Luogo non conosciuto (90 km nord da Pk 55, Sahara Occidentale, Marocco, August 4, 3.00 am
Day 21, km 6.550

520 chilometri di sabbia lasciano il segno. Giaccio insonne sul mio letto, su quello accanto, Luisa invece dorme, crollata senza forze.

È notte fonda e sui vetri del nostro rifugio, una cattedrale nel deserto che sembra un castello di carte, batte furiosa una tempesta di sabbia. Sabbia… Sta penetrando dappertutto. La sua forza è implacabile, sembra non avere limiti.

Bianca, gialla, ocra, rossa, finissima, inesorabile, affascinante e terribile ricopre tutto, insinuandosi in ogni più insignificante anfratto e… diventa padrona. Cerniere, serrature, giunture meccaniche, sistemi elettronici, lenti di fari e di occhiali, e… cuori. Sì, sta cercando di entrare anche nei nostri cuori.

È passata un giorno dal passaggio di Rosso, ma lo sento ancora addosso, come un vestito sporco che non riesci a togliere. Ero preparato, ma non è bastato. Non sono bastati 36 anni di esperienza di viaggio con centinaia di frontiere passate, tantomeno pagine e pagine di letteratura di viaggio e di manuali.

Rosso
A Rosso, confine fra Senegal e Mauritania

Non è bastata la mia determinazione, la mia strategia, il mio coraggio, nè l’appoggio sempre più indispensabile di Luisa.

L’Africa ha voluto, ancora una volta, farmi capire che è più forte e che le sue regole non si discutono, umiliandomi. Questa è la sua natura e, io devo sottostare. Ma queste sono solo piccole, insignificanti cose.

In quello stesso passaggio sul fiume, da quel maledetto pontone del traghetto solo pochi giorni prima si era ribaltato in manovra un pulmino carico di persone… ed è stata una ecatombe. Dalle acque limacciose del fiume hanno tirato fuori 11 cadaveri, molti di questi erano bambini. La vera unica cosa che conta in Africa è la sopravvivenza, tutto il resto sono parole al vento.

Partiamo da Nouakachott con i rifornimenti per affrontare gli oltre cinquecento chilometri di trasferimento verso la frontiera maura-marocchina. La porta d’Africa come la chiamano in Marocco, PK 55 per i mauritani.

Facciamo colazione sui polverosi gradini del marciapiede della nostra (ormai) boulangerie di fiducia. Due croissant e due yogurt alla frutta. Di scorta per la giornata una baguette e acqua. Non altro, l’argent c’est fini.
Seduti, ci godiamo il traffico disordinato ( e sconclusionato) che ignorandoci ci sfiora, inondandoci di polveri e fumi nefasti.

Gli ultimi Oughia li riserviamo per il nostro destriero d’acciaio, il suo enorme ventre è quasi vuoto e, attende con ansia il pieno di essance.

Lasciamo l’infinito vialone, unico accesso alla capitale verso le novelle mattino. La cavalcata è lunga e spossante. La prima parte lottiamo contro le pericolose voragini sull’asfalto, sbriciolato dai camion e dalla sabbia, la seconda contro il calore che tocca i 36 gradi, la terza contro il vento e la sabbia.

Dobbiamo arrivare alla frontiera prima che chiudano i cancelli. Le soste sono brevi, generalmente sotto piccole acacie spinose, solo per bere e allentare la tensione dei muscoli. Il resto del tempo lo passiamo ai barrage militari e agli insperabili e spossanti controlli ( e rilevazione scritta) dei documenti.

Verso le quattro del pomeriggio dopo una dura lotta contro il vento e la sabbia avvistiamo in pieno deserto i cancelli del PK 55 punto di dogana mauritano. Luisa è spossata e ho piacere che si riposi un po’. Io mi sento bene e sono determinatissimo ad affrontare la miriade di passaggi. La frontiera per nostra fortuna è quasi deserta.

Esco alla fine trionfante, nessun denaro versato, ricevo invece delle scuse dagli ufficiali per l’ignobile trattamento di Rosso. Controllo con ansia l’orologio, so che devo aggiungere un’ora per il fuso marocchino e devo stare attento perché alle 18 la dogana chiude. Affronto quindi con la massima concentrazione la terra di nessuno. Il terreno è roccioso, alternato a infide macchie di sabbia molle.

Un errore qui e… No, non ci devo pensare. Anche questa volta è fatta! Le pratiche sono lunghe ed estenuanti, devo cambiare non so quanti uffici, compilare fisiche, riordinare continuamente foglietti e documenti.

L’ultimo passaggio è in un grande hangar dove sottopongono la moto a una gigantesca macchina che ne scansiona tutto il contenuto interno. Mancano 5 minuti alle 18, nell’enorme spiazzo della dogana ci siamo solo noi, ormai tutti i militari (Gendarmerie, Police, Douane) ci conoscono e ci salutano con le mani. Bon courage! ci dicono, sanno bene cosa abbiamo passato e quanta strada abbiamo ancora davanti.

Usciamo dal cancello e subito la sabbia che invade la carreggiata mi fa quasi cadere. Ci fermiamo subito dopo qualche metro a fare benzina. I doganieri mi avevano avvisato che non ci sono altre stazioni per i prossimi cento chilometri.

Nel mentre del rifornimento sento chiamare, ci giriamo, è un doganiere che ci viene incontro. Monsieur, monsieur… Votre feuille vert. Vous avez oubliez (l’avete dimenticato). Mi sale il sangue alla testa… Quel maledetto foglietto di velina l’ho avuto in mano cento volte ma l’ho dovuto dare altrettante per timbri, firme e scarabocchi vari. E naturalmente, alla fine… hanno dimenticato di restituirmelo.

Tremante dal nervoso tiro un sospiro di sollievo. Quel pezzetto di carta vale come tutta la mia moto. È il documento di importazione del mezzo e se non mi fermavo a fare benzina, potevo considerarmi…. morto.

Riaccendo e via. Dopo pochi chilometri nel nulla sono ancora fermo. Un tir di traverso con la cabina completamente schiacciata aveva cappottato poco prima. Riversate sulla sabbia, tutto attorno, una distesa di cipolle. Era il suo umile carico.

In cima ad una duna vedo un’uomo. Scendo e mi avvicino. Gli chiedo se ha bisogno di qualcosa. Con un gesto mi fa capire di no e… mi passa un bicchiere di tè appena fatto, che stava per bere. Lui, mi dice è il guardiano, e aspetta domani mattina i soccorsi.

Non si sa nulla dell’autista, deve aver perso il controllo probabilmente per una leggera curvatura del percorso e un colpo di vento. Saluto l’uomo ringraziandolo, capendo ancora una volta quanto qui la vita sia volubile.

Devo raggiungere il primo paese prima del tramonto. Qui anche il sole sembra aver fretta di andare a dormire e il buio arriva veloce. La strada è deserta e spazzata dalla sabbia trasportata dal vento sempre più teso. Non incrociamo nessuno per chilometri. Mi avvolgo il viso per ripararmi dai pungenti granelli di sabbia e mi riparo gli occhi con un paio di occhiali avvolgenti da alta montagna regalo di un caro amico per il mio 40. compleanno.

Lottiamo così contro le raffiche di vento per un tempo indefinito a novanta chilometri orari, sballottati di qua e di là come un battello in un mare in tempesta. Impossibile qui fare campo, il vento teso e la sabbia lo impedirebbero.

Arriviamo in tempo, prima del buio. Ci accoglie un vialone nel deserto illuminato da un’infinta sequenza di bandiere rosso sangue, quelle del Marocco, ancora a festa in onore del Re.

Nell’unico albergo, il castello di carte, prendiamo una camera senza bagno (visto le finanze…) e mangiamo una tajhine io e un’insalata Luisa. Il Gs, al solito, riposa nella hall-giardino. La camera è piccola ma passabile, i bagni sono invece un vero disastro. La poca acqua che esce dai rubinetti esce dagli scarichi. E tutto è sporco e allagato. Pazienza, del resto qui l’unica cosa che dobbiamo fare é dormire…Fuori soffia il vento, ma qui siamo al riparo.

Anche oggi è stata dura ma ce l’abbiamo fatta e, non posso pretendere di più. Devo solo cercare di prender sonno, tra qualche ora si ricomincia.

P.s.: il vento oggi ha abbattuto dei pali del telefono taglaindo così la linea Wi-Fi, questa mail arriverá quindi quando Dio vorrá, inshallah.