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Cap Juby, Tarfaya, Western Sahara (Maroc) – July 20 – 2016
Day 6, km 1940

A Essaouira, nel fascinoso riad con camera a un passo dalla luna ( anche qui la nostra camera si sporge sui tetti della città) la notte passa… insonne. Il motivo? Presto detto.

La giornata libera aveva imposto un po’ di relax nella bella spiaggia battuta dal vento (Essaouira oltre ad essere la più fresca cittá del Marocco è inoltre nota come “la città del vento”).

Dopo la suggestiva visita al porto ci appostiamo al sole, o meglio (almeno nel mio caso) all’ombra di un ombrellone intrecciato di vimini.  Comodamente sdraiato su un lettino, provo ad impegnarmi nella scrittura. Poco prima mi bagno piedi e gambe in mare per dilavare il sudiciume tirato su al porto con gli infradito.

Assorto tra pensieri e scrittura, non mi accorgo che le gambe restano scoperte.

La temperatura è bassa (24/25 gradi) e il sole, da queste parti, è quasi sempre velato dalla foschia atlantica. Non mi accorgo quindi di nulla fino a quando, come fossi Pinocchio, le gambe, dal ginocchio al dorso dei piedi, mi vanno “a fuoco”.

Al rientro cerco di rimediare con una crema dopo sole ma sará solo un misero palliativo.

Eccomi quindi la mattina presentarmi alla tappa in penoso stato di salute dovuto, oltre alle scarse ore di sonno, ai dolori imposti dallo sfregamento della pelle infiammata sugli stivali. Ma si sa, c’est l’Afriche e… gli errori da queste parti si pagano caro.

Una colazione principesca mi rimetterá presto di buon umore.

Il Gs ha nel frattempo “riposato” in un ricovero nella Medina in compagnia di almeno un centinaio tra scalcinati motorini e (bisunti) carretti di servizio alla kasbha.

I gatti, che qui si nutrono esclusivamente di immondizie, hanno gradito, e la sua sella si è trasformata, con enorme piacere del proprietario (ndr) in comodo salotto.

Dopo manovre e contromanovre su un pavimento reso sdrucciolevole dai liquidi colanti dai carretti,  siamo pronti a partire.

La strada  scorre piacevolmente per circa 160 km lungo saliscendi costeggianti il mare fino ad Agadir.

Poi il traffico della città – rasa al suolo da un devastante terremoto negli anni Venti – mette a prova la nostra resistenza a calore e polveri sottili.

All’altezza di Tiznit, dove vogliamo prendere una deviazione verso la strada costiera, ci imbattiamo ( per la seconda volta nella giornata) in uno strano fenomeno che personalmente definisco come “bolla di calore”.  

Il suo preludio è una anomala foschia.

La temperatura, già alta e attestata sui 36 gradi, ha improvvisamente un’ impennata  e in pochi secondi il termometro fa un balzo fino a 45 gradi…

Resistiamo a stento cercando di rimanere lucidi. Non ci sono alternative, fermarci sarebbe peggio. Il calore dell’asfalto, del motore e del sole che picchia senza pietà non ci darebbe scampo. Sappiamo bene che il nostro corpo a quelle temperature rischia il collasso e i 45 dello strumento sono all’ombra, non al sole, come lo siamo noi.

Continuiamo quindi a correre cercando di uscire prima possibile dall’inferno di fuoco.

Così, stringendo i denti,  arriviamo  a Sidi Ifni dove la differenza termica è impressionante: -20 gradi.

La cittadina sull’Atlantico, un tempo importante porto peschereccio è nei nostri cari ricordi per averci vissuto qualche giorno con i nostri figli,  otto anni fa.

Il suo centro non è cambiato molto, con il decadente palazzo del governatore portoghese e il vivace mercato di pesce, dove anche questa volta non rinunciamo a farci cuocere le famose sardine che, come da uso locale, mangiamo con le mani.

Da qui parte, sempre lungo l’oceano, una solitaria strada a cui segue un intreccio di piste fino a Plage blanche, un vastissimo e selvaggio litorale sabbioso frequentato da pescatori e residenti della zona.

Soli, con il sole a meno di un’ora dall’orizzonte, ci addentriamo nel  labirinto alla ricerca del “forte perduto” noto come Fort Bou Jerif. Nei pressi, lo sappiamo per esserci stati otto anni fa, sempre nel nulla di un territorio semi desertico, esiste un “campement” gestito da un ricco francese.

Unica indicazione, le coordinate geografiche, segnate in un cartello ad inizio pista.

La pista è pietrosa e su tracciati del genere so bene che una caduta o una foratura sono sempre in agguato.

Dopo circa una mezz’ora di guida al massimo della concentrazione avvistiamo l’antico forte, ormai é fatta!

Entriamo nel campo allestito sia con tende berbere che con costruzioni in pietra in stile sahariano con all’interno  alloggi di lusso,  un piccolo ristorante e sevizi.

Completa il luogo da sogno una piccola, spettacolare piscina, il tutto, sempre in mezzo al nulla.

L’atmosfera è irreale, il calore ci avvolge dolcementeSiamo soli con la luna, nella nostra tenda berbera, quando il sonno ci rapisce.

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