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Essaouira, Maroc. July 18. Day 5, km. 1212

Due giorni di navigazione vissuti in coperta non sono proprio una passeggiata… Aggiungiamoci i tempi di imbarco e sbarco, i ritardi causati dalle attese per i permessi di ingresso al porto, i controlli delle capitanerie, il mare forza 6 (può capitare)… e si capisce perché i trasporti marittimi (navi traghetto) sono oggi usati praticamente solo per merci (auto/camion) e spostamenti stagionali di lavoratori emigrati (e rispettive famiglie).

Ma il viaggio è il viaggio e, agli altri, lasciamo prendere l’aereo… Viaggiare per mare fa parte di quel viaggio terrestre e di quel concetto di conoscenza (scontato un tempo) che ho da sempre immaginato insito nella mente e nello spirito dei grandi viaggiatori (leggi anche viaggiatori romantici).

E allora bene così. 52 di viaggio hanno rinforzato il nostro spirito e le nostre conoscenze e soprattutto, hanno cominciato a farci integrare con il nuovo mondo con storie come quello di Pino (oggi Abdoullah per legge islamica, che vuole un nome arabo per chi sposa una donna islamica), un romano di 67 anni che ha girato per lavoro (tecnico della Trevi) tutto il mondo conoscendo praticamente l’Intero continente africano degli anni ’70 e ’80, oggi appunto felicemente sposato ad una marocchina.

E Lailha, imprenditrice marocchina che si è inventata con il marito l’attivitá di commercio di copertoni usati, che esporta dall’Italia al Marocco. Vite diverse ed esperienze straordinarie che non possono che insegnarci qualcosa. Nelle loro case, in punti diversi del Marocco, sappiamo che da oggi le porte per noi saranno sempre per sempre aperte.

Essaouira
Essaouira

16 luglio, sabato, ore 15.30 italiane, 16.30 del Marocco.
Al suono delle sirene il pontone davanti a me (si, sono incredibilmente in pole position) si apre. L’eccitazione, nonostante questo sia il quarto sbarco in Marocco è sempre grande.

Ci accoglie subito un forte vento fresco, è quello dello Stretto di Gibilterra, convogliato dalle porte del Mediterraneo, le mitiche colonne d’Ercole. Da qui, non posso dimenticare, la leggenda racconta che è passato Ulisse, e Il sussulto dell’attracco si fonde con quello del mio cuore…

Devo sbrigare le formalità e devo cercare di far presto, il ritardo accumulato rischia di non farmi arrivare in tempo sulle sponde atlantiche di El Jadida, città-fortezza portoghese del XVI secolo, la mia prima meta di viaggio.

Tutto sembra filare liscio (i miei documenti sono stati già verificati dai funzionari della dogana a bordo) quando… un maledetto timbro mi inchioda.

L’ufficiale nota che un numero 8 potrebbe in effetti essere un 3… mantenendo la calma (ma il sangue è già in ebollizione faccio notare che il timbro non l’ho messo io…). Nulla cambia, la rogna resta a me e devo recarmi dalla Polizia.

Inveendo contro il destino beffardo, lascio Luisa al posto di controllo e corro a cercare l’ufficio preposto. Una verifica e l’addetto sistema il problema verificando al computer ed evidenziando a mano la cifra non leggibile.

Può sembrare cosa di poco conto ma la cosa in luoghi lontani poteva trasformarsi in un problema serio. Meglio non pensarci. Passato il quarto sbarramento siamo finalmente liberi, a parte due ostacoli: l’assicurazione per la moto (le compagnie italiane non rilasciano per il Marocco la carta verde), e il cambio euro/dirham.

Il problema viene dai bancomat. Sono bloccati. Cerco un responsabile che mi spiega che le due macchine non funzionano perché… c’è vento. Cerco di contenermi… e trovo subito risposta: c’est l’Afrique.

Arrangio con gli euro (che però voglio più possibile conservare per i tempi duri) e mi lancio a fare un pieno di benzina da pit-stop. Sono le 17 locali quando, finalmente, posso liberare i cavalli del mio motore, anche loro come me, intorpiditi dal lungo fermo navale.

Non è facile spiegare la sensazione che un motociclista può provare in questi momenti, quando finalmente l’orizzonte davanti si apre e la corsa prende inizio. Ho sempre pensato che non sia lontana da quella provata dai piloti alla partenza di un gran premio.

Tensione, emozione, concentrazione sono elementi che devi saper domare alla partenza di una competizione come alla partenza di un grande viaggio. In fondo entrambe sono sfide, soprattutto con se stessi.

Mi attende una tappa di “trasferimento veloce” di 470 chilometri, considerata di livello medio-facile (nessuna tappa da queste parti può essere considerata solo “facile”). Ma non sarà così.

Lo capisco da subito. Il ritardo accumulato in nave non mi concederà di arrivare alla meta con la luce e so bene cosa vuol dire viaggiare da queste parti con il buio. Ma non è tutto.

Appena usciti dalla zona litoranea la brezza di mare si trasforma in un impetuoso vento a folate di aria torrida. Per un centinaio di chilometri lotto per contenere le forti spinte laterali viaggiando in continua correzione di sterzo.

Lungo gli oued (letti di fiume asciutti) la spinta è così forte che devo rallentare fino a 40/50 orari per tenere in piedi la moto ( e il suo equipaggio).

Noto nel frattempo che man mano si avanzi la temperatura dell’aria sale costantemente: 30, 32, 35, 37, 40… Fino a toccare 42.5 gradi.

Solo chi viaggia in moto ( e quei pochi che l’hanno provata) possono capire cosa vuol dire. Agli altri suggerisco di accendere un phon al massimo e dirigere il getto in faccia. Cerco di tener duro, e penso a Luisa che per fortuna con il suo casco modulare può difendersi dal getto d’aria bollente.

Dopo circa trecento chilometri ad una media di 120 km/h vengo preso da un momento di sconforto. Tra me, penso, se continuerà così, non c’è la farò ad arrivare nemmeno in Sahara Occidentale. Ma si sa, il viaggio vuol dire anche questo, resistere.

Decido di fermarmi per riprendere letteralmente fiato. Siamo entrambi provati, ma ancora reattivi. Acqua, sali minerali, noccioline, un rapido risciacquo e via di nuovo.

I chilometri scorrono veloci e la strada, pur trafficata non mi dà problemi. Devo solo rimanere sempre concentrato… al massimo. Oltre a qualche folle, generalmente in Suv lanciato a 180 orari, devo stare attento a quelli che attraversano la strada, un’usanza da queste parti ancora dura a morire.

Arriva la sera e se da una parte prendo respiro, dall’altra concentro tutte le ultime energie nel tenere la soglia di concentrazione per la guida notturna, considerata qui da tutti come estremamente pericolosa.

Le luci di El Jadida ci appaiono come un miraggio verso le dieci di sera. Ci addentriamo guidati dal fiuto e dal navigatore nei meandri dell’antica cittadella portoghese alla ricerca del nostro rifugio, una piccola casa-albergo.

Il fascino del luogo, accresciuto dalla notte ripaga da solo delle fatiche appena passate. Siamo accolti come ospiti di casa, da Hassan, un giovane che gestisce la casa per i proprietari francesi. La nostra camera è letteralmente sui tetti della città. È in pratica una sorta di capanno (tendato all’interno) situato sulla terrazza più alta della casa.

Al fianco un patio con tavolino a cielo aperto ci permette di godere di un panorama che solo i gatti possono permettersi. Alla Maison d’hotes, così si chiama questo luogo fuori del tempo, conosceremo due personaggi molto particolari.

Il primo è un francese dall’aspetto giovanile ma dall’età di 67 anni accompagnato dalla giovanissima (23anni) moglie del Congo, figlia di un pezzo grosso del governo del paese e della figlia di lei di 4/5 anni. La sua storia è (naturalmente) da romanzo.

La seconda, è una donna sui sessant’anni, Nicole, francese, innamorata del Marocco, Il suo spirito – dice – è in questo paese. Ci lascerà, in un commuovente saluto, donandoci due medagliette raffiguranti una madonna di un famoso santuario di Parigi (le protezioni e i portafortuna in viaggio sono sempre bene accetti).

Lasciata El Jadida dopo la visita alla città murata, alle prime ore del pomeriggio, riprendiamo la nostra strada verso sud. La tappa, questa volta è di relax, prevede 270 km da farsi lungo una panoramica e selvaggia costiera che ci porterá a Essaouira, seconda tappa del viaggio.

La città – ci arriviamo prima di sera – ci appare subito straordinaria. Qui amavano venire Jimmy Hendrix e con lui, tanti personaggi del mondo della musica e dell’arte. Essaouira diventò così una delle mete preferite della generazione hippies degli anni Settanta.

Il suo fascino è ancora fortissimo e ora che l’ho, anche se per poco vissuta, posso dire che questa è in assoluto una delle più belle città storiche del Marocco, tra le più affascinanti al mondo, almeno della parte del mondo che io conosco.

Arroccata a difesa dalla immensa forza dell’oceano si presenta fiera con i suoi possenti bastioni portoghesi ancora difesi da cannoni originali in bronzo del XVIII secolo.

Al loro interno la città murata con la sua intricata kasbha ricca di mercanti di ogni genere. Fuori, ai lati, un vivacissimo porto peschereccio, vero e proprio museo vivente dell’attività umana e una immensa spiaggia, dai lineamenti di una falce.

Essaouira non potrà più lasciare la mia mente. La ricorderò per la musica di Bob Marley, il suono stridulo dei gabbiani, l’odore acro del suo porto di pesca, il tufo dei suoi antichi bastioni, la freschezza della sua aria portata dal mare.

Dopo aver goduto una giornata intera di questa meraviglia siamo pronti a riprendere la lunga marcia verso sud. Domani lasceremo la nostra straordinaria residenza di Essaouira – un riad originale nel cuore della città – destinazione Plage blanche nella zona di Goulmine, la città degli “uomini blu”.

Ci aspetterà una notte tendata a Fort Bou Jarif, storico campo nel nulla un tempo tappa della mitica Paris Dakar. La meta dovremo ovviamente conquistarla con una marcia di oltre 400 chilometri e una pista, nell’ultimo tratto del percorso, in pietra e sabbia.

La fase di acclimatamento è già finita e la partenza è tra non molte ore, di buon mattino. L’adrenalina è già alta, il muezzin sta lanciando l’ultima preghiera della sera.

Qualche ora di sonno e saremo pronti. Se Dio vuole, Inshallah, domani sarà un’altra avventura…

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