“Marcolini”, inteso come padre Ottorino (1897 – 1978) dei religiosi oratoriani che, a Brescia, sono da sempre chiamati i “Padri della Pace”, non è mai stato un’astrattezza lontana ed inavvicinabile, pur costituendo un esempio, a suo modo, difficilmente eguagliabile e, anche per ragioni storiche, pure riconducibile ad un’impronta non replicabile, nella caratteristica contestualizzazione di uno svelamento manifestabile.

La sua figura, carica di valori e di significati, è stata testimonianza, vissuta e condivisa, fra la gente comune, in tutta la sua lunga esistenza, tanto laica, in campo civile, quanto religiosa, nella sacralità iniziatica, mai disgiunta da una coerente base d’orientamento, umanamente concreta e pragmatica.

In questo modo, il suo esempio di uomo di Chiesa, è raggiunto pure nel suo essersi rivelato “costruttore” in terra di quella sollecitudine sociale che trasluce, per grazia ricevuta, la “Cattedrale Celeste”, nel riflesso, cioè, solidale e compartecipe alle sorti del popolo dei fedeli, alle prese con il proprio travagliato transitare terrestre, per una possibile risposta talentuosa al mandato derivato da un carisma poliedrico, ammantato da “ingegneria” filantropica, investita da un ieratico ingaggio vocazionale, dando un nobile senso compiuto alle sfide di un dato tempo contingente.

Era il tempo della ricostruzione, dopo la Seconda Guerra Mondiale, in cui operare anche per una etica risposta valoriale, confacente con la necessità del bene primario della casa, resasi a meta pertinente in una diffusa priorità di intervento alquanto emergente.

In questa fase si situa il padre Ottorino Marcolini che conosciamo, tanto o poco, tutti, ricordato in toponomastiche viarie, a loro volta, affini a monumenti di dedicazioni analogamente corrispondenti, quali memorie patrie, al tempo stesso, attinenti alle iniziative del medesimo religioso, attuate in seno alle spinte della base sociale di una comunità volonterosa di poter contemperare al meglio il risalire la china, anche alla rincorsa di un miglior benessere, dalle macerie di una tragica guerra, drammaticamente indicizzata ad un esito perdente.

Tutto ciò trova, nella sollecita figura marcoliniana, quello spessore esperienziale che si circostanzia in un ampio ed articolato suo incedere progressivo e coerente, attraverso ben due conflitti mondiali, essendo che tutti e due son stati da lui direttamente attraversati, mediante la personale partecipazione ad anni di guerra rispettivamente consegnati alla sua biografia, come tale testimonianza di vita risulta accreditata da fatti espliciti e da elementi documentaristici, secondo interessanti memoriali che ne riguardano gli aspetti, nel quadro autentico dei drammatici eventi militari e di prigionia al fronte, lontano dalla madrepatria, dove risultano inequivocabilmente circostanziati.

Occorreva un libro, copiosamente illustrato ed altrettanto largamente sostanziato da contenuti di un percorso argomentato, per svelare, in ogni caso, questo significativo e non comune aspetto biografico di padre Marcolini, nel modo in cui, grazie alla “Congragazione dei Padri Filippini di Santa Maria della Pace”, nel senso della famiglia religiosa che deriva dal carisma di San Filippo Neri, ne è sortito il procedere attraverso il canale culturale, non meno che istituzionale, di “Fondazione Civiltà Bresciana” e dell’istituto, denominato “Giuseppe De Luca per la Storia del Prete”, in modo da oggettivare, in centosessanta pagine, dal formato importante, il risultato di una monografia, per la “Com & Print” di Brescia, dove una storia specifica è inserita in tante altre storie, in un qualche modo, ad essa correlate, nell’esempio di una chiara ed interessante pertinenza con quel lungo capitolo della età di mezzo di padre Marcolini, spesa sulla linea del fuoco, come cappellano militare, durante la Seconda Guerra Mondiale, entro la quale la pubblicazione assolve il compito documentaristico che vi risulta centrale.

Il titolo è “Diario di Guerra e di Prigionia 1940 /1945”, per la trascrizione di una serie di manoscritti autobiografici a cura di Giancarlo Melzani.

Testimonianze e pronunciamenti contemporanei, come, fra gli altri, quello del vescovo di Brescia, mons. Pierantonio Tremolada, sono di parola, nel fattivamente contribuire a proporzionare l’edificante senso divulgativo di questo volume, come le fotografie, in esso pubblicate, rivelano il religioso bresciano, in momenti non molto conosciuti, essendo distanti dalle molto più ricorrenti e canute sue immagini ufficiali.

Un repertorio fotografico immediato, per propria natura degnamente didascalico, che offre alla memoria collettiva un aggiuntivo monito di efficace sprone alla sequela del propositivo esempio di quell’impegno, nella responsabilità profondamente percepita e vissuta, che è stato interpretato da quest’uomo, assurto ai vertici della più diffusa ed avvalorata esplicitazione, locale, ma non solo, di merito, generalmente a lui attribuito, per quell’umanesimo cristiano che è metafora dell’incarnazione del Figlio di Dio, trasceso in terra, nella condivisione divina alla condizione terrena, per l’elevazione, nella verità, della famiglia umana, mediante il bene che è tale nell’unione veridica con la natura salvifica del trascendente, trasformando la croce in un segno redento di vittoriosa testimonianza d’amore.