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Sidi Ouarzeg, Marocco. August 8, 2016
Day 25

Lasciamo Tarfaya dopo le foto di rito al piccolo museo e i convenevoli (sinceri) al Professeur e a sua moglie, la coppia di Oujda con cui abbiamo condiviso questi brevi ma intensi momenti. La missione St. Exupery è compiuta…

Riprendiamo il nostro cammino in direzione nord-est risalendo la costa atlantica.
Da qui usciremo definitivamente dall’ex Sahara Occidentale oggi, indiscutibilmente, Sahara marocchino. Da qui, ancora per un centinaio di chilometri, costeggeremo per l’ultima volta l’imponente tavolato che fa da barriera all’oceano.

Damiano e Luisa
Damiano e Luisa

Partiamo con la solita foschia mattutina e con una temperatura che sfiora i venti gradi. La sensazione, aumentata dall’effetto Wind-chill (la temperatura percepita con il vento) è decisamente di freddo. Meglio così, sappiamo che presto avremo di che riscaldarci.

Proseguendo, scorgiamo dalla parte del deserto una carovana di cammelli. Rallento, fino a fermarmi per ammirare questo ultimo spettacolo che il Sahara mi concede. Vicino c’è una fonte d’acqua dove i cammelli, poco lontano dalla strada, stanno abbeverandosi.

Mi avvicino con discrezione per ammirare la scena ma… capisco presto che la nostra presenza non è gradita.
Sono Saharawi e da troppo tempo sono isolati dal resto del mondo. I loro volti e i loro cenni non sono amichevoli, come sempre accade nel deserto. Forse, ci vedono come quella civiltá, alleata del Marocco, che per qualche interesse cerca di scacciarli dalle loro terre. Forse, hanno ragione…

La realtà è che dalla Marcia verde del 1975, voluta da Hassan II del Marocco per la ripresa del Sahara Occidentale, dopo la conquista spagnola, i rapporti tra i due grandi stati che si dividono queste terre, l’Algeria e il Marocco, si sono rotti in una maniera che sembra irreversibile e loro, i Saharawi, ne pagano le conseguenze.

Ce ne andiamo con una certa amarezza, senza possibilità di spiegare né lasciare un segno di amicizia, convinto però che questa gente, questi uomini liberi, in altri luoghi, mi avrebbe teso una mano.

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Che ci faccio qui???

Per riprendermi da questa che ritengo una sconfitta, non certamente solo mia, ma di tutta l’umanitá, cerco rifugio nella natura e mi fermo per l’ultima volta ad ammirare dall’alto del plateau su cui scorre la strada, la maestositá di questi luoghi, restandone ancora una volta ammaliato.

Da Tan Tan cominciamo ad addentrarci in una brulla zona montuosa. La temperatura cambia di colpo… ci addentriamo verso la regione torrida di Guelmine, la porta del deserto. Ma a raffreddarmi il sangue ci pensa, un’altra volta, la “Signora in nero” .

La strada é scorrevole e stiamo attraversando un sinuoso saliscendi con visibilitá ridotta dalla continua variabilitá di pendenza. Improvvisamente, mi si parano in senso contrario due auto. La loro andatura é sostenuta.

La prima, dal color azzurro, probabilmente un taxi (in tutta l’Africa veri pericoli pubblici) di colpo rallenta per fermarsi. La seconda per non tamponarla la scarta, occupando la gran parte della già ridotta carreggiata.
Me la vedo di fronte, all’improvviso.

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Sul destriero

Una frazione di secondo e mi sporgo al limite del nastro d’asfalto, al limite della massicciata di terra e roccia che non lascia scampo. C’è la faccio di un soffio. Rallento e, come stordito, mi fermo. Anche questa volta l’impatto non mi avrebbe lasciato scampo.
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Il caldo comincia presto a tormentarci e approfittiamo per una sosta. In un villaggio senza risorse (o quasi), vediamo qualche camion fermo e del fumo di brace. Buon segno! Il posto è da Far West, ma per noi è quello giusto.

Lo “chef” è un anziano e gentile signore che con fare elegante ci presenta le possibilità di scelta. Ma c’è di meglio, il “restaurant” ha annesso una piccola macelleria dove possiamo in diretta scegliere il tipo è la quantitá di carne che desideriamo mangiare.

La stessa verrá macellata in diretta per il cliente. Le porzioni variano: 1 kg, mezzo, un quarto. Scelgo per… 250 gr. di costolette di agnello, devo restare leggero. Per Luisa invece l’ordine è per la classica insalata marocchina.

Annaffiamo il tutto con Coca e acqua, del resto si sa, non ci sono alternative. L’uomo ci fa servire con grande attenzione. Ci sentiamo presto i suoi ospiti d’onore. Lo siamo in effetti, come stranieri, assai rari da queste parti e… per un motivo particolare. Da giovane, ci dice, faceva parte del corpo speciale dei motociclisti di Sua maestà il Re. E quindi per lui, noi un po’ lo rappresentiamo.

Apprezziamo il suo cibo e la sua eleganza fuori dal tempo e così lontana dal quel luogo sperduto. Sarà questo un altro incontro che ricorderemo, se non per una serie di foto che lo immortaleranno.

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La meta…raggiunta!

Mi sento bene e, nonostante le temperature e il momento, più indicato ad una siesta, proseguiamo in scioltezza il cammino. Non per molto. Guelmine ci aspetta, avvolta come sempre nella sua indolente atmosfera sahariana.

La temperatura sfiora i 44 gradi e dopo un centinaio di chilometri dall’ultima sosta cominciamo a sentire lo sforzo di oltre trecento chilometri in sella. Ma non è qui, il caso di fermarci. Con un ultimo sforzo possiamo raggiungere la costa atlantica e lì, sappiamo, ancora una volta, a salvarci, sará l’aria fresca dell’oceano.

Giungiamo, dopo aver salutato ancora una volta Sidi Ifni, immersa nella sua decadente atmosfera coloniale, a Sidi Ouarzeg, uno sperduto villaggio di una dozzina di casupole appollaiate su un promontorio oceanico. Perché proprio qui?

A Tarfaya il giorno prima avevamo incrociato tre giovani di Casablanca in vacanza. Sono felici e spensierati come sanno essere solo i ragazzi della loro etá (almeno qui da queste parti…). Stanno visitando il loro paese cercando posti ideali per praticare la pesca sportiva, la loro passione, e arrivano proprio da Sidi Ouarzeg.

Dopo averci conosciuto, ci indicano proprio questo luogo e il suo piccolo Auberge che li ha da poco ospitati.
Dicono che non lo possiamo assolutamente mancare. Seguiamo le loro indicazioni, consci della credenza che da anni ci dice di seguire il nostro istinto e le tracce che il viaggio stesso ci fa scoprire lungo il suo cammino.

“Il viaggio, fa il viaggio”, mi ripeto sempre e, una volta che nel viaggio ci sono immerso, devo solo seguire il suo richiamo. Così, mi ritrovo alla Maison Diyani a Sidi Ouarzeg. Dopo pochi istanti, non ci sono più dubbi… è il “nostro posto”!

La costruzione, abbarbicata tra il rossastro delle rocce della scogliera e l’ocra del deserto, ci appare poco prima del tramonto. Dipinta di un azzurro intenso, color del mare, si staglia come la prua di una nave sull’immensità dell’oceano.

Maison Deyni

Sui suoi piani, ma forse è meglio chiamarli “ponti”, collegati da scalette in piastrelle multicolore, si affacciano man mano le “cabine” per gli ospiti e le varie terrazze, tutte con strepitosa vista a picco sull’oceano.
Sulla “tolda” superiore, è dislocata la piccola cucina, regno della premurosa padrona di casa e la sala bar, piena di antichi oggetti di questa regione.

È, quest’ultima, la “cabina di comando” del padrone di casa, quello, che io chiamo, “le Comandant”.
Un vero personaggio, “intunicato” secondo tradizione. Ancora, su piani diversi, troviamo le “cabine” dei bagni e, più in basso, due bellissimi salotti tendati in stile arabo-maghrebino arredati da tappeti e cuscini multicolore, anche questi, affacciati all’oceano.

L’equipaggio della “Nave delle fiabe”, così mi appare, è familiare. La padrona di casa con un aiuto, è alla cucina, i giovani figli, con qualche loro cugino, seguono il servizio, il padrone di casa, bancario durante la settimana, dirige e intrattiene, come farebbe il comandante di un panfilo.

Il tempo di cambiarmi e… scendendo dalle scalette fino ad un ripido sentiero di sabbia e roccia mi ritrovo sulla vasta spiaggia incorniciata su un lato da un costone roccioso, rifugio prediletto dei pescatori.
Da qui il passo è breve.

Voglio assaggiare l’ultima emozione della giornata: un tuffo nelle fredde (almeno da queste parti) e perigliose acque dell’oceano. La temperatura e le onde sferzano il mio corpo che ancora una volta, solo in questa giornata, deve provare escursioni termiche da 20/25 gradi. Resisto…L’ebrezza di questa natura, così vera e così selvaggia, ancora una volta, mi fa sentire vivo.

Decidiamo per due notti. Il luogo è per noi ideale e io come Luisa, abbiamo bisogno di riposo.
Ma si sa, chi dorme sulle piume… non va all’alloro, dice pressapoco un detto (perdonatemi la traduzione) in latino.

È il giorno dopo. Mentre Luisa finalmente si gode il giusto bagno di sole (non troppo a dir la veritá perché qui sull’oceano la foschia ha spesso la meglio) penso ad un’escursione verso Plage Blanche cercando di raggiungere il forte della Legion Etrangère di Aereora, posto sulla foce del fiume Draa, sull’oceano, un luogo nel mito dei viaggiatori del deserto, mancato nel 2008 con il Defender, per un’anomalia dei livelli di marea che concedono (ai più coraggiosi) di passare lungo la battigia.

Alleggerisco il Gs di tutto il materiale da viaggio, compreso le tre valige di acciaio-alluminio e la borsa da serbatoio. Elimino centraline Asc (controllo di trazione) Abs e regolo Esa (controllo sospensioni) sul livello di fuoristrada Hard. Mi assicuro del livello della benzina.

Casco con visierino parasole, stivali, giacca, pantaloni, occhiali, guanti fanno da corredo al cavaliere…
È l’ora di tirare fuori la cavalleria “cattiva” del boxer. Si, ma con prudenza. So bene che ora più che mai un errore può essere fatale.

Da queste parti, in queste terre selvagge sono veramente solo e un banale errore, una lieve caduta possono diventare pericolose, se non fatali. Ma così sono fatto, è così, credo, è fatto l’uomo, e come un Ulisse giunto alle colonne d’Ercole, mi guardo alle spalle.

Penelope è lì che mi aspetta, così la mia casa e i miei figli. Ma una forza soprannaturale come per l’eroe di Itaca, mi spinge ad andare oltre. È lo spirito d’avventura, che da sempre spinge l’uomo impavido alla scoperta e alla esplorazione di terre sconosciute. Cosa sarebbe il mondo senza questi folli e coraggiosi…

È così, combattuto tra quello che è il bene e quello che è il male, lascio l’auberge, il mio piccolo paradiso in terra. L’imperativo è comunque uno, quello di tornare a casa… Già da subito lascio sprigionare i cavalli tenendo ben strette le redini del Gs che sembra rigenerato da tanta libertá.

Se l’ultimo tratto di asfalto su saliscendi curvilinei, immersi in un panorama desertico, sono di un piacere assoluto, il primo sterrato è semplicemente inebriante. I “pistoni” sahariani sono finiti e qui cominciano gli sterrati in terra e roccia di montagna. La concentrazione sale proporzionalmente al pericolo.

Arrivo a Foum Assaka, foce dell’omonimo oued. Lo spettacolo ripaga dallo sforzo e dal rischio (non molto a dir la veritá almeno fin a qua). Sul fondo del piccolo canyon scavato nei secoli dal fiume è al pascolo un gregge di capre e montoni. Raggiungo lo slargo ai piedi del fiume in secca e risalgo la montagna cercando di aggredire la pista di montagna verso Plage blanche e il forte (quella lungo la spiaggia è per il mio mezzo improponibile). Non ci sono indicazioni e non ho carte dettagliate. Il mio gps non legge le piste, da suo schermo posso solo scorgere la distanza dalla costa.

Mi inerpico rendendomi subito conto del rischio che sto per correre. Solo, tra le montagne, con un mezzo che pesa, pur scarico, quasi cinque volte il mio peso. Non ho con me scorte particolari d’acqua, né ricambi e attrezzi, lasciati tutti alla base, solo un kit di pronto soccorso e di emergenza per le forature.

Mi fermo, ho percorso una quarantina di chilometri, ma me ne mancano almeno il doppio. Mi rendo conto che l’impresa è impossibile, almeno nel limite delle mie capacità. I ll sogno di raggiungere Aereora e Cap Draa, per la seconda volta, svanisce.

Ho provato a raggiungerli lungo l’oceano per la spiaggia, ma anni fa la marea me l’ha impedito. Ho provato ancora, aggirando la costa per le piste di montagna, ma le difficoltà oggettive e il rischio troppo alto mi hanno sbarrato la strada.

Come un alpinista che vede la vetta ma che capisce che un passo oltre c’é “il punto di non ritorno”, rinuncio alla cima. È dura, ma anni di viaggio e l’esperienza mi hanno insegnato qualcosa… che anche la resa può essere dei grandi. Dobbiamo saper sottostare ai nostri limiti e alla Natura che, sempre, comanda.

Così, sotto il sole che picchia duro tra le rocce, su una stretta e pendente pista sterrata di montagna, cerco, al limite dello sforzo fisico, di girare il mio mezzo da battaglia che, come un mulo ritroso, si ostina a bloccarsi tra le pietre aguzze del selciato… Ne esco fuori, non so come…

Ridiscendo con cautela il tratto di pista da poco fatto e questa volta, al guado dell’oued, seguo la pista alla destra del fiume verso la spiaggia. Otto anni fa vi giungevo con il Defender, in compagnia di Luisa e i bambini.

Ci trovammo un accampamento di tende di “villeggianti” marocchini che dal caldissimo entroterra venivano a godere dell’aria di mare. Ora, al posto delle tende, proibite in tutto il Marocco per una severa norma imposta per evitare assembramenti di estremisti islamici, ci sono alcune baracche in mattoni di cemento popolate da qualche famiglia in mezzo al sudiciume di plastica e detriti.

Il contrasto tra la bellezza offerta dalla natura e lo sfascio creato dall’uomo “moderno” è stridente e fa male, come un pugno nello stomaco.

Da qui non posso proseguire perché la pista lungo la costa, mi spiegano, è stata distrutta qualche anno fa, proprio in questo tratto, dalle forti piogge. Ritorno dunque sui miei passi, o meglio, sulle mie ruote, fino all’incrocio con la pista dell’andata, riprendendo più all’interno la direzione verso il mio campo base.

Non rinuncio però alla scoperta e ad un tratto scopro una pista, o quello che ne rimane, verso l’oceano. Riprendo presto la costa correndo libero e senza troppi patemi lungo un tavolato a precipizio sull’oceano.
Il tratto è piatto e a grande visibilitá e finalmente posso liberare i cavalli del Gs intraversando la moto come tante volte ho visto fare sulle piste africane dai grandi piloti della Dakar.

Per un motociclista non c’ è pari. Correre liberi, soli, tra l’oceano e le montagne, con la propria moto lungo infinite piste sterrate… La moto si trasforma in un purosague da domare che scalpita sotto i colpi decisi del suo cavaliere che lo comanda, sapiente, tirando le sue briglia, in questo caso, il suo manubrio e il suo gas (acceleratore).

Così, ritrovo quel piacere primordiale nato quando l’uomo scopre forse la più appassionante e straordinaria relazione con il mondo animale, quella con il cavallo.

È pomeriggio e il sole è ancora alto quando rivedo il mio campo base, o meglio, il mio piroscafo sull’oceano, l’Auberge Diyani. Mi spoglio veloce dai paramenti sudati e impolverati del cavaliere medievale e, indossato il poco fascinoso costume da bagno, scendo di corsa lungo il sentiero di sabbia verso la distesa azzurra.

Luisa è ancora lì che mi aspetta, al sole, distesa sulla sabbia. La saluto, facendo cenno che tutto è andato bene. Lei, rappresenta la mia vita terrena. Davanti l’oceano, con le sue onde spumeggianti che mi aspettano…
Lui, rappresenta il mio legame con la natura. Luisa e la Natura. Ancora una volta Dio mi ha concesso la fortuna di poterle riabbracciare.

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