L’anno volgeva al termine e, superate le rotte atlantiche, un messaggio rimbalzava a Roma, per giungere a D’annunzio, dalla redazione del giornale “New York Herald”. Un appello che la “Regia Sottoprefettura di Salò” non mancava di rilevare nel rapporto del 30 dicembre 1922, trascrivendolo, insieme ad altri, nei chiari caratteri ricopiati con una macchina da scrivere: “da Roma, 29/ XII ore 15,35. New York Herald prega poeta dettare messaggio dieci quindi parole contenente speranze nuovo anno per l’Italia e per il mondo. Sarà pubblicato primo gennaio edizione New-York Parigi. Grazie. Ossequi. f.to Sunherald Roma”.

L’invito, rivolto al Poeta, già all’epoca residente a Gardone Riviera, aveva la stessa rilevanza di contenuti da poter essere trascritto insieme ad altre analoghe informazioni, circa la sua persona, nell’ambito di un sistematico e di un quotidiano servizio di monitoraggio capillare che, l’autorità statale del tempo, dedicava istituzionalmente all’illustre inquilino del Vittoriale.

Tale operazione è, di fatto, dichiarata dal Sottoprefetto di Salò all’inizio dell’anno seguente, il 16 gennaio 1923, attraverso una comunicazione, avente testualmente ad oggetto, “Notiziario D’annunziano”, nella quale, il solerte funzionario dell’istituzione salodiana precisava al Prefetto di Brescia: “Per evitare equivoci che possono portare omissioni o ritardi nella trasmissione al Ministero delle notizie d’annunziane, e indipendentemente dalle segnalazioni telegrafiche di fatti e persone che, nei casi più urgenti, io farò, come ho fatto, direttamente al Ministero stesso, prego la S.V. Ill.ma compiacersi comunicare giorno per giorno alla Direzione Generale di P.S. oltre la copia dei telegrammi, il notiziario d’annunziano da me posto in calce a detta copia e che, oltre essere più diffuso e particolareggiato delle schematiche comunicazioni telegrafiche, rappresenta una descrizione continua e logica dell’ambiente d’annunziano che, per quanto pervenga in ritardo, può avere ed ha indubbio interesse. Ossequi e scuse”.

In pratica, D’annunzio era controllato il più possibile, mediante una rete specifica di raccolta di quelle informazioni che giornalmente lo riguardavano, nei vari livelli d’entità delle stesse, dove si manifestava sia la ricezione che l’uscita di ogni missiva personale e nelle quali si strutturava, pure, direttamente o indirettamente, una qualsiasi sua interazione sociale.

“Reo confesso”, ma anche piuttosto fedele e puntuale esecutore di ordini evidentemente ricevuti dall’alto, il Sottoprefetto di Salò si era spiegato, facendosi efficacemente comprendere anche ai non addetti ai lavori che, oggi, possono, fra l’altro, rilevare nelle sue metodiche ed attente comunicazioni d’allora, alcuni estremi riconducibili ai retroscena di quei giorni lacustri, per Gabriele D’annunzio, posti a stretta cornice di tre lustri abbondanti della sua vita, blindati da un servizio di informazioni, strettogli intorno come una invisibile cortina.

Sono, a tal proposito, illuminanti le parole di Roberto Festorazzi, nel suo libro dal titolo “D’Annunzio e la piovra fascista” per la “Minotauro” edizioni: “Con l’avvento del governo fascista, inizia una sorta di perversa coabitazione istituzionale tra D’Annunzio e Mussolini. Nel senso che non c’è simmetria di garanzie e di poteri tra i due massimi soggetti della vita politica nazionale. Il Duce ha scelto il destino della castrazione per il suo odiato avversario. Al Vittoriale, al confinato di lusso del regime, virtuale capo di un “governo ombra” che il Duce teme molto più dell’infelice aborto della secessione aventiniana delle opposizioni costituzionali, viene impedito di svolgere qualsiasi attività politica, anche semiufficiale. Su di lui cade una proscrizione implacabile: D’Annunzio viene escluso dalla vita politica, sottoposto a vigilanza sempre più irriguardosa e soffocante”.

Antonio Grossich
Antonio Grossich

Tra le dirette fonti storiche di tale contingenza appare, a volte, anche il destinatario effettivo delle rispettive trascrizioni provenienti dal raggio d’azione gardesano, al centro di quella esclusiva attenzione in cui uno stretto vaglio di controllo era praticato, come nel caso della comunicazione d’ufficio, esplicitamente indirizzata all’allora Sottosegretario agli Interni, Aldo Finzi (1891–1944), mediante la quale emerge l’inconfondibile penna del “vigilato speciale” che, il 20 gennaio 1923, scriveva, da Gardone Riviera, al “Dottor Antonio Grossich” (1849-1926) di Fiume: “Oggi è il giorno di san Sebastiano e la ferita del pugnale votivo mi risanguina stop abbraccio il fedele stop. Gabriele d’Annunzio”.

Di rimando, il destinatario, stimato medico, fra l’altro, ideatore della tintura di iodio, come via di sterilizzazione rapida per uso esterno, e già governatore provvisorio dello Stato Libero Di Fiume, rispondeva: “Lo squillo delle due campane nuove della chiesetta di cittavecchia disse al Comandante Glorioso l’amore immutabile delle donne fiumane del pugnale votivo radunate ai piedi di S. Sebastiano stop abbracciamoci fidenti nella nuova Italia consapevole della sua grandezza. Devotissimo, Grossich”.

Dalla medesima città adriatica capitava arrivassero anche quelle esternazioni che, parimenti, erano intercettate nel transito attraverso il locale ufficio postale, come pare fosse avvenuto appena prima, il 18 gennaio 1923, in relazione al telegramma: “Da Fiume, 18/1 ore 12,30. Nel secondo anniversario dipartita del Comandante da sua Città olocausta ricordiamo monito perché Italia degli Italiani sia preservata da impurità in nome dell’amore. F.to Biasini Formisano”.

Oltre alle pure praticate intercettazioni telefoniche ed al resoconto dei telegrammi, un riassuntivo riepilogo di altre evenienze, ritenute di rilievo nella dinamica del giorno, via via, preso in esame nel compito di fissarne i punti salienti da documentare, il “notiziario” raccoglieva anche alcuni estremi possibili dell’andirivieni al Vittoriale, come nel caso dell’appunto stilato nello stesso rapporto del 30 dicembre 1922: “D’Annunzio à ricevuto ieri il capitano Giulietti che gli ha comunicato l’ordine del giorno votato in Genova dalla Gente di mare ed il cui testo fu già pubblicato dai giornali. Ha pure ricevuto ieri un alto personaggio religioso dell’Ordine francescano di cui non fu possibile sapere il nome, il quale si dice abbia portato al poeta il ringraziamento del Sommo Pontefice per l’omaggio fattogli del nuovo libro L’Italia degli Italiani”.

La moglie, Donna Maria D'Annunzio
La moglie, Donna Maria D’Annunzio

Nel composito scibile di quanto rimasto nella rete dei controllori, anche il telegramma che il poeta aveva scritto alla moglie, appena appreso circa la morte della di lei madre, in relazione alla dipartita della quale, con il suo inconfondibile stile, si era precipitato a scriverle, con un accenno anche al figlio secondogenito: “14 gennaio 1925. Donna Maria D’Annunzio. Principessa di Montenevoso. Piazza di Spagna, 81 – Roma. Avevo sperato, avevo pregato; e stanotte nella mia lunghissima veglia ho sentito non so che angoscia oscura. Dimmi l’ora del trapasso perché io sappia se il mio cuore ha divinato. Sono con te, sono stretto a te, come al tempo lontanissimo. Tu sai quanto mi fosse cara Mamma Natalia. Spero che ti sia giunta la mia lettera. Adopera il contenuto per la cerimonia funebre e per un grande fascio di violette che porrai ai suoi piedi. Domattina spedirò altro. Prego Gabriellino di fare le mie veci per tutte le disposizioni occorrenti. Sii coraggiosa come sempre. Ti abbraccio con più profonda tenerezza. Gabriele”.

Qualcosa forse sfuggiva alle fitte maglie della rete spionistica, come, probabilmente, nel caso delle lettere postali in arrivo, tra le quali, ad una di esse pareva rispondesse, il 20 dicembre 1922, il poeta, facendo intercettare ai suoi controllori l’allusivo messaggio telegrafico, da lui inviato nel caratteristico ed ermetico frasario dannunziano, in questo caso pure contrassegnato dall’uso di un curioso pseudonimo, con cui appariva celato: “Donna Alessandra Toeplitz Porro. Albergo Imperiale. Roma. Grazie della cara lettera. Non manderò elleboro e il mago vuole che la clarissa fuggiasca ritorni presto. Saluti nostri paterni e fraterni. f.to Frate Gentile d’Albegna”.

In uno stesso rapporto prefettizio, i telegrammi ed i movimenti di persone attorno a d’Annunzio si incrociavano, per il tramite di una significativa dimensione di corrispondenza fattuale, in modo che, ad esempio, era segnalato il sentito appello dell’avvocato Antonio Masperi “dei Legionari di Brescia” di cui si attestava il fatto che “da Brescia – 18/1 ore 24. Ieri, oggi, ho tentato inutilmente telefonare. Vorrei domani venerdì ore 14 con colonnello artiglieria portare proiettili. Urgemi parlarle per conclusione contratto mobili. Prego comunicarmi se può ricevere dovendo servirmi tram. Omaggi”.

Un frammento della collaborazione di tale personaggio vicino al poeta, intuibile nella portata di una dinamica di presumibili accordi da tempo avviati che, il 20 gennaio 1923, era comprovato dalla sintesi sviluppata nelle righe del correlato notiziario dannunziano, con cui si rivelava, alla sede della prefettura bresciana, che “Ieri sono stati ricevuti e trattenuti a pranzo a Villa d’Annunzio: il tenente medaglia d’oro Rossi e l’avv. Masperi dei Legionari di Brescia, il quale ultimo è ripartito ieri sera. Giunsero pure ieri a Villa d’Annunzio nel pomeriggio un colonnello ed un capitano di artiglieria per la consegna dei noti proiettili offerti in dono dal Ministero della Guerra, destinati ad adornare il ponte della Villa del Comandante. Ripartono nella serata. Il marittimo Domenico Giulietti è partito per Roma”.

Giuseppe Giurati
Giovanni Battista Giuriati

Fra gli esponenti politici che, dalla “Città Eterna”, avevano inviato un telegramma a d’Annunzio, anche Giovanni Battista Giuriati (1876–1970) che, a ridosso del periodo della sua nomina a capo del dicastero dei “Lavori Pubblici”, gli aveva scritto, il 7 gennaio 1925, anche alludendo, in aderenza all’epoca, riguardo gli ancora insistenti strascichi circa la definitiva risoluzione ufficiale dei territori annessi della città di Fiume: “Assunto a nuovi doveri, invio al mio comandante un saluto devoto, cordiale e gli esprimo rincrescimento per il ritardo che subirà la consegna del gagliardetto che riunisce il tricolore fiumano alla porpora dalmatica”.

Con lui pare che il carteggio si sia proporzionato pure ad un ulteriore e ravvicinato prosieguo di messaggi, anche inframmezzati da quello d’altro genere che, il Sottoprefetto di Salò, evidenziava nella sua ricorrente segnalazione per la prefettura di Brescia, documentandolo alla data del 9 gennaio 1925, quando d’Annunzio aveva, fra l’altro, telegrafato: “Contessa Giuseppina Mancini. Albergo del Quirinale. Roma. Lina e Giusini hanno dimenticato ogni dolce promessa. Ma io mando la lettera per il Ministro e sono certo che tutto sarà concesso. Sempre devoto e grato, Gabriel”.

Una comunicazione che meglio si svelava nel successivo rapporto prefettizio, cucito addosso alle vicende dannunziane sintetizzate l’11 gennaio 1925, tra le quali si era pure appurato che, da Gardone Riviera, era partito, 10 gennaio 1925, per Roma, il telegramma indirizzato allo stesso ministro Giuriati, per l’eloquente segnalazione di un caso, in un certo qual modo individuato ed, a quanto pare, meglio raccomandato: “Ti prego di ricevere la contessa Giuseppina Mancini mia carissima amica che deve parlarti dei danneggiati del terremoto nel suo paese e anche di quella Mirabella che è nel mio ultimo libro a te offerto. Confido nella tua squisitissima gentilezza di fante cavaliere. Gabriele d’Annunzio”.

Allo stesso destinatario politico, la questione personale sollecitata, pare gli pervenisse unitamente ad i termini forse più poetici di un’altra comunicazione che, nel rispondere alla precedente nota telegrafica da lui stesso ricevuta, dettagliava l’estro dannunziano rivolto alla sua persona, nel delineare i profili del dicastero ministeriale di cui era al vertice, subito idealmente fatti propri dal poeta, in un’espressione consona all’abituale velleità immaginifica del dimensionare letterariamente la realtà, anche nel roteante riflesso del praticare una intraprendente versatilità allegorica: “10 gennaio 1925. Il tuo saluto sembra prolungare l’incanto delle nostre belle ore al Vittoriale. Ho qui una lettera del 29 dicembre non consegnata. Te la manderò a Roma. Tu diventi il mio vero Ministro poiché il più attivo dei Lavori pubblici è il mio lavoro. Ti abbraccio, Gabriele d’Annunzio”.