Brescia – Antica da secoli, la versione secondo la quale Dante Alighieri  pare sia stato ospitato nel castello di Paratico, sul lago d’Iseo, durante le varie peregrinazioni frammiste alle vicende del suo esilio da Firenze, è stata ripresa il primo d’Ottobre del 1903 dalla stampa locale dell’allora rivista quindicinale “L’Illustrazione Bresciana” che, circa lo specifico argomento trattato, ne pubblicava, fra l’altro, lo stralcio delle memorie stilate da un discendente di chi aveva dato rifugio al sommo poeta che era stato “ospitato da quei nobili signori nel castello di Paratico, “dove stette un tempo poetando, come da versi antichi et homini di questa famiglia Lantieri attempati ho sentito”.

Il breve articolo, divulgando la sedicente affermazione storica, rimandava ad un futuro differibile il dichiarato auspicio di un possibile prosieguo del tema, circostanziato nella località franciacortina, situata in prossimità del limite meridionale della sponda bresciana sebina, attraverso il contributo fattibile di quanti ne avessero avuto l’ispirazione, documentandosi sull’argomento, per rendere disponibile un conseguente pronunciamento da confutare con il particolare aspetto aneddotico, meritevole di un ulteriore approfondimento logico.

Dante “ghibellin fuggiasco”, secondo il documento diaristico, redatto progressivamente attraverso il tempo, nella composizione delle “Cronache della Famiglia Lantieri De Paratico”, avrebbe trovato rifugio presso la famiglia tenutaria del castello, come ha, pure, scritto mons. Paolo Guerrini nel secondo volume dedicato alle “Fonti della storia Bresciana”, per le “edizioni del Moretto”, inerente le “Cronache bresciane inedite dei secoli XV e XIX”: “(…) Da un Lantiero del defunto Marchesio di Paratico che fu Podestà di Piacenza nel 1277 e che si crede abbia ospitato il profugo Dante Alighieri nel suo castello, questa famiglia fu denominata dei “Lantieri dè Paratico” e lasciò molte memorie della sua dominazione nella Franciacorta occidentale, lungo la sponda sinistra dell’Oglio, dove essa esercitò una sorveglianza militare sul confine bergamasco nei secoli delle lotte comunali. L’origine però di questa famiglia è ancora molto oscura e le memorie documentarie di essa non risalgono al di là del 1279”.

Circa, invece, il manoscritto in questione che attribuisce a Dante la breve permanenza nel turrito luogo di una esplicita e caratteristica ubicazione, ora in uno stato di precaria conservazione, ancora mons. Paolo Guerrini, scrive, nella sua opera memorialistica accennata, che “Il primo iniziatore di questa cronaca di famiglia fu Ascanio, nato il 12 aprile 1496 da Gian Giacomo fu Battista Lantieri dè Paratico e dalla nob. Maria di Verzerio Luzzago di Manerbio. Il 14 ottobre 1521 egli sposò Margherita figlia di Giacomo Bazardi di Travagliato e ne ebbe parecchi figli. Morì il 17 novembre 1545 e il registro delle memorie famigliari da lui iniziato venne continuato dai suoi discendenti fino all’anno 1779 con accenni schematici ad avvenimenti di indole generale con più ampia narrazione di avvenimenti locali bresciani e con abbondanti notizie anagrafiche della nobile famiglia che ebbe notai, magistrati, religiosi e religiose di modeste attività sociali”.

A proposito di questo casato, lo stesso autore ne dettaglia altre notizie nel compendio di un’altra sua pubblicazione, dal titolo “Memorie storiche della diocesi di Brescia”, ponendole, nel ventiduesimo volume di quest’opera documentaristica, in un curioso appaiamento con l’omonimia di un’altra schiatta genealogica rilevata, invece, altrove: “i nostri Lantieri più che dal nome del capostipite si denominarono ”da Paratico” dal paese d’origine e ancora oggi è questa la denominazione comune e popolare del loro cognome. A Gorizia invece i Lantieri locali discendono da Lubiana, investiti di feudi tedeschi già nel secolo XV; sono feudatari indigeni del contado di Gorizia, una famiglia già potente che accresce la sua potenza nella corte del conte di Gorizia e Gradisca, seguendo le sorti del Patriarcato di Aquileia”.

Curiosità di una distinta gemmazione dal “nome personale di origine germanica, diffuso un po’ dovunque dai Longobardi”, che, nel caso dei Lantieri bresciani, si interseca con la figura dell’illustre ospite fiorentino, morto poi di malaria a Ravenna, annotato nelle cronache famigliari lungo lo strascico temporale blasonato in cui si è perpetuato l’evento bresciano che lo avrebbe riguardato.

In riferimento a questo, Domenico Bolferetti spiegava la presenza di Dante Alighieri a Paratico nella laconica constatazione che “avviene spesso a’ grandi poeti quello che a’ profeti, la patria li disconosce e li scaccia da sè”.

La considerazione era introduttiva del suo interessante contributo d’analisi storica, pubblicato sulla prima pagina dell’Illustrazione Bresciana del primo dicembre 1903, a fedele corrispondenza dell’appello racchiuso in quanto, un paio di mesi prima, il medesimo giornale aveva rivolto ai suoi lettori attraverso l’evocazione della particolarità costitutiva di ciò che maggiormente dei termini di una leggenda pareva fosse, per lo più, fornita.

Purgatorio
Purgatorio – Stampa d’epoca

L’autore, interrogandosi circa la veridicità o meno del soggiorno dantesco in quel territorio che una certa tradizione ha attribuito l’esserne stato l’ospitale contesto, aveva ritenuto di dover specificare che “dei biografi, soltanto pochi citano la tradizione di Paratico; e sono i meno attendibili. Perfino gli Almanacchi e le Guide diventano timide nel parlare di questo. Mi pareva, quindi, d’essere in pieno diritto di negare questa diceria. Ma correvo troppo. Non si può, almeno per ora, provare storicamente che Dante sia stato a Paratico; ma non si può nemmeno affermare il contrario, poiché non si saprebbe per qual ragione chi visse tanto a Verona, e andò probabilmente a Mantova, nel Trentino e in tante vicinanze della Lombardia, non possa essere stato sul lago d’Iseo”.

Quella ventina di giorni che, una certa vulgata locale individuava nella circoscritta durata di un breve periodo intercorso nella diluizione di quasi un ventennio, dal 1302 fino all’estrema dipartita, durante il quale, espiando la gravosa condanna dell’esilio, Dante era stato costretto a “lo scendere e il salir per l’altrui scale”, sembra poter emergere in una contestualizzazione che, sulla base di alcune prove asseverate, lo scritto accennato fornisce, fra l’altro, attraverso la lettura che “E’ certo che Dante fu ospitato a Verona almeno due volte: una a principio dell’esilio e l’altra pochi anni prima della morte. Che da Verona abbia avuto occasione di visitare altri luoghi all’intorno è cosa ben credibile. Si ricordi come descrive “la ruina che nel fianco di qua da Trento l’Adige percosse (Inf. XII): come descrive il corso del Mincio da Peschiera a Governolo e la situazione di Mantova (Inf. XX, 61 – 84) e ci persuaderemo agevolmente che descrizioni così vive, incisive, limpide non le può fare chi non ha visto i luoghi. Da Verona, l’Alighieri potrebbe essersi recato a Paratico, sia per qualche ambasceria degli Scaligeri ai Lantieri , sia per la fama del lago, sia per altro motivo”.

Altra documentata ispirazione per la trattazione del tema, sembra essersi rivelata la citazione di un pregresso intervento mosso da un diverso approccio verso l’argomento, in ordine al quale, prescindendo dall’ardua ricerca delle tracce storiche nel merito, “A Paratico si ricorda che il prof. Vincenzo Busti sosteneva che Dante dovette ispirarsi al panorama splendido di Paratico nella composizione del II Canto del Purgatorio. Stando sulla porta del diroccato castello è incantevole la vista del colle che dichina dolcemente verso il lago, il quale si stende grande e purissimo come il suol marino intorno all’isoletta del Purgatorio; ed è facile vedere in lontananza la vela bianca d’una barchetta che avvicinandosi man mano, ricordi il vasello snelletto e leggiero del celestial nocchiero. Nel passato, quando il lago veniva più avanti e formava lungo la spiaggia un po’ di palude, ci saranno stati anche dè giunchi sovra il molle limo: così che i riscontri con l’isoletta erano maggiori”.

Nel senso di smarrimento circonfuso nel Purgatorio dantesco, pare ricondursi l’esperienza sofferta dello stesso suo noto autore, per il quale Domenico Bolferetti, nello sviluppo delle considerazioni affidate all’Illustrazione Bresciana, in quell’edizione d’inizio Novecento, non mancava di rimarcare un’osservazione ed una speranza, nell’affermare: “Sappiamo che Dante, priore repubblicano, in corte non riusciva; troppo era per sé, per un cotal rispetto pauroso del suo ingegno, i signori tolleravano cotesto uomo presuntuoso e schifo e isdegnoso e che quasi a guisa di filosofo mal grazioso non bene sapea conversare cò i laici; e spesso per diletto gli aizzarono addosso i motteggi dei loro buffoni. E’ dolce pensare che il cruccioso Poeta trovasse un’ospitalità benevola e generosa nell’alpestre castello dè Lantieri, dove non ci doveva essere quella vile marmaglia d’istrioni e di scaltri cortigiani; e dove la libertà dei monti e la schietta cordialità della gente gli avranno forse addolcito il sale del pane altrui”.