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La Terra Santa è su tutti i giornali del mondo oggi. Gerusalemme, la città troppo santa per non essere eternamente contesa.

L’annuncio di Donald Trump di voler spostare l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme e di riconoscere questa città -cuore di tre religioni e luogo di difficile convivenza fra arabi, ebrei e cristiani – come capitale di Israele, ha gettato caos nel mondo.

“Gerusalemme è una città unica, sacra per gli ebrei, i cristiani e i musulmani ed ha una vocazione speciale alla pace. Rispettate lo status quo”. È l’esortazione di Papa Francesco.

Gerusalemme
Gerusalemme

Ma anche quello status quo è difficilmente sopportabile. Soprattutto da parte palestinese.

Non sono nessuno per poter prendere parte a questa lacerante querelle. Non sono ebrea. Non sono mussulmana né araba. Ma vorrei raccontarvi una piccola storia, quella di Fahdi che vive a Betlemme e che ho incontrato qualche anno fa.

Sotto il sole di un mezzogiorno di luglio, e sono più di 40 gradi – una temperatura eccezionale anche per la Palestina – Fahdi scruta i serbatoi sul tetto della casa in cui vivono lui e altre 60 persone.

Eccola.

Scuote la testa, preoccupato. Le riserve sono ormai al limite. E il rifornimento non arriverà che fra venti giorni. Così vuole l’autorità israeliana che ha il potere su tutte le riserve d’acqua del paese. Anche su quelle palestinesi.

Cisgiordania, un tratto del muro che divide i territori palestinesi dagli insediamenti israeliani
Cisgiordania, un tratto del muro che divide i territori palestinesi dagli insediamenti israeliani

“Ci sono case che non hanno più acqua già da un mese” mi spiega. Sorride. Mi chiedo se sia rassegnato a questa vita. Ma sono domande senza senso le mie. Quasi mi vergogno di questi pensieri.

Questa è una terra che acqua ne ha abbastanza. Il problema è che non viene distribuita ai palestinesi. L’80% va agli insediamenti dei coloni israeliani. Che consumano il triplo d’acqua giornaliera.

Nei loro giardini l’erba cresce. Nelle case palestinesi si fa la doccia due volte al mese. Quando l’acqua finisce ci si arrangia. Si mandano i bambini dai nonni, dagli zii, da quei parenti che hanno ancora qualche riserva.

Oppure la si compra: 10 metri cubi costano un equivalente di 120 euro. Non poco per le possibilità economiche delle famiglie palestinesi.

Secondo i dati dell’associazione umanitaria Palestine Monitor nel 7% delle comunità ogni abitante ha non più di 30 litri di acqua a testa al giorno. La media ufficiale sarebbe di 63. Quella raccomandata dall’Organizzazione mondiale della sanità non dovrebbe stare sotto i 100 litri.

I territori di Palestina e Israele negli anni
I territori di Palestina e Israele negli anni

In Cisgiordania non ci sono acquedotti ed è vietato avere un pozzo: nelle fertili terre di Cremisan, a ovest di Betlemme, i tredici pozzi esistenti sono stati svuotati.

Quando non vedo il muro, è l’acqua che mi fa capire quali sono i quartieri palestinesi e quali gli insediamenti dei coloni israeliani. Le case dei primi hanno il tetto costellato di serbatoi, molti a forma cilindrica. Gli altri grandi terrazze e prati verdissimi.

La pace è prima di ogni cosa questione di diritti elementari. Di solidarietà. Di beni comuni. Come l’acqua. Negata ai palestinesi nonostante una risoluzione dell’Onu del 2010 sancisca l’acqua come diritto inalienabile.

Lungo il muro
Lungo il muro di separazione

Succede questo e molto di più in Palestina. “Ma noi tutti nuotiamo in queste acque, occidentali, musulmani e altri, allo stesso modo”, ha scritto nel 2001 su Repubblica Edward Said, grande intellettuale palestinese e cristiano.

“E poiché le acque fanno parte dell’oceano della storia” aggiungeva, “cercare di dividerle con barriere è inutile.

Viviamo momenti di tensione. Ma è meglio pensare in termini di comunità che detengono il potere e comunità che ne sono prive, di secolari politiche di raziocinio e ignoranza, e di principi universali di giustizia e ingiustizia, piuttosto che smarrirsi in astrazioni che possono essere fonte di soddisfazione momentanea ma producono scarsa autoconsapevolezza.

La tesi dello “scontro di civiltà” è una trovata tipo “Guerra dei mondi”, più adatta a rafforzare un amor proprio diffidente che la conoscenza critica della sorprendente interdipendenza del nostro tempo”.

Credo che in momenti come questo, si farebbe bene a rileggere parole come queste.

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Macri Puricelli
Nata e cresciuta a Venezia, oggi vivo in mezzo ai campi trevigiani. Fra cani, gatti, tartarughe, tre cavalle e un'asina. Sono laureata in filosofia e faccio la giornalista da più di trent'anni fra quotidiani e web. Dal 2000 mi occupo della comunicazione on e offline di Cassa Padana Bcc e dallo stesso anno dirigo Popolis. Quanto al resto...ho marito, due figli e tanti tanti animali.

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