una banda di marmo nero – o scuro – con l’iscrizione seguente, incisa e dorata, allusiva alle rondini. Conviene anche patinare la serra, col solito giallo benacense, invecchiato. (…)”.

Riferito al Benaco, una certa tonalità di giallo pare abbia specularmente avuto una emblematica caratterizzazione, relativamente alla natura del colore preso in considerazione, con l’invenzione nominale del suo abbinamento con il territorio lacustre dove in quel tempo risiedeva l’autore di tale espressione.

Periodo della sua vita dove i colori pare che si avvicendassero più in libere costruzioni lessicali che nei dipinti, a suo tempo, da lui compiuti e restituiti alla notorietà da questo libro in citazioni funzionali a renderne le proporzioni, tratteggiandone i contorni, secondo precisazioni esemplari.

Il museo d’arte di Chieti conserva, con la denominazione “Vecchio con berretto”, il disegno a matita già detto “Testa di sacerdote”, come pure, significativo della stessa tecnica compositiva, anche il “Marinaio sulla spiaggia”, in tale sede ribattezzato “Uomo con pipa”, relativamente a quell’età giovanile dove, a parte i manufatti a firma di “G. d’Annunzio”, la storia ci tramanda, fra gli altri, i dipinti “Chiaro di luna”, firmato Floro, e “Ritorno dalla pesca” (immagine in allegato ndt) sottoscritto da Floro Buzio, entrambe opere del 1880.

Opere che, insieme ad altre, valutate dalla critica, hanno ispirato alcuni pronunciamenti profilatisi in sintonia con la maturazione di d’Annunzio verso la migliore valorizzazione di altri suoi talenti, come, a tale proposito, spiega Costanzo Gatta: “(….) Purtroppo il d’Annunzio pittore, impacciato nel segno, incerto nella prospettiva e nelle profondità, non supera il livello di un onesto dilettante. Uno zero, a paragone del poeta, del romanziere e del trageda. Così come ha mostrato scarso talento davanti al cavalletto, ha spesso scricchiolato come critico d’arte. (…). Lapidario il giudizio di Berenson sul d’Annunzio critico d’arte. – Gli mancava qualunque senso di qualità per le arti visive -”. “(….) Molto più schietto Raffaele Tiboni: – Un artificioso fuoco fatuo (….) il poeta non andò, in questo campo, mai oltre un elementare dilettantismo”.

Nonostante tale ridimensionamento di valore, nel libro, con l’abile espressione “tutto parla all’attenzione”, il filone espressivo dei taccuini sui quali il poeta prendeva appunti e stilava disegni estemporanei di vari particolari descrittivi, sembra poter dimostrare quella linea d’azione che, a cavallo fra intuizione letteraria e manifestazione figurativa, concorre a creare una diversa modalità connotativa del poeta, intesa sul confutato profilo di una versatilità espressiva, anche tradotta nella necessità di offrire, alle sue stesse rappresentazioni teatrali, la voluta soluzione di una attribuita ricercatezza decorativa.