San Polo di Piave, Italia (13 agosto)
Day 31, km. 9170

Un’altra dimensione… di tempo e di spazio. Come due astronauti stretti nella loro navicella veniamo sganciati dallo spazio verso la Terra fino all’immersione nel suo fluido vitale, il mare. I muscoli, intorpiditi dal lungo viaggio, riprendono lentamente a stendersi permettendo ai corpi i movimenti vitali.

La vita di tutti i giorni sta lentamente riprendendo… stridente, al confronto solo di qualche giorno fa.Apparentemente tutto torna come prima, come se nulla fosse accaduto. Non è così.

Il mio cuore è ancora lì, in quella terra dal fascino misterioso e coinvolgente come quello della Luna, al tempo stesso familiare e irraggiungibile. Una terra dura, durissima, ma allo stesso tempo dolce, dolcissima…

Il mio (nostro) viaggio è finito, dopo 30 giorni, 9200 chilometri percorsi su terra e oltre 2000 miglia attraversate per mare. La sua intensità, le sue difficoltà, la continua concentrazione per la sua riuscita, e, non ultimo, la stanchezza, non mi hanno permesso di chiudere il racconto e nemmeno di descrivere tappe memorabili in Senegal come quella verso il Lac Rose, storico punto d’arrivo della Paris-Dakar o lungo la pista sul fiume Senegal, fino al Parco nazionale di Diawling.

O ancora, sempre in Senegal, di trasmettere l’incredibile fascino della città di Saint Louis, antica capitale coloniale o del piccolo, isolato, villaggio di pesca di Mbour. Già, il Senegal…

Saly Senegal

La mia Africa ora non è più solo deserto, ora è anche oceano, distese verdi e alberi giganti, animali e… uomini. Uomini color ebano, dal fisico scolpito come quello di statue, e donne… donne bellissime, avvolte nei loro sgargianti vestiti color dell’arcobaleno e ancora, bambini.

Sono loro il futuro di questa terra, da sempre, in sofferenza. Li trovi ovunque, sempre felici, nel loro nulla. Felici di giocare e… sorridere. Apparentemente felici persino quando, con le loro magliette sporche e sdrucite, con il loro vasetto di latta, avvicinano i passanti per raccogliere qualche monetina o quando, come piccoli schiavi asservono ai più grandi e ai più forti.

Non potremo mai più dimenticare le loro manine alzate per un saluto ai quei due cavalieri arrivati dalla luna. Non potrò mai più dimenticare… di non aver fatto qualcosa per loro. La mia (la nostra) sia chiaro, non è stata un’impresa, è stata solo una spinta venuta dal cuore.

Le vere imprese sono altre. Sono quelle che in questa nostra grande corsa abbiamo visto mille volte fare a quei bambini, che cercavano di portare a casa qualcosa; a quei pescatori, che per le loro famiglie sfidavano l’oceano; a quei contadini, che con un piccolo erpice e il loro asino aravano chilometri di terra arsa; a quei pastori, che guidavano i loro greggi alla ricerca di acqua; a quelle donne, che con le loro ceste di sale sulla testa, pesanti come macigni, cercavano di portare a casa qualcosa per i loro bambini.

Queste sono le vere imprese di tutti i giorni in Africa, in questa terra di tormenti e di gioia e, da sempre, di contraddizioni. In tutti questi anni il deserto, il grande mare di sabbia, mi ha fatto capire quanto noi umani siamo piccoli.

In cambio però mi ha lasciato qualcosa di grande nel cuore. Un qualcosa che inevitabilmente non puoi più lasciare. Ecco perché qualcosa del mio intimo mi diceva di tornare a percorre quel lungo, infinito, nastro d’asfalto.

Dovevo finalmente conoscere, dovevo toccare o, perlomeno sfiorare, quello che è il grande cuore dell’Africa. E solo ora ho finalmente capito.

Quel lungo nastro di sabbia, di terra e di asfalto, battuto da venti impetuosi e infuocati, disegnato chissà da quanti uomini in chissà quanto tempo, quel nastro, non è altro che il mio cordone ombelicale, quel filo invisibile che da sempre mi lega alla grande Madre, dove tutto è nato, la terra d’Africa…