Ricurva la lama, come ogni ispirazione adunca, nel profilo di una qualsiasi violenza, degenerata in ciò che la rendeva esplicitamente manifestata. Pare che, tale arnese, fosse lo strumento più popolare, documentato nel bresciano attraverso quella diffusione, quanto meno, particolarmente attestata fra le cronache tardo ottocentesche, in una peculiare ricaduta, fra gli effetti enumerati in una proporzione conclamata.

La roncola stava a utensile, certamente pensato per il lavoro, ma anche adattato a mezzo multiuso che, nel prestarsi a difesa o ad offesa, sembra rappresentasse una data ed, a quanto pare, oggi, dimenticata costante di una certa disponibilità personale, riferita all’epoca stessa dove l’epopea del “Far West” americano delineava, invece, per la bisogna, la pistola, a mezzo di sparatorie ricorrenti, a cifra di contrasti a fuoco confliggenti.
A Brescia, sembra, invece, che si andasse, per lo più, all’antica, con tanto di questo metallo affilato, subdolamente assestato, in una stima generale, a confine fra un darsi da fare nell’economia agreste e l’improvvisarsi fra le possibili soluzioni, di fatto, compromesse a spicce vie di fatto manesche.

Sceso il sipario dell’andare del tempo, pare che non se sia saputo più nulla, circa, cioè, l’aver avuto in tanti, per le mani, questa arma potenziale, quasi che l’ambivalenza di una risorsa, a prima battuta d’impiego professionale, abbia prevalso in una preponderante motivazione generale, come se i molti fatti legati, invece, a frammenti estemporanei di notorietà evanescenti, per il loro fermo immagine fissato sulla stampa locale, si fosse, al contrario, mai appalesato in una loro esplicita e tipica manifestazione d’ingaggio interpersonale, secondo un obiettivo differente, a motivo dell’incombere di questa roncola, sfoderata, se non a semplice deterrente, al limite di una destrezza fatale ed, in ogni caso, dirompente.

Fra tutte le possibili citazioni in materia, quella che, fra altre possibili, la dice lunga sul fenomeno in questione è del due gennaio 1893, fra le pagine de “La Provincia di Brescia”, dove pure si specificava il ribadire: “La solita roncola. Decisamente è diventato di moda il portare seco tanto di roncola, quando si esce di casa. Più che in un Paese civile e tranquillo, pare quasi trovarsi fra i selvaggi. E fanno benissimo i Carabinieri e le guardie ad arrestare tutti coloro che vanno attorno così armati. Ieri, vennero arrestati per questa ragione De Giacomi Antonio, Piccini Stefano e Tignonini Paolo”.

In alcuni casi, luogo e contesa tratteggiavano in poche parole i termini validi per sintetizzare una scena rimasta sospesa per quegli aspetti emblematici che assurgono a rappresentarne la versione entro l’incidenza di una statistica di fatti entro i quali la stessa non può che risultare compresa, come nel contributo di informazione del medesimo quotidiano, giunto al 21 maggio 1896 di una sua lontana edizione: “In seguito ad una rissa, avvenuta a Travagliato, i contadini, Binetti Angelo e Pancheri Lelio, rincorsero, brandendo le roncole, il compaesano Tispacca Giovanni. Lo raggiunsero in un’osteria e stava per compiersi l’epilogo sanguinoso quando, fortunatamente, sopravvennero i Carabinieri e i due furono condotti in prigione”.

Oggetto di congiunzione fra gli estremi sparsi, sia nel tempo che nel territorio, di una sua stessa espressione, questa risorsa contadina, anche nelle sue varianti, non mancava di strutturarsi pure nei tratti salienti di alcuni più vaghi ed incerti fatti che le risultavano conseguenti, come, mediante il riferire, se si volesse il coglierli, certi particolari correlati alle contestuali caratteristiche di quei remoti frangenti, con i quali questo genere di avvenimenti appariva in una pagina del menzionato giornale locale, mediante il resoconto di una cronaca particolare, risalente al 25 maggio 1896: “Una scena misteriosa – Ci narrano che ieri i passeggeri del tram che parte da Gavardo alle 15 assistettero ad una scena misteriosa. Tra Gavardo e Paitone il tram raggiunse una donna che correva agitando un falcetto, emettendo delle grida che non si potevano capire. Più innanzi, un contadino, un giovanotto, fuggiva, brandendo pure un falcetto. Il giovanotto per sottrarsi all’inseguimento saltò sul tram. Il capotreno lo mise in contravvenzione e gli sequestrò anche il falcetto che teneva in mano. Alle domande che il pubblico gli rivolgeva narrava che poco prima era nata una questione in un’osteria di Gavardo sul gioco della morra dove dei contadini lo avevano aggredito ed egli, dopo aver menato un colpo di roncola ad uno, senza però ferirlo, si era dato alla fuga. A Rezzato, il contadino smontò”.

Ancora, su tale praticato mezzo di trasporto pubblico, pari tematica vi poteva trovare addirittura l’esordio insorto a traccia generata da una propria prima espressione, completandosi, in una sorta di versione viaggiante, nell’orbita repentina di una sua stessa compiuta misura di definizione, poi materia di una successiva informazione, come nel caso di quanto riferito dal quotidiano “La Sentinella Bresciana” del 16 agosto 1892: “Contadino prepotente. Giorni sono a Rezzato, trovandosi il contadino Tonni Bortolo, sul Tram, venne per un non nulla a contesa col personale del treno, e si lasciò talmente accecare d’ira che, estratta una roncola, fece l’atto di lanciarsi addosso ai suoi avversari. Ma dei presenti lo disarmarono testo e lo denunciarono all’autorità giudiziaria”.

A volte, nell’insieme eterogeneo di questi marginali affreschi popolari, la memoria vi ingiunge un’impronta utile a proporzionarne la completezza fattuale, nella dinamica, cioè, per mezzo della quale, tali contingenze si erano rese ad immagine di esuberanze spinte fino alla loro stessa valenza penale, ad esempio, attestate da “La Provincia di Brescia”, in stampa l’8 gennaio del 1894: “La cronaca della roncola. Quest’arma compagna indivisibile di quasi tutti i contadini delle nostre campagne meriterebbe davvero una cronaca a parte. Infatti, in ogni rissa è il triste argomento di conclusione. Anche oggi ci arriva notizia di due risse chiuse dalla roncola e naturalmente col sangue. Una a Marcheno dove Amadini Andrea e Ardisi Luigi incominciarono litigando su futili motivi. Ma si infiammarono di parola in parola, l’Ardisi estrasse la roncola e ne menò vari colpi all’Amadini ferendolo in più parti. L’Amadini sporse querela contro il feritore. I Carabinieri perquisirono l’Ardisi e gli sequestrarono la roncola. Ed un’altra avvenne a Bedizzole. Qui, in rissa, fra Fabbri Santo e Goffi Antonio, la roncola ferì il primo alla testa. Guarirà in cinque giorni. Il feritore venne arrestato”.

Ad immagine di similari provvedimenti giudiziari dell’epoca, il suddetto quotidiano ne elencava una minuta statistica, legata al giorno utile per una loro stima connessa all’edizione del 28 maggio 1896 dove si circostanziava il rispettivo particolare, connesso ad ogni corrispondente motivazione capillare: “Gli arrestati. Le guardie di città arrestarono ieri: Ferrari Annibale che deve scontare due giorni di carcere per ubriachezza; Martini Giovanni, fruttivendolo che deve pagare con un giorno di carcere una contravvenzione alla legge metrica; Casamali Francesco fonditore di metalli condannato a due giorni per porto di coltello; a Minelli Francesco, Volpi Pietro e Leali Giovanni che visitavano, armati di roncola, i templi di Via Tre Archi”.

Templi di Bacco, ovviamente, mentre, osterie a parte, era quello, pure ancora e non solo, il tempo per la rappresentazione, divulgata in pari pagina, dell’opera “Il Trovatore”, nell’allora teatro Guillaume di Brescia, ora teatro “Sociale”, che, anche qui, svelava l’immagine, sullo sfondo indiretto di quei giorni, di un duello all’arma bianca, già nell’interpretazione della prima parte del medesimo melodramma.