Tempo di lettura: 7 minuti

Tarfaya, Western Sahara, Marocco, August 6
Day 21, 6.480 km

Oggi puntiamo a Dakhla. Solo 260 chilometri, voglio infatti riprendere un po’ le forze dopo le due tappe in Mauritania. Fuori il vento picchia ancora. Per fortuna la notte è passata tra quattro mura, lì fuori avrebbero resistito solo i saharawi e i loro cammelli.

Ho ancora in testa l’incidente di ieri e mentre faccio colazione chiedo notizie a riguardo. Trovo subito risposta… quella che non volevo sentire. L’autista è morto. Resto per un attimo come smarrito. Certo, non lo conoscevo, ma in fondo qualcosa mi tocca lo stesso.

Nei miei lunghi viaggi, soprattutto nelle strade al limite della terra (dell’uomo) loro, intendo i camionisti, sono un po’ come i miei compagni di viaggio. Solitari, li incrocio o li sorpasso, aggrappandomi ogni volta al manubrio per le terribili sferzate d’aria e di sabbia che spostano i loro giganti a otto assi. Li vedo spesso, sporchi di terra e olio, sotto le loro motrici o i loro rimorchi intenti a cambiare giganteschi pneumatici o a riparare mozzi o pezzi di motori sul ciglio della strada o, ancora, a cercare di disinsabbiare il loro mezzo dalla massicciata spalando enormi masse di terra.

A volte li maledico perché (a ragione) non si spostano di un millimetro dal limite del nastro d’asfalto ( per loro può essere fatale mettere una ruota fuori dalla carreggiata).

Eppure, in ogni parte del mondo che li ho incontrati, mi salutano, con un lampeggio di fari, con un suono di tromba o con una mano dal finestrino. So bene, che nel caso, sarebbero sempre pronti ad aiutarmi o ad offrirmi una minestra, una tazza di tè, una manciata di datteri, come tante volte mi è successo.

Loro sí, sono veri viaggiatori… e meritano bene di essere miei compagni di viaggio. Ma il deserto deve mietere le sue vittime. Sulle sue strade infinite giacciono, sinistre, carcasse di animali, di automobili, di camion e, a volte… di uomini.

Corriamo, prima immersi nella umida foschia oceanica poi nel caldo torrido del deserto.
Il vento ci accompagna anche oggi. In queste strade dritte quasi infinite, mi faccio aiutare da un piccolo marchingegno inventato da un sudafricano proprio per i grandi rettilinei d’Africa.

È l’antesignano dei moderni cruise control elettronici. Questo è completamente meccanico e agisce sulla manopola del gas. Con il palmo della mano regolo la rotella che mi blocca l’acceleratore sul regime di marcia ideale. Fuorilegge in Europa (il suo uso è in effetti pericoloso) funziona bene da queste parti su strade come queste. Riesco così a riposare l’unico arto che per ore dovrebbe rimanere in tensione risparmiando muscoli, nervi e cervicale. Sì… è pericoloso, ma qui i rischi sono all’ordine del giorno e, comunque, più rischioso ancora in questi casi è entrare in sofferenza fisica per una cattiva postura.

Appoggiato lievemente alle estremità del manubrio “timono” così il massiccio “incrociatore” come uno skipper farebbe con la sua barca a vela. Il vento così ci accompagna per chilometri e chilometri, fino… al paradiso dei kitesurfer, ovvero degli appassionati di volo su surf ( perdonate la definizione poco tecnica).

Giungiamo nel primo pomeriggio alla spettacolare baia della penisola di Dakhla. Cento e più vele coloratissime a forma di parapendio volano accompagnando i surfisti in una specie di danza volante sospesa tra mare e cielo.

La baia è ampissima, il vento battente, l’acqua celeste come fossimo ai Caraibi. Il tutto incorniciato dal giallo della sabbia e da un promontorio che avvolge a proteggere questo lembo di oceano.

Dall’alto di un promontorio osserviamo questo angolo di mondo così lontano dai paesaggi fin qui passati.
All’andata avevo visto proprio qui un piccolo accampamento di tende e capanne in legno attorno ad una struttura più ampia sempre in legno. Si inseriva perfettamente nell’ambiente. Mi ero quindi ripromesso di andarla a visitare.

Ci avviciniamo e sulla strada, all’inizio di una pista sabbiosa scopriamo il suo nome: è l’Auberge de Nomades.
Nessun nome si adatterebbe meglio al nostro spirito. Non ci sono dubbi, sará qui il nostro nuovo rifugio, spartano e immerso nella natura. Facciamo presto amicizia con appassionati di kite francesi e con una piacevole coppia di Milano, anche loro qui per il kite.

Ci ritiriamo di buon ora nella capanna dove per cena ci cuociamo, visto le recenti ristrettezze, un ottimo (vista la fame) risotto alla pescatora… ovviamente della nostra scorta. Senza il Wi-Fi il sonno poi, prende presto il sopravvento.

L’indomani, fatta abbondante colazione sul patio con vista (baia) ripartiamo. L’aria è fresca e il cielo regolarmente color latte coperto dalla tipica foschia atlantica. Non c’è vento, una disgrazia per i surfisti, una manna per noi.

La tappa ci deve portare fino a Tarfaya, giá meta del “girone” d’andata. Abbiamo davanti a noi 620 chilometri di drittone con soli due centri abitati di mezzo, tra l’altro privi di interesse, Boujdour e Layooune. Facciamo il pieno e partiamo. La strada scorre veloce senza problemi.

Riprendiamo a correre sul quel maestoso tavolato che fa da barriera naturale alla forza dell’oceano. Qui, come giá detto, le forze della natura si affrontano, scontrandosi come titani. L’oceano con la forza delle sue onde, il deserto con quella delle sue sabbie.

Sopra di loro si muovono e si spingono masse gigantesche d’aria formando venti impetuosi, freschi e umidi da occidente, caldi e asciutti da oriente. Osserviamo correndo, la meraviglia.

Il sole è ormai alto e la temperatura salita ormai attenta gradi quando decidiamo per la prima sosta. Deviando dal nastro grigisatro ci addentriamo fuoripista attraverso uno strato duro di sabbie rosse fino allo sporgere della falesia dove avvistiamo un vecchio Land (Land rover ndr).

Fermo il Gs al limite del precipizio e ci avviciniamo per salutare ma nel mentre ci appare un nuovo spettacolo. Su una parte degradante della roccia verso il mare un’accampamento di rudimentali tende. Sono pescatori. Ne vediamo in parte in alto mare attaccati a grandi ciambelle. Sono pneumatici pieni d’aria che servono da appiglio per muoversi tra le onde e da appoggio al pesce pescato. Gli uomini in muta indossano delle pinne che danno direzione alle ciambelle. Così da queste parti si pescano i calamari.

In un attimo ci ritroviamo accovacciati dentro una tenda. Ci offrono come sempre da queste parti il loro te, denso e saporito. Stanno cucinando delle cozze sgusciate. Inevitabilmente ci offrono anche queste con un tozzo di pane. Tutto è attorno molto primitivo. Siamo abbarbicati tra le rocce.

Davanti, si staglia l’immensa distesa azzurra. Presto ce ne dovremo andare. Ne siamo certi, un altro pezzettino del nostro cuore resterá qui, con questi uomini coraggiosi. Altra scogliera. Altra breve sosta. Soli, come sempre. Mi preparo, disteso sulla sabbia ad un frugale pranzo per riprendere le forze: tre formaggini, un pugno di anacardi, una barretta energetica alla frutta, acqua…
Luisa azzarda il costume. A picco davanti a noi una immensa spiaggia e l’oceano. Alle spalle il deserto.
Improvvisamente un uomo spunta dalle spalle. Corre. Si avvicina.

Mi alzo per salutarlo. È in maglietta e pantaloncini sportivi. Si ferma un attimo. Ci saluta gentilmente indicandoci dove abita. È un cubetto, uno dei tanti disposti lungo l’oceano. Sono posti di sorveglianza di chissà che cosa. Lui, è della Marine Royale. Non si direbbe. Ci dice che la sua passione è correre. Ci invita ad andare a trovarlo. Ringrazio.

L’uomo riprendere a correre scendendo giù dalla barriera naturale di roccia e sabbia. Dall’alto seguo l’uomo fino a quando diventa un puntino. Poi scompare nella distesa di sabbia. La casetta sul mare è lontanissima. Attorno ha “l’immenso”. Ancora una volta percepisco la forza della natura e quella dell’uomo.

Arriviamo alla nostra meta sul mare a Tarfaya. Il Casamar, il palazzo fortezza sulla spiaggia, o meglio, il suo rudere, ci aspetta sulla grande spiaggia. Il sole, alle sue spalle, sta tuffandosi sull’oceano. Passando sul lungomare cerco con lo sguardo la casa-museo di S. Exupery. Questa volta non posso perdermela. Mi fermo, è chiusa.

Aggiro la piccola costruzione color ocra posta accanto al rudere dell’antica caserma spagnola. Niente, trovo dei bambini che giocano in un giardino. Mi faccio notare e loro chiamano un fratello più grande, un bel ragazzo sui 20 anni. Siamo sul retro della casa-museo. Gentilmente mi accoglie. Cerco di spiegare il motivo della mia presenza e il mio interesse per la storia di questo posto.

Il museo, dice, est fermée: oggi, venerdì, festa musulmana, sabato e domenica. Non ho speranze.
In cambio, se ho piacere, può farmi vedere il vecchio cinema accanto, inaugurato proprio dall’aviatore francese… nel 1927. La sala di proiezione è ormai un rudere ma la facciata è completamente originale.

Mi accontento ma. non mi arrendo. Una volta in albergo faccio capire il mio dispiacere per non poter entrare nel piccolo tempio dedicato all’aviatore. “Chiedo se possono cercare il guardiano. Mi dicono che non abita a Tarfaya, ma io insisto. Due telefonate e… mi dicono che domani alle nove vengono ad aprire per me. Sono felice!

Sono passate le nove e, stanchi, ci sediamo nel ristorante dello stesso albergo dell’andata, dove ormai tutti ci conoscono. La sale è vuota a parte una coppia di persone un pò plus agée di noi. Lui è un professore di Università di Oudja, la cittá che ha fermato l’invasione Ottomana in Marocco, posta sul confine nord con l’Algeria, nota per il lugubre soprannome di “cittá della Morte”. Facciamo presto amicizia e lo invito l’indomani a venire con noi. Accetta volentieri e ci salutiamo.

Ora sono qui, sui gradini del piccolo museo ad aspettare il guardiano che sembra non arrivare mai. Qui davanti all’oceano a pochi metri da me il grande visionario, aviatore, esploratore, scrittore, poeta, scrisse quel capolavoro ( tradotto in ben 120 lingue) che tutto il mondo conosce come “Il piccolo principe”, era il 1927.
Morirà più tardi in volo dopo una transvolata atlantica in America Latina.

Il mio sguardo cade sullo sfondo azzurro intenso del mare e il profilo dell’antica Casamar. So bene, che il Suo spirito è ancora qui, tra quelle pietre e quella sabbia che ho da poco calpestato, tra quel deserto e quell’oceano che, come lui, ho percorso lungo l’Africa occidentale. Ancora una volta sono travolto da questa terra lontana e ostile, ma sempre, così vicina alla mia anima…

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