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Nouakachott, 2 August
Day 20 km. 5.580

Lasciamo di buon ora Saint Louis, una cittá che mai più dimenticheremo. Il fascino della sua lenta e inesorabile decadenza entra nel cuore.

La bellezza del suo fiume, delle sue variopinte piroghe da pesca, dei cadenti palazzi coloniali, delle sue bellissime donne agghindate da variopinti vestiti, della sua lunga spiaggia oceanica, fanno di lei, non ho timori a dirlo, una delle più belle cittá d’Africa.

Dirigiamo verso Rosso, famigerata cittadina ( meglio dire villaggio) adagiato sul fiume Senegal. A parte Diama, frequentata solo da pochi viaggiatori per la sua pista soggetta a deteriorarsi con le piogge, Rosso è praticamente l’unico posto di dogana oggi praticabile lungo il confine del paese con la Mauritania (l’altro con il Mali sembra al momento chiuso).

E a noi, purtroppo non ci resta che confermare la sua fama. Qui, abbiamo dovuto passare le forche caudine ( vedi storia romana). Non c’ stato verso di staccarci un solo minuto da una torma di personaggi che come voraci parassiti succhia-sangue attendono i rari stranieri che passano di qui…e noi, al solito, eravamo gli unici.

I dettagli li racconterò in altri frangenti. Ora non ne ho il tempo. Basti però solo sapere, che ho rischiato di annegare la moto in due rischiosissimi passaggi per varcare il pontone del piccolo traghetto fluviale. Questo, visto la piena del fiume, poggiava sulle due sponde letteralmente sommerse dalle limacciose acque del fiume.

Ho, anzi abbiamo rischiato, pugni e calci in una rissa all’interno degli uffici della dogana causata da un passacarte che cercava di far passare i miei documenti. Abbiamo lasciato tra gli uffici, i cambi da rapina, l’assicurazione, i balzelli di ogni ufficio, il doppio visto di ingresso e le persone che ci hanno “aiutato” la somma di 350 euro.

Dopo oltre tre ore di inferno, completamente fradici di sudore dovuto al terribile calore umido tropicale, usciamo dai cancelli di Rosso con le ossa rotte, le tasche vuote e il morale a terra. Ma questa è l’Africa…

Stremato, giro la chiave del bicilindrico e via, nel nostro volo radente lungo la brousse di terra rossa, direzione ora, tutto nord.

La moto fa il suo sporco lavoro (quello cioè di seguire i miei comandi) mantenendo la rotta del comandante, tra lingue di sabbia e infide voragini dell’asfalto.

Dopo oltre 200 chilometri di andatura tutt’altro che rettilinea, ma comunque a media elevata entriamo, anzi, rientriamo, nella capitale Maura immersa nel suo consueto alone di polvere e sabbia.

Ripassiamo la via centrale adibita al gran mercato nel pieno del suo caotico traffico serale. Il navigatore ( e l’istinto) ci guidano verso il consueto Auberge (Menatá ndr). Questa volta non ci sono problemi di blocchi militari ma quelli di disastrosi allagamenti che sommergono intere vie della città. La causa l’avevo precedentemente accennata. La cittá è posta sotto il livello del mare e la pressione dell’acqua del sottosuolo fa risalire i residui fognari. La scena è apocalittica. La vita “loro” continua normale.

Arriviamo dopo una attenta “navigazione” al Menatá accolti dai vari “amici” conosciuti nel precedente passaggio.

L’ultima nota della giornata è per Connor, l’unico ospite di colore ( al contrario) ospitato all’auberge. È il terzo motociclista che incontriamo. È canadese e dopo un volo per Capetwon, ha acquistato un enduro monocilindrico e ha cominciato a viaggiare, da solo, in Africa.

L’ ha percorsa quasi tutta (oltre 20 paesi) ed ora, dall’Etiopia, via Sudan, Ciad, Camerun , Mali è arrivato fin qui. Dice, che a parte il sud Africa siamo i primi motociclisti che incontra e questo mi fa particolarmente onore.

L’amicizia scatta immediata e la promessa è un passaggio prossimamente a casa nostra. Dall’Africa risalirá infatti dalla Spagna per passare, attraversando Alpi e Caucaso in Turchia e di lì in Iran, Pakistan e India.
Chapeau!

Queste sono le persone che incontri in un viaggio di questo genere, persone che ti riempiono il cuore, persone che ti fanno capire come va vissuta la vita.

Domani partiremo di buon mattino: con una tappa marathon contiamo di rientrare nel Sahara marocchino. Conto di fare 5/600 chilometri. Ci aspetta dei nuovo la pista minata e una altra terribile dogana.

Dobbiamo stare molto attenti perché la dogana Maura chiude alle 18 e un’ora prima per il fuso quella marocchina. Restare bloccati nella terra di nessuno potrebbe essere una trappola mortale.

Abbiamo ormai solo pochi euro e andranno tutti in benzina. Le carte cominceranno ad accettarcele solo dopo il Sahara Occidentale. In cambio, abbiamo, qualche banconota in Dirham, tenda e viveri in polvere.

Questo è il viaggio che volevo, vero, duro, da viaggiatori puri. Ora, dobbiamo solo cavarcela…

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