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Oggi nella toponomastica Caporetto non esiste più. Ma nel cuore di molti italiani e nei libri di storia, è la madre di ogni disfatta.

Kobarid, così si chiama oggi Caporetto, è un piccolo villaggio sloveno sulle rive dell’Isonzo, poco oltre il confine. Poco più di mille abitanti che portano sulle spalle il ricordo non solo di sconfitta, ma anche di morte.

“Caporetto è uno scatenamento dell’immaginario” spiega lo storico Mario Isnenghi a Repubblicva, il virtuale che si sovrappone al materiale. Qualcosa che va molto oltre la dimensione militare ed entra nella psicologia e nella politica. In due settimane di caos si giocano i destini d’Italia. Un momento quasi onirico della nostra storia, in cui, in assenza di informazioni effettive, ciascuno reagisce secondo le proprie ideologie e pregiudizi”.

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Oggi, 24 ottobre, sono passati cento anni da quella giornata.

Nebbia e freddo su Caporetto.

Alle 8 di mattina del 24 ottobre 1917 Tedeschi e Austriaci attaccarono. Le bombe nemiche, spesso caricate con gas letali, colsero di sorpresa le difese italiane.

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Caporetto fu la prima zona a cedere, permettendo al nemico di dilagare verso la pianura friulana attraverso la val d’Uccea verso la linea del fiume Tagliamento, dove Cadorna disponeva intanto la ritirata difensiva momentanea, prima di quella definitiva sul Piave.

Ciò che avvenne a Caporetto fu devastante. La Seconda Armata venne annientata: 600.000 soldati italiani piegarono la testa di fronte al dilagare del nemico. Circa 265.000 furono i prigionieri. 13mila i morti. Quelli italiani.

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La Redazione
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