La profondità di prospettiva del libro “Diari 1915 – 1918 – Dal cortile alla trincea” si sviluppa su quella linea di incontro dove, alla singolare testimonianza di una serie esemplificativa di militari bresciani, coinvolti nel primo conflitto bellico mondiale, corrisponde quella retta infinita del tempo, intercorrente fra un orizzonte esistenziale, che, di tutta un’epoca e di un perdurante proseguire generazionale, sembra farsi inafferrabile confine dimensionale, come quell’invisibile orizzonte lineare che separa il cielo dal mare.

TONINO_ZANAQui, il giornalista e scrittore Tonino Zana raduna magistralmente l’esercito dei bresciani in faccia all’omologo popolo in divisa degli austriaci, vicendevolmente belligeranti sotto il cielo plumbeo emanante i confliggenti strali debordanti dell’innescato apparato della Prima guerra mondiale, spinta fino alla follia di certe circostanze terrificanti che, ancor oggi, nella memoria riapprofondita di quei giorni dolorosamente infranti, conservano la portata evocativa di disumane derive devastanti.

Quella memoria che, per i tipi dell’Editoriale Bresciana, secondo la stampa della “Tipografia Camuna”, è alla base di questo volume storiografico, articolato nei cinquantadue capitoli con i quali risulta funzionalmente rappresentato, che coincide con lo spessore biografico di un gran numero di militari bresciani, combattenti nella Grande Guerra, attraverso il quale il diretto lascito di un corrispondente patrimonio umano  appare compendiato e divulgato, per mezzo del “Giornale di Brescia”, nel robusto formato delle circa trecento pagine illustrate, dove un ingente lavoro di ricerca documentaristica vi è stato assicurato dall’autore, mediante quell’efficace registro espressivo che, nell’asseverata disciplina storica trattata, si conferma pari al suo apprezzato e caratteristico carisma compositivo.

Nel capitolo dal titolo “La lingua della trincea”, particolarmente allusivo dell’incidenza, sul piano memorialistico, del carteggio intercorso fra i militari ed i destinatari del loro estemporaneo epistolario personale, scrive, fra l’altro, Tonino Zana: “Perchè serve la memoria, soprattutto la memoria di quel tempo? Perchè il nostro viaggio umano ha un senso, se conosciamo i passi precedenti, la direzione, il posto delle lacrime e dei sorrisi. E anche perché il viaggio si ricompone di momenti e di storie che verranno replicate a ragione di un indiscutibile e naturale riproporsi dei fatti. Mutevoli nella forma, identici nella sostanza. La memoria conviene poiché la storia si replica per l’eguaglianza genetica del male e del bene che si contrappongono e cercano di occupare uno spazio dell’anima”.

In questo motivato contesto d’approccio alla storia delle maggiori stime, per il tramite delle infinite microstorie che in essa sono distribuite, Giacomo Scanzi, direttore del “Giornale di Brescia”, spiega, fra le sue considerazioni espresse nella presentazione del libro, che “I Diari di Guerra, la fittissima corrispondenza dal fronte, la memorialistica che Tonino Zana ha raccontato per il Giornale di Brescia e che qui vengono raccolti e rivisitati, dicono anche della fatica del narrare associata alla prima vera consapevolezza di esistere dentro la storia che offriva la dimestichezza con carta e penna. Essi offrono, ad un secolo di distanza dall’inizio italiano del conflitto, un punto di vista straordinariamente umano. Si tratta di una vera e propria poetica popolare in cui, consapevolezza del dramma, coscienza del dovere e nostalgia degli affetti, si mescolano in una mirabile narrativa”.

Protagonisti di questa particolareggiata pubblicazione, eloquente pietra miliare di una brescianità largamente presente nei suoi esponenti anche sulla prima linea di un servizio alla patria, durante quel lungo triennio e mezzo belligerante, sono i militari, sia di truppa che graduati, sopravviventi nelle tracce dei documenti a loro coevi, in quelle fonti di prima mano, grazie alle quali, si prestano implicitamente, nel tema del libro, ad essere considerati.

Insieme a loro, si instaurano, in certi casi, anche alcune interconnessioni plurali, relativamente a geografie amiche o, addirittura, antagoniste, ma in entrambe le variabili, in un certo qual modo, strette, fra loro, in incastri complementari. Dell’uno, pare potersi percepire tale trasversale e riuscita connessione per il tramite, ad esempio, del tenente Bartolo Gianturco, testimone dell’esecuzione di alcuni militari italiani, fra i quali, il capitano Giuseppe Rebughi di Odolo, al “castello-lager” boemo di Horovice.

In relazione alla fonte diaristica di questo personaggio, volta a documentare il tragico accaduto, secondo una testimonianza personale, scaturita da una impressione diretta, anche resistente alle distanze di una diversa geografia di provenienza, contribuendo alla ricostruzione dei fatti nella loro consistenza, si legge, fra l’altro, nel libro di Tonino Zana: “(…) Si ipotizza di un Bartolo Gianturco, cittadino lucano, eletto nel Parlamento fascista. Allora si potrebbe ipotizzare la sua presenza istituzionale in Valsabbia, in occasione del trasferimento a Odolo della salma del capitano Rebughi nel 1923. In quell’occasione, l’ipotetico on. Gianturco avrebbe portato il diario, consegnandolo a qualche parente”.

zana_libroSul versante, invece, dei tiri curiosi ed imprevedibili della storia che, contestualmente, confondono, in una sorta di regola del contrappasso, anche i tempi, i ruoli e le ragioni di eserciti nemici, appare, nella coinvolgente aneddotica narrante del volume, esercitata in un’istruttiva maestria calzante, quel fatto di Orzinuovi di cui, in pratica, la singolarità si situa nell’essere stato preso prigioniero un orceano, durante il secondo conflitto mondiale, da parte di un tedesco che, nel periodo, invece, della Grande Guerra era stato, a sua volta, costretto alla cattività nella medesima cittadina della Bassa Bresciana, da dove il destino avrebbe poi riservato che provenisse il soldato italiano catturato dallo stesso avversario, ancora nemico, circa un trentennio dopo: “(…) Ci consultiamo con la nostra collega e concittadina di Orzinuovi, Wilda Nervi, e cogliamo la storia di suo padre Franco, il quale finì in un lager della Seconda guerra mondiale e vi trovò un capo tedesco che era stato prigioniero del Bresciano, diceva, nella Prima guerra mondiale. E quando vide questo nome nell’elenco dei prigionieri, questo Franco Nervi da Orzinuovi in provincia di Brescia, lo chiamò, volle sapere del suo paese e individuò la prigione in cui era stato messo proprio in una cella del castello di Orzinuovi. Era accaduto a un soldato prigioniero bresciano di trovare un capo tedesco che era stato prigioniero a sua volta nella guerra del 15-18 nel suo paese di vita e di origine”.

La rappresentatività di questo libro, circa il nesso fra la realtà bresciana e l’epoca stessa esaminata, si ascrive pure nel riflesso evocativo, traslato dalle molteplici identità che vi sono riportate, che sono rispettivamente legate alle località d’origine afferenti i molti uomini in grigioverde, presenti sulla scena cruenta della Grande Guerra, riconducendosi a quella “livella” che li ha accomunati nel novero dei caduti a seguito di un’azione bellica, oppure immedesimandoli, in altra parte, a fare loro veicolare il ricordo, nel subentrato tempo di pace, dei drammatici e sofferti frangenti sperimentati, essendo usciti vivi da quella immane mattanza d’uomini, definita in un’espressione papale “l’inutile strage”, che, nel volume, è testimoniata dalle raccolte documentali di archivi pubblici, come l’Archivio di Stato di Brescia, e privati, come, fra gli altri, quello delle rispettive famiglie Materzanini, Gorlani, Guarneri e Cicogna, mentre, tra le pure importanti fonti bibliografiche consultate sull’argomento, primeggiano quelle promosse in sede locale da Mons. Antonio Fappani, presidente della Fondazione Civiltà Bresciana.