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Brescia – Così come una data patologia si coniuga ad una tal persona, nella quale si manifesta in una coincidente virulenza, allo stesso modo, Aldo Trapuzzano accosta la depressione al termine da lui scelto per un abbinamento con la complessità che a questa problematica appare di pertinenza, in modo che il tema trattato si esplichi in un ampio circuito di significativa attinenza, risolvendosi in una riflessione, in questo caso, ispirata alla coscienza.

Racconto autobiografico, dagli sterminati particolari dettagliati, capace di invogliare la lettura conservandola entro rette di conduzione essenziali, il libro, dal titolo “Depressione e coscienza” esprime, già dalla denominazione che la copertina reca in evidenza, la scelta narrante di una logica prospettiva di intrigante consistenza.

Nelle circa centosessanta pagine della pubblicazione, realizzata dalla “Rotomail Spa”, per la serie “Lampi di Stampa”  relativa alla veste editoriale “Ti pubblica”, la depressione, interpretata dal medesimo autore, è rispettivamente affrontata nei capitoli “La coscienza dell’essere”, del vivere, del fare, di amare, del limite, della malattia.

Il filo conduttore è l’esistenza dell’autore, circoscritta al periodo giovanile della fine degli anni Settanta di quel Novecento andato, particolarmente travagliato dalle tensioni sociali della lotta politica fra certi blocchi culturali tradizionalmente contrapposti, dalla violenza terroristica con, ad esempio, l’omicidio di Aldo Moro, e dal primo manifestarsi nella società, in una deflagrante incipienza, della piaga delle tossicodipendenze, secondo un drammatico degrado di immorale pervadenza.

Dall’ingente spessore di questi temi si percepisce quanto, una corrispondente riflessione che entro gli stessi riferimenti implicati si muove in aderenza, possa condurre alla profondità provocatoria di quello stato dell’essere che, in una rispettiva personalizzazione, si manifesta nell’intelligente evocazione di un’ultima eco esistenziale, confacente a quanto è rappresentato dalla coscienza.

In questo senso, la coscienza è sfondo contenutistico che ingenera le autentiche espressioni rivelatrici funzionali anche a togliere il velo a tutto ciò che, ad una controversa e sofferta forma di depressione, costituisce materia connotativa di una sua diretta appartenenza.

Tra i sei capitoli accennati del libro, recante in copertina la riproduzione di un disegno figurativo realizzato da Rino Cosentino, le vicende, descritte in una prima persona narrante, si svolgono principalmente a Genova dove l’autore, in giovane età, ha vissuto con la propria famiglia, nonché nella calabra zona marittima d’origine della stessa, lungo la costa tirrenica di San Lucido ed, in una sorta di epilogo finale, quasi foriero di una premessa fattuale, anche a Brescia, dove, fra i fatti descritti nel libro, questa località del settentrione padano appare abitata dal fratello insegnante dell’autore, di nome Maurizio, rivelandosi nel ruolo di una città che inizia a profilarsi come localizzazione rappresentativa di una svolta particolare nel prosieguo esistenziale di Aldo Trapuzzano, per ciò che è attinente sia lo sviluppo professionale che la propria affermazione personale, in una riuscita sfera dinamica, affettiva e famigliare.

Nella scommessa analitica del raccontarsi, privilegiando la fedele focalizzazione tematicamente esplicativa del libro che è riguardante quella forma di depressione tradotta in pagine di lettura, l’autore, secondo una articolata e cronologica sequenza espositiva ed evocando il concetto della coscienza lungo il dipanarsi dei singoli capitoli, pare individuare in quest’ultimo riferimento concettuale una linea di basilare e di strutturale ricaduta di ogni insieme di avvenimenti, compresi in una somma considerevole dalla quale traluce la profondità intrinseca e vivisezionante di vari elementi, attraverso i quali il suo compartecipe racconto esprime parallelamente la propria odissea di progressione, distribuita anche fra drammatici avvenimenti.

Quella profondità della quale, fra l’altro, il testo ne fa cenno, quando l’autore, in relazione all’esperienza della depressione, afferma che l’assenza di questa poliedrica percezione, riferita alla proporzione fra gli aspetti di una medesima interazione, si mostrasse nella sintesi di una consapevole ammissione di quanto tale sensoriale attribuzione per lui fosse pari alla mancanza della “profondità delle immagini data dalla luce. In effetti, non trovavo mai un limite alla profondità. Quando stavo male il pozzo era senza fondo, la sofferenza era senza limiti, non avevo paura della morte perché pensavo che quello era il limite massimo”.

Tale ritratto, eseguito dal di dentro una manifestazione depressiva, sembra si legasse con altre sintomatologie, descritte dall’autore, in una chiave di disarmante e di autobiografica rivelazione: “Fin dal mattino è come se dovessi combattere contro un male invisibile che non mi fa vivere e mi toglie la volontà di fare qualsiasi cosa. Dopo aver passato la notte insonne ho la testa vuota e questo dolore forte che parte dalla bocca dello stomaco e si dirama a tutto il corpo, ai muscoli e in particolare alle articolazioni. E poi formicolii alle mani, costipazione, pensieri fissi, difficoltà di concentrazione, testa vuota e questa ansia, questa ansia così intensa che non mi lascia vivere. Non mi lascia rilassare un attimo. Sono sempre teso, una brutta sensazione, come se dovesse succedere qualcosa di irreparabile da un momento all’altro. Non posso far niente, non ho la forza di reagire e quindi di vivere la mia vita”.

Aldo Trapuzzano
Aldo Trapuzzano

Una descrizione che è argomentata nelle variabili possibili di quanto ad essa attiene, anche in altre pagine, dove la stessa materia è tratteggiata, in un modo che comunque pare non abbia impedito all’autore l’assunzione di un atteggiamento di propositiva reazione a quanto da questa problematica proveniva in una sorta di oscura desistenza interiore, dal momento che, come si evince già dalla “quarta di copertina”, il lettore è reso destinatario di una pubblicazione nella quale si tratta “di un giovane segnato dalla depressione che trova, impegnandosi politicamente e socialmente, la motivazione e la forza di continuare a vivere, mentre intorno a lui accadono fatti importanti della storia italiana”.

Questo giovane, alla allora sua amata Lucetta che insieme ad altri del collettivo studentesco, l’hanno aiutato a prendere le distanze dalle espressioni più invasive e perigliose della malattia, confidava, analogamente a come ora, pare ribadire al lettore nella sua apprezzata veste di scrittore che, secondo lui: “Ci sono tre specie di psichiatri: alcuni negano che esista la depressione e ti dicono di fare delle passeggiate all’aria aperta. Poi ci sono quelli che non sanno che pesci prendere e ti consigliano di andare dallo psicologo. Alla fine ci sono quelli che capiscono il tuo male, ma ti dicono chiaramente che non esiste una cura, ma bisogna provare più farmaci che però non è detto che possano avere effetto. Per esempio, mi diceva l’ultimo psichiatra che i sali di litio in alcuni casi fanno miracoli, ma non è detto che facciano effetto anche su di te. Per me si sono rivelati acqua fresca”.

Nonostante questa tripartizione descrittiva, la tematica sembra non voglia avere nel libro una visione risolutiva, secondo una presa di posizione esclusiva, nei cardini attraverso i quali la depressione si muove nella vertenza di una complessa natura costitutiva, ma piuttosto si prodiga a mantenere riuscito l’intento congetturato da chi l’ha coraggiosamente affrontata e che, nel confezionare un’opera autobiografica ad essa dedicata, precisa che “ho pensato che potevo descrivere lo stato di un ammalato di depressione tramite la scrittura”, secondo un’intenzione che si accomiata dal lettore con una serie di interrogativi funzionali ad ulteriori squarci di riflessione, come lo sono, ad esempio: “Vorrei sapere a che punto è la ricerca scientifica e che cosa si fa per alleviare le sofferenze di un depresso, se c’è qualcosa di nuovo e perché non se ne parla” e, su altro versante, “Vorrei sapere perché c’è pregiudizio verso gli ammalati di depressione da parte di buona parte della popolazione”.

Insieme ad un concomitante atto di accusa “verso chi fa cattiva informazione, verso i medici non preparati, verso l’insensibilità di tutti i mass-media verso questa malattia. Verso chi vede la malattia come un affare che fa guadagnare alle spalle di chi conosce la sofferenza fin troppo bene e da troppo tempo”, Aldo Trapuzzano, con il suo libro “Depressione e coscienza”, alza il vessillo di quell’auspicio che al suo scritto offre la frase emblematicamente corrispondente che “La mia speranza è che i malati trovino uno psichiatra che conosce la malattia e che li possa aiutare a contenere il mal di vivere”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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